Dal Verbano al Chaco. L’avventurosa vita di Guido Boggiani, il piemontese che sparì nella giungla

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Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola
Dal Verbano al Chaco. L’avventurosa vita di Guido Boggiani, il piemontese che sparì nella giungla

L’uomo che visse nella giungla era nato a Omegna il 25 Settembre del 1861, da Giuseppe e Clelia Gené. L’atto di nascita e di battesimo fu stilato dal Prevosto Lorenzo Bracchi. I genitori, che erano dei facoltosi proprietari terrieri novaresi, possedevano una villa a Stresa e si trovavano nel Cusio per il lavoro del padre. Il Cavalier Giuseppe Boggiani, di idee progressiste, dal 1878 al 1887 diresse l’Impresa di navigazione sul Lago e fece varare i tre battelli a vapore Cusio, Mergozzolo nel 1878 e l’Umberto I il 26 Luglio 1879 e si occupò anche dell’abbellimento della Piazza Salera.

Omegna in una cartolina dei primi del Novecento

La strada principale di Omegna, via Cavour, oggi via Cavallotti, in una foto d’epoca

Passeggeri sul Mergozzolo. Il battello fu varato nel 1878 per iniziativa dei Cavalieri Giuseppe Boggiani e Vittorio Cobianchi, a seguito della concessione ottenuta dai signori Cav. Boggiani, Guller e Carosio. Il Mergozzolo fu inaugurato il 1° Novembre e poco dopo arrivò anche il Cusio

Il piccolo Guido trascorse i primi anni a pescare anguille e barbi nella Nigoglia, ad oziare sul ponte a schiena d’asino che allora divideva piazza Salera dal Pretorio, ed attardarsi sotto il Pretorio stesso a vedere costruire e riparare reti. Nei due locali di via Carrobio, a vrà imparato l’a-b-c e le prime nozioni dello scibile umano. Venne educato al disegno e alla pittura dal padre, tanto che dipingeva anche sulle pareti di casa, mentre la mamma, che era figlia di Giuseppe Gené, un famoso professore di zoologia all’Università di Torino, gli trasmise l’attitudine allo studio e alla classificazione scientifica. I miei genitori hanno notato e incoraggiato la mia precoce vocazione per l’arte, la mia attrazione per le immagini, le forme e colori, ricordava il Boggiani in una intervista. Era un giovane biondo, bello e affascinante. Sapeva suonare il pianoforte, scrivere poesie e dipingere. La fame per la ricerca e l’avventura lo portarono lontano dal Verbano, nelle selvagge foreste del Paraguay, a studiare popolazioni isolate e primitive. Boggiani ha lasciato ai posteri una serie di dipinti, centinaia di straordinarie fotografie di indios e una preziosa collezione etnografica sparsa nei più importanti musei europei. L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola ne ha tratteggiato la breve vita attraverso le immagini, in corrispondenza con la mostra Boggiani y el Gran Chaco, inaugurata il 22 Marzo 2012 presso il Museo Puyrredón di Buenos Aires.

Uno dei rari ritratti fotografici di Guido Boggiani

Nel 1878 si era iscritto all’Accademia di Brera e, dopo due anni di studi, era diventato l’allievo prediletto di Filippo Carcano. Si racconta che il vecchio pittore apprezzò e amò il ragazzo, pieno d’ingegno e di entusiasmo, e si invaghì della sorella. Le tele del Boggiani erano apprezzate dalla critica e pubblico. Nel 1881 presentò a Milano, per l’Esposizione generale italiana due paesaggi. L’anno successivo espose alla Promotrice di Firenze una serie di vedute del Lago Maggiore e si assicurò un premio alla mostra di Brera, dove aveva portato sedici opere. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna acquistò nel 1882 il suo quadro La raccolta delle castagne per 6000 Lire.

Guido Boggiani, Bosco di castagni sopra Stresa, 1884, dono del Commendatore Marco De Marchi, Pallanza, Museo del Paesaggio. Il quadro è molto simile a quello comprato dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma

Guido Boggiani, Il ruscello, 1883, Collezione Privata

Guido Boggiani, Le cave di Baveno, 1881, olio su tela, dono del commendatore Marco De Marchi, Pallanza, Museo del Paesaggio

Edoardo Scarfoglio scrisse che il giovine piemontese si recò nella capitale con le mani piene di tutti i doni della gioventù e di tutte le promesse della gloria. Si presentò alla mostra co’ suoi boschi di castagni pieni d’aria e di luce, con le sue visioni del Lago Maggiore armoniose e vibranti, co’ suoi vent’anni ardenti di fede ed assetati di bellezza. Nello stesso anno ricevette il Premio Principe Umberto con All’ombra dei castagni. Il Boggiani decise di trasferirsi a Roma dove conobbe Gabriele D’Annunzio e anche Scarfoglio. Come racconta Maurizio Leigheb, l’esploratore italiano che ha scritto molti libri sul Boggiani, il novarese cedeva il suo studio per i rendez-vous di D’Annunzio con “Barbarella” Leoni e frequentava la migliore società cittadina. Era conosciuto a corte, ospite gradito alle feste del Quirinale, convitato del cardinale Hohenloe nella villa d’Este, a Tivoli.

Guido Boggiani, Strada a Carciano, 1882, olio su tela, dono del colonnello Oliviero Boggiani, Pallanza, Museo del Paesaggio

Guido Boggiani, Bosco presso il Lago Maggiore, olio su tela, Pallanza, Museo del Paesaggio

Guido Boggiani, Paesaggio del Lago Maggiore nei dintorni di Stresa, 1885 Novara, Museo Giannoni, Donazione L. Marzoni

Nel 1884 fu ospite, con D’Annunzio e Scarfoglio, del cenacolo di artisti creato in Abruzzo da Francesco Paolo Michetti nel suo convento di Francavilla a Mare. Boggiani, snello, raffinato nei gusti e nei modi, dipingeva tra gli olivi, ma già pensava altrove, era già pronto a partire per l’America dove va a cercar la fortuna e a trovar mogli belle e ricche alli amici brutti e poveri, come ne scriveva D’Annunzio. Inviò all’Esposizione Nazionale di Torino Gli ulivi a Francavilla a Mare, Sentiero presso il Lago Maggiore, Villaggio sul Lago Maggiore, Ortensie, tutte opere ormai disperse; nel 1885 fu eletto socio onorario dell’Accademia di Brera e nel 1887 espose a Brera e a Venezia.

Francesco Paolo Michetti ritrae D’Annunzio nel suo studio a Francavilla

Francesco Paolo Michetti, Autoritratto, 1877, pastello a tempera su carta, Napoli, Museo Pignatelli

Partì nel 1887 per l’Argentina spinto da una invincibile smania di vedere mondo nuovo e gente nuova, nuove terre e nuovi orizzonti. Si fermò per alcuni mesi a Buenos Aires, nelle Pampas e a Mar della Plata. Da lì raggiunse nel 1888 il Paraguay, una regione a quel tempo ancora selvaggia, prima nella capitale Asunción e poi nel 1889 a Puerto Casado. Da lì diresse a nord, nel Chaco, al confine con la Bolivia, dove si stabilì per studiare gli indigeni Chamacoco e stilare un vocabolario della loro lingua. Viaggiò anche sulle rive del fiume Nabileque, affluente del Rio Paraguay, nella fitta giungla del Mato Grosso do Sul, per studiare i Caduvei e le loro pratiche rituali. Dormì nella selva, navigò sui tronchi d’albero scavati dal fuoco lungo il filo delle riviere, abitò con gli indii nelle capanne di foglie di palma e li seguì nelle spedizioni di caccia. Osservò gli usi e i costumi, la lingua, fermò sulla carta con disegni e schizzi gli indios e le loro attività.

Il Paraguay in una mappa ottocentesca

La riproduzione autotipica di alcuni schizzi all’acquarello o a lapis, unico materiale artistico che io potei raccogliere affrettatamente durante la mia escursione, e che io non volli ritoccare né acconciare in nessuna maniera, perché anche se fossi riuscito a renderli, per il volgo, più comprensibili, avrei certamente loro tolto parte del loro merito, che è quello della assoluta fedeltà col vero, al che io tengo assai più che a qualunque altra cosa. Boggiani vestiva come gli indigeni e camminava scalzo, ma era ugualmente inserito nei circoli intellettuali e scientifici di Asunción. Partecipò alla fondazione della locale Associazione Filarmonica del Quartetto. Nella sua casa di Asunción aveva appeso alle pareti quadri pre-raffaelliti, di Gustav Klimt e di pittori argentini.

Guido Boggiani, decorazioni di oggetti di uso comune, acquarello, dalla pagina del diario di Guido Boggiani, Praga, Collezione di Pavel Friče Yvonna Fričova

Guido Boggiani, riproduzione di tatuaggi, disegno a inchiostro, dalla pagina del diario di Guido Boggiani, Praga, Collezione di Pavel Frič e Yvonna Fričova

Giovanetto caduveo, da “Viaggi d’un artista nell’America Meridionale”, Roma 1894

Il pittore toscano Lorenzo Viani ci ha regalato un ritratto di Guido Boggiani in un articolo pubblicato nel “Corriere della Sera” del 29 Settembre 1935: il pittore cereo, dai piedi delicati, per assuefarsi ai travagli degli spini e delle morsicature delle serpi, che s’adeguano al colore della vegetazione insidiosamente, passeggiava a piedi nudi, sopra i pruni. L’orme si macchiavano del suo sangue vivo; i piedi suppliziati, piagati come quelli di un martire cristiano, si cicatrizzarono lentissimamente, risuolando le piante di cuoio battuto e ribattuto dai poderosi martellamenti del cuore. Dopo il supplizio, Guido Boggiani, solo, con un sacco, delle fiale, una siringa, dei lapis, della carta, e una bandiera italiana (sotto cui furono rinvenute le sue ossa) si avventurò nel Chaco pauroso.

Guido Boggiani, Una donna Chamacoco, Praga, Collezione di Pavel Scheufler

Nel suo libro sui Viaggi di un artista nell’America meridionale. I Caduvei, il Boggiani pubblicò un disegno di una donna che egli chiama “Ritratto di mia moglie”. Ho pensato bene, o male che sia, di contrattare coi padroni della schiavetta, perché essa rimanga con me per tutto il tempo che resterà qui ancora. Dopo trattative andate assai per le lunghe, vi hanno acconsentito mediante il pagamento anticipato di una decina di metri di tela cotona, di alcuni fazzoletti dai colori vivaci e di altre piccole cosette di poca importanza. Per cui da oggi in poi sono ammogliato… sino a nuova avviso. Mi va il pensiero a M.me Chrysantheme di Pierre Loti; ma che differenza tra i Giapponesi ed i Caduvei! Quelli industriosi, delicati, pieni di gentilezze e di raffinatezze; questi imvece primitivi, gorssolani e poco scrupolosi. Se però non la si può paragonare a quella, questa non è meno bella di forme e, forse, artisticamente anche più bella. È formata come una statua, e ben contento sarebe un artista d’avere modelli simili a lei. Ha due begli occhi vivacissimi e mani e piedi bellissimi. Quanto a carattere, non posso dirne molto, ma è allegra e ignorantissima di ogni cosa, ciò che non guasta affatto. Un bel mobile, insomma…

Una capigliatura utilizzata dai Caduvei, esempio dei tanti reperti che il Boggiani raccolse durante le sue ricerche in America del Sudamerica

Durante le sue esplorazioni il Boggiani raccolse una strabiliante collezione di oggetti, tra cui abiti, utensili, armi e copricapi, che cedette nel 1894 al Museo Kircheriano (oggi Museo Etnografico di Roma Luciano Pigorini), al Museo di Storia Naturale dell’Unversità di Firenze e al Museum für Völkerkunde di Berlino. La collezione zoologica di pesci del Chaco fu acquisita dal Museo Civico di Genova. Non smise mai di dipingere e disegnare, ma prediligeva per comodità il disegno e l’acquarello. Oltre agli studi etnografici si dedicò all’attività imprenditoriale tra il Paraguay e l’Italia, trasformandosi in commerciante di pelli pregiati e in piantatore, esportando il legname in Italia. Nel 1893 fu designato dal governo italiano delegato artistico all’Esposizione Mondiale di Chicago. Nel gennaio dello steso anno, dopo sei anni, fece ritorno in patria per pubblicare i risultati dei suoi studi e per divulgarli in conferenze alla Società Geografica Italiana. A Roma incontrò Vittorio Bottego, l’ufficiale emiliano famoso per le sue esplorazioni nel Corno d’Africa. Boggiani si rinchiuse nel Museo Kircheriano per ordinare e dare una forma a tutte le informazione raccolte in Sudamerica.

La prima pagina del libro di Guido Boggiani “Notizie etnografiche sulla tribù dei Ciamacoco”, pubblicato nel 1894

Il frontespizio di “I Caduvei” con l’elegante monogamma “GB”

Nel 1894 diede alle stampe I Ciamacoco e Viaggi d’un artista nell’America Meridionale, mentre nel 1895 pubblicò I Caduvei e il Vocabolario dell’idioma Guanà (1895). Questo popolo aveva colpito Boggiani non solo per la vita in armonia con la natura, ma anche per la loro abilità di decoratori nei complessi disegni corporali. A differenza dell’amico D’Annunzio il suo stile narrativo era privo di retorica e sarebbe poi piaciuto a Claude Levi Stauss che lo citerà nei suoi Tristi tropici. Nel 1900 scrisse un breve Compendio de etnografia paraguaya moderna, che venne pubblicato ad Asunción, con una mappa della distribuzione territoriale delle tribù. Negli stessi anni espose una serie di dipinti del periodo latino americano, tra cui il colossare Quies (opera dispersa) ed entrò nella cerchia del poeta e scrittore Adolfo De Bosis, autore dal 1895 della rivista estetizzante “Il Convito”.

La “Fantasia” attraversa il canale di Corinto trainata da un rimorchiatore, Troyes, Médiathèque de l’Agglomeration Troyenne

Tra il 13 Luglio e il 16 Settembre del 1895 salpò per una crociera nel Mediterraneo sulla Fantasia di Edoardo Scarfoglio, un ketch di 93 tonnellate, così battezzato in onore del primo romanzo di sua moglie, Matilde Serao. I compagni di viaggio erano Scarfoglio, D’Annunzio, Georges Hérrelle, il traduttore francese del Vate, e l’avvocato abruzzese Pasquale Masciantonio, oltre all’equipaggio e a due gatti. Gli sfortunati felini, che per volontà di Scarfoglio venivano lavati tutti i giorni per il timore della pulci, soffrivano spaventosamente il moto ondoso. L’itinerario scelto da D’Annunzio prevedeva l’imbarco a Brindisi e poi Corfù, Patrasso, Corinto, Delfi, Egina, Nauplia (per visitare le la cittadella di Micene e le mura ciclopiche a Tirinto), Salonicco, Costantinopoli, le rovine di Troia. Da lì la Fantasia avrebbe dovuto toccare la costa turca fino a Rodi e proseguire verso l’Egitto, la Tripolitania, Malta, la Sicilia e Napoli. Il tragitto fu radicalmente modificato a causa delle variazioni metereologiche. Durante la navigazione gli argonauti, così si erano autodefiniti, rilessero l’Iliade e l’Odissea. La barca conteneva infatti un ricchissimo carico di libri classici per un viaggio a traverso un sogno di poesie e di cultura.

La pagina del diario del viaggio in Grecia di Guido Boggiani del 7 Agosto 1895, con l’illustrazione del Canale di Corinto Lo stretto era stato scavato da pochi anni quando fu attraversato dalla “Fantasia”, Yale, Biblioteca Universitaria

Sia D’Annunzio, che Hérelle e Boggiani tennero un diario del viaggio. Quello di Boggiani, ora custodito nella biblioteca della Yale University, era anche corredato da mappe disegni. Ne esiste un’altra copia trascritta per Hérelle, ma priva di disegni, che si trova nella Médiathèque de l’Agglomeration Troyenne. A Olimpia gli occhi chiari del piemontese si bagnarono con lacrime di commozione davanti all’Hermes di Prassitele: L’ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine… I turisti si fermarono una settimana ad Atene: le giornate erano dense di visite a musei e monumenti, le serate erano alla ricerca di donne di facili costumi a cui Boggiani ed Hérelle non partecipavano. Furono tutti invitati nella casa di campagna a Kifissia dell’ambasciatore italiano Alberto Pisani-Dossi e della moglie Carlotta Borsani.

Guido Boggiani, I Propilei, Collezione Privata. Annotò sul suo diario: “la veduta dei Propilei è meravigliosa a quell’ora; tenterò di fare una cosetta buona”

Tranquillo Cremona, Ritratto di Carlo Alberti Pisani Dossi, 1867, Corbetta, Museo Pisani Dossi. Carlo Pisani era ministro plenipotenziario ad Atene e ospitò i cinque viaggiatori nella sua fresca casa di Kifissia, a nord di Atene. Durante la sua permanenza in Grecia collezionò numerosi reperti, oggi visibili nel Museo di Corbetta

Dalle pagine del diario di Hérelle si percepisce una certa idiosincrasia per il narcisismo del Vate, che non perdeva occasione per nuotare e prendere il sole nudo: e la veste di lino erami grave, mi scinsi… Il traduttore annotava: c’è in molti italiani un’assenza totale di pudore che mi sorprende sempre. Lunghe docce di Scarfoglio, di D’Annunzio, di Masciantonio; interminabili lavaggi con il sapone; semi-nudità durante pomeriggi interi, sul ponte. Boggiani, che è del nord, ha tutt’altro carattere: non si stupisce di niente, ma si burla di questo lasciarsi andare e dice ridendo: “Sono dei bambini maleducati!”.

Durante la crociera in Grecia il frequente esibizionismo di D’Annunzio, che non perdeva nessuna occasione per spogliarsi, irritò il suo traduttore francese Georges Hérelle

Durante la crociera Hérelle e Boggiani scoprirono di avere molte affinità e forse un’attrazione velatamente omosessessuale. Nascosto dietro lo pseudonino di L.R. de Pogey-Castries Hérelle pubblicherà nel 1930 la Histoire de l’amour grec dans l’antiquité. Prima di andare a dormire chiacchiero un po’ con Boggiani. Egli pensa, come me, che viaggiamo troppo all’inglese, troppo velecemente. “Non sanno viaggiare né gli uni né gli altrimi dice. Non sono curiosi dei paesi che attraversano, non ne percepiscono le vere bellezze, non hanno il desiderio di imbeversene. Scarfoglio pensa solamente ai suoi piaceri, al gelato, ai meloni. Gabriele D’Annunzio e Masciantonio hanno un po’ di più il desiderio di vedere; ma né l’uno né l’altro comprendono che in viaggio la stanchezza, il caldo, e anhe certe piccole privazioni, fanno parte delle impressioni del viaggiatore ed aggiungono qualche cosa di vivo agli aspetti del paesaggio. Sono subito stanchi e non pensano ad altri che a dormire. Il vero, solo viaggiatore della nostra banda, è Boggiani; e io sono stupito di vedere quanto, in ogni cosa, le nsotri opinioni condordino … E ancora: Gabriele D’Annunzio amerebbe viaggiare con tutte le comodità e assai lussuosamente. È molto assorbito dalla sua toilette: ha portato otto paia di scarpe, trenta o quaranta camicie, sei vestiti bianchi, ecc. Diceva ieri: “Quando saremo ad Atene, che piacere sarà prendere un gelato al caffè francese, in smoking!” … C’è in D’Annunzio qualcosa di candido e di puerile. … E si affligge di non avere il cappello a cilindro, si sgomenta all’idea di non potersi vestire con sufficiente eleganza per le visite da fare ad Atene.

Gabriele D’Annunzio, Georges Hérelle, Pasquale Masciantonio con un bambino guida seduti nell’agorà di Micene, nell’Argolide, Troyes, Médiathèque de l’Agglomeration Troyenne

Dopo aver visitato Olimpia, Eleusi, Atene, Nauplia, Micene e Tirinto sotto un sole ardente, D’Annunzio e Masciantonio, provati dalla vita in barca e dal mal di mare, decisero di tornare in Italia. Hérelle e Boggiani si fermarono a Milos, dove l’esploratore descrisse sul diario, con sensibilità pittorica, il paesaggio dell’isola: Di quassù tutte le accidentalità della costa dell’isola si staccano perfettamente disegnate sul mare che ha tinte indescrivibili di dolcezza verso il largo e più vigorose presso gli scogli; sono mille e mille toni di celeste, di turchino e d’azzurro verdastro sino al più puro smeraldo, il tutto raddolcito ed amalgamato da una leggiera nebbia e dalla irradiazione solare. Sotto di noi lo scoglio è a picco e sorge da una serie di terre montuose che a ventaglio si stendono tutt’intorno sino al mare, nel quale sporgono rocciose in numerosi promontori. A destra c’è un’insentura più vasta apparentemente sabbiosa, dove le onde, che da questa distanza sembrano piccolissime mentre sono enormi, spumeggiano moltiplicandosi.

La mappa, dettagliata e precisa, del Golfo Saronico e delle Cicladi Nord Occidentali, disegnata dal Boggiani nel suo diario di viaggio il 16 Agosto 1895, Yale, Biblioteca Universitaria

Restarono fino a settembre e attraccarono a Messina il 16, dove Boggiani si imbarcò su una nave per Napoli. Nella conferenza che tenne al secondo Congresso Geografico Italiano sottolineò l’importanza della ricerca sul campo e della propria capacità di osservazione, contro l’etnografia accademica, colpevole di pubblicare studi da opionioni riferite o da ricerche bibliografiche. La morte della madre due mesi dopo il suo ritorno dalla Grecia lo gettò in uno stato di tristezza: Io che non l’avevo più veduta dal Novembre ’93, ebbi il dolore di rivederla morta e d’accompagnarla a Stresa alla sua ultima dimora! Impaziente di tornare in Paraguay lasciò l’Italia il primo di Luglio del 1896 per il Mato Grosso, da dove partì spesso per peregrinazioni verso l’interno. Mi guardai allo specchio, scrive al ritorno a Puerto Pacheco, Il sole mi aveva talmente abbronzato che ero irriconoscibile. Eppure non ero dimagrato. Al contrario stavo benone, ero ingrossato ed avevo un’aria di salute e di forza quale non avevo mai avuto prima.

Guido Boggiani, Millet con due bambini

Questa volta portò sé una macchina fotografica, la Dellmeyer del padre, e un cavalletto per documentare in immagini la sua attività di ricerca, che pubblicò nel quotidiano La Prensa di Buenos Aires e nella Revista del Instituto Paraguayo, da lui fondata nel 1897. Boggiani eseguì più di quattrocento lastre di vetro delle diverse tribù e fu il pioniere della fotografia etnografica su i Caduvei, i Tufi, i Bororo e i Chamacoco. Scattò immagini di paesaggio, ma soprattutto ritratti, corredandoli di puntuali e precise annotazioni per ciascun soggetto. Era un mestiere pericoloso, considerato il fatto che i suoi modelli temevano che le fotografie potessero trafugare la loro anima, ma a giudicare dalle espressioni quelli di Boggiani sembravano spontanei e tranquilli. Il pittore sapeva che prima o poi quelle tribù sarebbero mutate, o peggio, scomparse, e voleva così preservarne la memoria. L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola ne presenta dieci, scelte per gentile concessione dalla collezione privata di Pavel Scheufler.

Guido Boggiani, il vecchio dai capelli bianchi, Paraguay, Puerto 14 de Mayo, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiano, donna tatuata della zona del Rio Nabileque, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, due giovani indios, uan donna e un uomo. Quest’ultimo indossa un copricapo piumato e ascia, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, donna Sanapanà con due pappagalli, Paraguay, Puerto Casado, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, uomo in posa con con arco e pelle di animale tirata, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, Millet con un serpente, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiano, La moglie di Juanciño, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, Uililli di fronte, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, Iòata e Nozzài, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, Donna con tatuaggio sulla schiena, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, Marcelino, Puerto Casado, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Guido Boggiani, Indios Lengua, cartolina pubblicata da Robert Lehmann Nitsche nel 1904 in “Tipos Indígenas de Sudamérica Central”

Le condizioni per sviluppare sul campo erano impossibili, quindi Boggiani inviò i negativi alla Sociedad Fotográfica Argentina de Aficionados. Queste testimonanze uniche vennero pubblicate, nel 1904, dal ricercatore tedesco Robert Lehmann Nitsche del Museo de La Plata, in Tipos Indígenas de Sudamérica Central, casa editrice Rosauer, Buenos Aires. Una parte delle immagini furono acquistate per il loro interesse dal Museo Etnologico di Berlino.

Alberto Vojtěch Frič (Praga 1882-1944) in Paraguay nei primi anni del Novecento, con un bambino Chamacoco, da http://www.checomacoco.cz

Alberto Vojtěch Frič, Ritratto di ragazza paraguayana con fiori, 1907 circa, Praga, Collezione Pavel Scheufler

Molte delle foto furono recuperate dal botanico, esploratore cecoslovacco Alberto Vojtěch Frič, che giunse in Paraguay qualche anno dopo il Boggiani e instaurò buoni rapporti con gli indios. Era arrivato in Sudamerica spinto dalla passione per i cactus e si era poi affezionato al popolo Chamacoco, tanto che aveva cercato di curare le loro malattie intestinali. La sua vita è stata raccontata da Claudio Magris in Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico. Si deve a Vojtěch Frič, che era anche un raffinatissimo fotografo, la sopravvivenza delle lastre di Boggiani. La sua collezione è stata pubblicata dal nipote Pavel Frič e dalla moglie Yvonna Fričova nel libro Guido Boggiani, Photographer, 1977.

Guido Boggiani, alcuni Tumanà fanno il bagno, Los Medanos, 21 Agosto 1901

Guido Boggiani, un uomo Tumanà col diadema di piume. Los Medanos, 21 Agosto 1901

Malgrado l’entusiamo per le scoperte etnografiche, il Boggiani scrisse a Herélle per farsi spedire un libro di storia greca e una traduzione francesce dell’Odissea, lamentandosi per la miseria di questa vita solitaria e triste, tanto che nell’estate del 1901 stava programmando di rientrare in Italia, quando gli giunse notizia di una tribù ancora selvaggia, i cosiddetti Barbudus o Moros. Nomadi e primitivi, forse cannibali, noti anche con il nome di Ayoréos, non erano mai stati avvicinati da nessun europeo. Partì da Asunción nell’agosto del 1901 per penetrare nella foresta del Chaco boreale paraguayano, con una piccola scorta che venne però rispedita indietro, per non spaventare i Moros arrivando nella loro terra con uomini armati. Restò con lui solo un compagno fedele, Félix Gavilàn e quattro indiani Chamacoco che dovevano fare da guida. L’ultima lettera di Boggiani, dall’estancia di Los Mèdanos, è datata 18 Ottobre. L’espatriato raccontava al fratello Oliviero il suo progetto di percorrere a cavallo il Gran Chaco fino alle Ande alla ricerca di popoli ignoti. Fu avvistato l’ultima volta con Gavilàn il 24 Ottobre 1901. Poi il silenzio, nessuna notizia, nessuna lettera.

I membri della spedizione “Pro Boggiani”, capitanata dallo spagnolo José Fernandez Cancio, ricosnoscibile al centro con la lunga barba. Partirono da Asunción il 18 Giugno 1902 alla ricerca di Guido Boggiani, di cui da tempo non si avevano notizie

Gli italiani residenti ad Asunción, allarmati, organizzarono un Comitato Pro Boggiani per ritrovare l’esploratore scomparso nel nulla. La spedizione, che partì da Asunción il 18 Giugno del 1902, era capitanata dallo spagnolo José Fernandez Cancio, che ne scrisse: Il sentiero per dove passò il Boggiani si conosceva solamente per le molte rame tagliate che impedivano il cammino ai nostri portatori. Il passaggio si era quasi rinchiuso e la vegetazione tropicale stava già cancallando ogni traccia. Lentamente il gruppo arrivò a una piccola radura dove il Cancio trovò, sotto un grande e frondoso albero di algarrobo, le ceneri di due fuochi, e alcune foglie di palma disposte a modo di giaciglio. Il magiordomo di Boggiani riferì che nessuno poteva aver fatto ciò fuori che l’italiano, poiché egli aveva l’abitudine di accendere due fuochi, uno per lui e il suo compagno, e uno per gl’indiani della scorta, ed egli solo aveva l’abitudine di farsi un letto di foglie di palma, disposte sotto al recado (la sella gaucha). La marcia continuò e furono rinvenuti altri fuochi, capanne di rami abbandonate, bastoni di legno posti a sostegno di veli da zanzariera. Cancio trovò perfino una scarpa di buona fattura, deteriorata dall’acqua e due cavalli abbandonati, ma a un certo punto non fu più possibile proseguire nella foresta: il passo era sbarrato da immensi boschi e l’acqua scarseggiava.

Guido Boggiani, l’impenetrabile giungla. José Fernandez Cancio trovò il sentiero percorso dal Boggiani reso inagibile per la vegetazione che nel frattempo era ricresciuta

Lo spagnolo fu costretto a tornare indietro, era infatti la stagione afflitta in quei mesi dalla seca, e Cancio si mise alla ricerca di qualche caraguatàs, un tipo di albero che contiene una linfa dissetante e rinfrescante, ma non riuscì a trovarne. Inoltre dovette affrontare il boicottaggio dei quattro indigeni. Nel frattempo si mise a cacciare dei cervi per fabbricare otri con il loro cuoio e potè poi riprendere la picada (così si chiama la puntura al bosco). Dopo quattro mesi di estenuante ricerca Cancio giunse in una tolderìa (villaggio). Là trovò i miseri resti di Boggiani e di un altro uomo. La testa dell’esploratore era stata fracassata da un’ascia e poi decapitata. In accordo con una credenza locale con questo accorgimento l’anima non avrebbe potuto fare incantesimi. La sua macchina fotografica era stata nascosta in un buco sotto terra. Il Cancio trovò nello stesso luogo alcuni oggetti di proprietà del Boggiani che annotò con precisione su un taccuino.

Dopo aver trovato i due corpi senza vita di Boggiani e di Gavilàn, il Cancio recuperò alcuni oggetti personali che elencò su un taccuino

Una macchina fotografica stereoscopica di fabbricazione francese, due dei piedi della macchina, una scatola di latta vuota, un cucchiaio e tre cucchiaini di metallo bianco ingiallito, un pezzo di stoffa resto di una vecchia bandiera italiana, due astucci con permanganato di potassio, una siringa per iniezioni senza ago, circa cinquanta placche fotografiche inutillizzate dalle intemperie, un paio di scarpe di corda vecchie, due righe-scale triplodecimetro inservibili, un pezzo di gomma da disegnatore, una tazza di ferro smaltato, una cintura di cuoio fatta con pelli delle selle e basti (sequestrata ad un indiano che la portava), un cinto di tela grossa con i colori spagnuoli ed una fibbia di metallo giallognolo, una piccola bottiglietta di farmacia contenente una polvere bianca che sembra chinino, una pietra tonda piccola usata dagli indiani, alcuni numeri di giornali paraguayani e italiani. Il Cancio preparò sul posto una semplice sepoltura, ma dopo quattro mesi ritornò nella giungla per portare il corpo del Boggiani nel cimitero italiano di Asunción.

L’articolo pubbicato sul quotidiano “Il Mattino” del 21 Novembre 1902 sull’assassinio di Guido Boggiani, dove si ipotizza ilmovente passionale, che sarà poi smentito

Un indio di nome Luciano confessò di aver assassinato a bastonate Boggiani, che si era fermato in quella tribù per qualche tempo intrattenendo una relazione con una donna, il cui marito era assente. Come rievocava Claudio Magris, venendo ucciso, sembra per le sue spicce attenzioni a una donna india, nonostante fosse conosciuto presso gli indigeni anche come Lily, per le attenzioni rivolte agli uomini, cosa nient’affatto strana in una cultura pervasa dal sentimento panico di una sensualità indifferenziata. In realtà la storia era diversa: il Boggiani voleva a tutti i costi avvicinare i Moros, ma gli indiani, spaventatissimi all’idea di incontrare questa pericolosa e temuta tribù, avevano deciso di uccidere l’italiano e il suo compagno Gavilàn. Luciano venne arrestato e assicurato alla giustizia, ma scappò dal carcere di Asunción in un momento di instabilità politica del Paese. Il 23 Dicembre del 1902 si tenne alla Società Italiana di Mutuo Soccorso una cerimonia di saluto per Boggiani e Gavilàn. Il salone fu arredato a lutto con semplici ornamenti di palmizi, corone di fiori freschi e con le due bandiere, quella italiana e quella del Paraguay. Finì così, in un remoto cimitero del Paraguay, il sogno di Guido Boggiani, l’esploratore piemontese.

Guido Boggiani, Foce del Rio Negro, 1889, olio su tela, donazione di Ulrico Hoepli nel 1934, Milano, Galleria d’Arte Moderna

Così Gabriele D’Annunzio ricordò l’amico Guido Boggiani in Laus Vitae:

Ed èramo tutti

a poppa raccolti, in silenzio.

Ed uno di noi, che taceva

con fronte ostinata, era sacro

a morte precoce, più caro

d’ogni altro agli iddii come eletto

a perir giovine e in atto

di compier l’impresa cui s’era

devoto con anima salda.

Un Ulisside egli era.

Perpetuo desìo della terra

incognita l’avido cuore

gli affaticava, desìo

d’errare in sempre più grande

spazio, di compiere nuova

esperienza di genti

e di perigli e di odori terrestri.

Sotto la clava del selvaggio

predone cadesti, senza

vìndici, nell’umida ombra;

mentre tu, svelto odiatore

di salmerìe e di scorte

con silenzioso ardimento

t’addentravi nella foresta

letale, obbedendo al tuo fato

che ti spingea senza tregua

più oltre più oltre nel nuovo.

Un ritratto di Esteban Romero Boggiani, un discendente di Guido che vive in Paraguay

In apertura: Guido Boggiani, Rio Paraguay, olio su tela, 1897, Collezione Privata.

Si ringrazia Eric Courthés per le preziose informazioni fornite su Guido Boggiani.

Le fotografie degli indios, selezionate dall’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola per l’articolo, sono della collezione privata di Pavel Scheufler, che ne ha gentilmente concesso la pubblicazione.

Per scaricare il pdf del testo clicca qui: Dal Verbano al Chaco. L’avventurosa vita di Guido Boggiani, il piemontese che sparì nella giungla

Per scaricare la versione completa della poesia di Gabriele D’Annunzio dedicata a Guido Boggiani cliccare qui: Laudi di D’Annunzio

Bibliografia: G. Boggiani, I Ciamacoco. Conferenza. Atti della Società Romana di Antropologia, vol. II., 1894; A. Ghisleri, Un artista italiano fra gl’indiani dell’Alto Paraguay, Emporium, Vol. II, n. 7, 1895; G. Boggiani, Viaggi di un artista nell’America meridionale. I Caduvei (Mbayà o Guaycurù), Roma, Loescher, 1895; G. Boggiani, Tatuaggio o pittura. Estratto dagli Atti del II° Congresso Geografico Italiano, Roma, Civelli, 1895; G. Boggiani, I Caduvei. Studio intorno ad una tribù indigena dell’alto Paraguay nel Matto Grosso (Brasile), Roma, Memorie della Società geografica italiana, 1895; Comitato Pro-Boggiani, Alla ricerca di Guido Boggiani. Spedizione Cancio nel Ciaco Boreale, Alto Paraguay. Relazione e documenti. Milano, Bontempelli, 1903; R. Lehmann-Nitsche, La Colección Boggiani de Tipos Indigenas de Sudamérica Central/Die Sammlung Boggiani von Indianentypen ause dem zentralen Südamerika. Buenos Aires, R. Rosauer, 1904; Lorenzo Viani, Il pioniere d’Ararupe da “Il Corriere della Sera”, 29 Settembre 1935, in Il nano e la statua nera, Firenze, Vallecchi, 1943; R. Pettazzoni, In Memoria di Guido Boggiani. Roma, Centro Italiano di Studi Americani, 1941; A. Viviani, Guido Boggiani: alla scoperta del Gran Chaco, Torino, Paravia, 1951; P. Scotti, La seconda spedizione di Guido Boggiani fra i Caduvèi (1897), Genova, Libreria degli Studi, 1963; P. Scotti, In Grecia. Relazioni di viaggio, Genova, Libreria degli Studi, 1965; P. Fric e Y. Fricova, Guido Boggiani. Fotograf, Praga, Titanic, 1997, un libro di grande formato con testo in cecoslovacco, italiano, spagnolo, portoghese e inglese Casa Editrice Titanic, Praga; M. Leigheb, Lo sguardo del viaggiatore: vita e opere di Guido Boggiani, Novara, Interlinea, 1997; M. Leigheb, Maurizio, Guido Boggiani: Pittore, esplatore, etnografo. Novara, 1986; I. Bonati, Guido Boggiani: Orme nell’ignoto, Torino, Il Tucano, 2006; C. Vangelista, Un pittore etnografo e mercante: Scambi commerciali e osservazioni etnografiche di Guido Boggiani durante un viaggio tra i Caduvei, in G. Fedora e A. Guaraldo, Gli indiani d’America e l’Italia, Asti, Astilibri, 2002; F. Lamendola, Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore, Arianna Editrice, Bologna, 2007; Gabriele D’Annunzio, Guido Boggiani, Georges Hérelle, Edoardo Scarfoglio, La crociera della “Fantasia”. Diari del viaggio in Grecia e Italia Meridionale (1895), a cura di M. Cimini, Venezia, Marsilio, 2010; C. Magris, Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico, “Corriere della Sera”, 7 Agosto 2010.
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on 22 marpmSun, 25 Mar 2012 13:09:07 +0000842012 2011 at 9.41 Commenti (4)
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Megolo, 13 Febbraio 1944

«Un bel dì mi venne il fregolo/di fermarmi in quel di Megolo …»: con questi versi goliardici, l’architetto Filippo Maria Beltrami
aveva indicato il luogo – una frazioncina di Pieve Vergonte, sulla riva destra del Toce – dove la sua «banda» di ribelli sarebbe stata sterminata da reparti nazifascisti dislocati sul Cusio e nell’Ossola. Era il 13 febbraio del ’44. Con Beltrami, il Capitano, morirono dodici partigiani tra cui un ufficiale di carriera che dopo l’8 settembre aveva voltato le spalle al regio esercito italiano, Antonio Di Dio, e un ragazzotto di diciassette anni, Gaspare Pajetta, il più giovane dei rampolli Pajetta da Torino, antifascisti doc. Senza retorica, si può dire che fu uno degli episodi più eroici e strazianti della Resistenza” (Ettore Mo, in Filippo Beltrami signore dei ribelli, in “Corriere della Sera”, 24 Febbraio 2002). Per il sessantottesimo anniversario della battaglia di Megolo l’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola ha scelto di riproporre ai lettori la preziosa testimonianza di Gino Vermicelli, ritratto nella foto in alto, uno dei partigiani miracolosamente scampato all’attacco nazifascista, che all’epoca aveva 22 anni.

Il monumento ai caduti di Megolo a ricordo di Carlo Antibo, Filippo Maria Beltrami, Bassano Bressani, Aldo Carletti, Gianni Citterio, Angelo Clavena, Bortolo Creola, Antonio Di Dio, Emilio Gorla, Paolo Marino, Gaspare Pajetta, Elio Toninelli

Megolo, 13 Febbraio 1944

di Gino Vermicelli

“Verso le cinque del mattino un leggero velo di fumo comincia ad alzarsi dal paese e l’odore del castagno bruciato giunge sino alla sentinella di guardia a metà strada tra Megolo e l’accampamento. È un buon odore quello, familiare, rassicurante. Per la sentinella significa che laggiù le donne si sono alzate per accudire alla casa e al bestiame, che tutto è tranquillo, che la vita riprende come ogni giorno.

Megolo di Mezzo in Val d’Ossola. Appena sopra il paese, sulla sinistra, l’alpeggio del Cortavolo. il luogo dove si erano accampati i partigiani comandati da Filippo Maria Beltrami

In febbraio il freddo è ancora pungente un Val d’Ossola. Al mattino, poi, morde ancora di più. Alle sei la sentinella finisce il suo turno ed entra nella baita. Ravviva il fuoco, si toglie le scarpe ed avvicina alla fiamma i piedi intirizziti. Allettato da crepitio della fascina che arde, mi alzo e vado a sedermi vicino al focolare. Sono almeno quindici giorni che non ci spogliamo. Si dorme vestiti. Qualcuno si toglie le scarpe, altri no. Quelle catapecchie sopra Megolo non sono mai state costruite per essere abitate, dato che il paese è a un tiro di schioppo.

Le baite del Cortavolo: il comando, la cucina e il deposito

Qui, in mezzo ai castagni, i contadini hanno costruito casupole per riparare la legna, custodire il fieno e talvolta ritirarvi il bestiame. Ora ci siamo noi: due baite fanno da dormitorio, con una striscia di mezzo metro di largo in terra battuta per il giaciglio; altre sono il Comando, la Cucina, il Deposito. Quei nomi che sanno di logistica militare non si addicono molto a quelle baite sconnesse, ma è così.

La baita dormitorio. I partigiani vi dormivano vestiti per il freddo pungente

Per quanto tempo rimango lì, seduto su una pietra accanto al focolare? Forse un’ora, forse più. Nella baita già molti si sono svegliati, alcuni parlano e scherzano, altri riordinano la loro poca “roba”. Uno più diligente esce con il sapone ed asciugamano per andarsi al lavare al rigagnolo che scorre qualche cinquanta metri più in alto, ma torna subito pallido ed eccitato.

Il rigagnolo usato dai partigiani per lavarsi

– Ci sono i tedeschi, ci sono i tedeschi, sono qui sotto, qui sotto, vi dico!

– Sei matto?

– Il paese brucia, bruciano le case di Megolo, correte, venite e vedere!

– È vero, laggiù le case bruciano…

– Bisogna avvisare il Capitano.

– Gaspare, va a dare l’allarme al Comando. Ragazzi, fuori con le armi.

– Dove sono gli ufficiali?

– Ma fregatene delle coperte, prendi le munizioni, prendi!

Un gruppo di partigiani in postazione difensiva

Saranno passati dieci minuti? Quindici? Forse un solo minuto. Il gruppo del Comando è lì in piedi al centro dello spiazzo. Ufficiali danno ordini ad altri ufficiali. Capi squadra concretizzano gli ordini in movimenti di uomini.

– Voi a destra e voi a sinistra – Tu con la mitragliatrice nella piazzuola al centro.

Si legge, chissà perché, che in battaglia gli ordini sono come frustate. Non è vero. Filippo Beltrami distribuiva i suoi ordini come fossero raccomandazioni, magari severe. E il movimento degli uomini che obbedivano non aveva niente di marziale.

Fillippo Maria Beltrami, il Capitano. L’architetto milanese di 35 anni, originario di Cireggio, capitano di artiglieria del Regio Esercito, dopo l’Armistizio è al comando della Brigata Patrioti Valstrona nella zona di Quarna, sopra Omegna

Il distaccamento di cui il nostro gruppo faceva parte fu così destinato al fianco destro, cioè più indietro. Ma già con Gaspare e Carletti avevamo promesso di “fare vedere loro” alla prima occasione, come si combatte, non ci rassegniamo e chiediamo al Comandante di poter rimanere col gruppo più avanzato. Beltrami si consulta con Citterio (Redi), poi manda me a portare le munizioni di un fucile mitragliatore da disporre una cinquantina di metri sotto alla mitragliatrice e decide di tenere Carletti e Gaspare presso di sé.

Gaspare Pajetta, militante del PCI di ventun anni, il più giovane della nota famiglia antifascista torinese sfollata a Romagnano nel 1943, si era unito assieme ad Aldo Carletti al gruppo del Capitano con il nome di “Sergio”

Ci avviamo alla battaglia. Come si chiamasse il mio mitragliere non lo so. Non ricordo nemmeno il suo volto. Doveva avere qualche anno meno di me, cioè era un giovanissimo, non molto alto, piuttosto esile. Affrontò correndo la discesa verso la nostra postazione, portando il suo “Breda” sulla spalla destra. Io lo seguii col moschetto a tracolla e con la valigetta dei caricatori portata a mano: correvamo a perdifiato giù per il costone. Il paese era lì sotto. Grosse colonne di fumo si innalzavano dai fienili incendiati.

Megolo di Mezzo visto dal Cortavolo. Convergono verso il paese due colonne nazifasciste, da Domodossola e da Gravellona, comandate dal SS tedesco Ernst Simon. Con lui arrivano il triumviro fascista della Federazione Novarese Amedeo Belloni e i duri della periferia omegnese Poletti di Crusinallo e Possenti di Ramate. Foto di Ferruccio Rossi, http://www.in-valgrande.it

In un baleno siamo al nostro posto e guardiamo giù. Eccoli, gli uomini dai lunghi cappotti. Eccoli; elmo e cappotto, tutti uguali, grigi e massicci. Poniamo il mitragliatore sulla sua piazzuola. Siamo a un terzo della strada che divide l’accampamento al paese. I gesti dei tedeschi non ci sfuggono, ed essi, invece, non ci hanno ancora visto. Ciò è bene. Il mio mitragliere si prepara alla battaglia con frenesia, come fosse una festa. Carica l’arma, la sistema con cura e subito spara la prima breve, caratteristica raffica del “Breda”. Ecco, sulla strada sotto arriva un camion. Il ragazzo lo prende di mira. “Ta-ta-ta-tac, ta-ta-ta-tac, ta-ta-tac”. È la voce della nostra arma. “Tatatatatatatatatata”.

Un partigiano prende la mira con la mitragliatrice Breda

Sopra anche la mitragliatrice pesante comincia a conversare. Sotto i tedeschi si nascondono dietro le case. Molti si sono riuniti dietro l’argine della Rumianca. Adesso ci hanno individuati e iniziano contro di noi un fuoco infernale. Una mitragliatrice ci prende sotto tiro. I colpi si infrangono sulla roccia attorno a noi, così che questi sembrano l’eco di quelli. “Tac tac tac tac” e giù “Tatatata”. Siamo ben protetti dalla piazzuola attorniata da grossi massi. Alcune fessure per le canne delle armi e niente di più, e contro queste fessure si accanisce il fuoco nemico. Noi, pancia a terra, da quelle feritoie guardiamo giù. I tedeschi hanno cominciato l’avanzata. Stanno salendo. “Guardali, marciano a fischietto”.

I tedeschi all’attacco. Secondo le stime ufficiali erano 150 unità, ma per i partigiani e la popolazione di Megolo erano almeno 300

Guardo con occhi sbarrati. Non sembra possibile. Ad un colpo di fischietto i tedeschi di un determinato gruppo, tutti insieme, escono dal loro riparo e balzano dietro ad un altro, più in alto. Qualche secondo di sosta, ordina rauchi per disporre la direzione e poi un altro fischio ed un altro balzo. Il tempo di sparare contro quelli è minimo. Hop-là! Se non sei pronto, quello è di nuovo nascosto, ma più vicino. Fischio-balzo. Fischio-balzo. Fischio-balzo. Noi si spara, ma quasi sempre a vuoto. “Porca, porca miseria. Ce la fanno!”.

Schema delle forze in campo nella battaglia di Megolo: due plotoni tedeschi (indicati dalle frecce nere), salendo con manovra a tenaglia, a sinistra da Megolo di Fondo e a destra dal Valloncello dell’Arsa, accerchiano le forze partigiane, tenute sotto tiro intenso dal terzo plotone posto più in basso vicino alla Chiesa da Megolo di Mezzo. La lettera A indica il gruppo del Capitano Beltrami con Gianni Citterio, Antonio Di Dio, Gaspare Pajetta e Aldo Carletti. Il gruppo B è quello del tenente Fausto Testori, con Jean il Francese, Gino Vermicelli e Aldo Mori. Alla lettera C corrisponde il tenente Cesare Bettini con i suoi “carabinieri” in un totale 15-16 con tre o quattro mitragliatori e il gruppetto degli otto lodigiani

La rocca, attorno a noi, è crivellata. Al piano, dietro all’argine del canale, hanno piazzato armi pesanti, e adesso ci stanno passando a setaccio. La battaglia infuria. Loro sparano e noi spariamo. Ma loro sparano di più. Ora hanno anche mortai e cannoncini.

I tedeschi spararono verso i partigiani con mortai e cannoncini

Gli obici scoppiano sopra le nostre teste. Fumo e odore di polvere. Polvere e detriti di roccia. Sentiamo dietro di noi, più in alto, che la nostra mitragliatrice si comporta bene. Il nostro mitragliatore, invece, non va più. Tac. Spara un colpo e poi più niente. Si ricarica. Tac. Spara un colpo e basta. È sempre così con quella maledetta arma. Niente da fare.

Postazione mitragliatrice di Gino Vermicelli. Il gruppo del tenente Fausto Testori, con Jean il francese, Aldo Mori e altri coprivano la zona a sinistra del comando di Beltrami

– Torniamo su e cambiamo le munizioni – dice il mitragliere.

Tornare su è una parola. Sopra di noi è un inferno. Come fare?

– Facciamo come loro – grido – va coul sass! Un balzo e siamo dietro a un masso, più in alto.

Io corro portandomi la valigetta semivuota dietro. Ma il ragazzo deve portarsi l’arma, che è ingombrante oltremodo, anche se non funziona.

La pesante scatola di munizioni del mitragliatore Breda

Uno, due, tre, dieci balzi ed eccoci sullo spiazzo dove ha preso posizione il gruppo del Comando. Con loro vedo Gaspare. Carletti lo sento dietro ad un costone che comunica ad alta voce cosa vede sulla destra.

– Non ce la facevate più? – chiede Beltrami.

– Non spara più, quello – risponde il ragazzo.

– Smontalo un po’, sei capace, no?

Il ragazzo esita. Il fatto è che il “Breda” lo ha dovuto lasciare appena dieci metri più in giù, sotto il tiro nemico. Ma non dice niente. Sento che si muove. Poi, un lamento soffocato. Di quel ragazzo che sparò accanto a me a Megolo ora proprio non riesco a ricordare il viso. Ricordo che, avvicinandomi carponi, riuscii a vedere, una decina di metri sotto di noi, il suo corpo riverso a pochi passi da un fucile mitragliatore inceppato.

La mitragliatrice Breda modello 30 era un’arma utilizzata dai partigiani, ma si inceppava facilmente

Ora siamo piazzati laddove sbuca il sentiero ed attendiamo i primi gruppi nemici che arriveranno su. La nostra mitragliatrice spara regolarmente e anche dalle ali sentiamo la sparatoria dei nostri. Alla mia destra sentivo Carletti che, nascosto da un avallamento, non si vedeva. Egli comunicava regolarmente ciò che osservava dal suo versante, e parlava anche d’altro. Con tono scherzoso, noi si rispondeva.

– Allora Edoardo lo fai questo caffé? Tocca a te oggi.

– Andiamo a berlo in paese che lo fanno meglio…

Attendevamo l’arrivo delle prime pattuglie nemiche sul nostro pianoro, ma forse non ce l’avrebbero fatta a giungere sino a quassù. Comunque ci sentivamo abbastanza sicuri. Erano le dieci circa.

Un grido. È Carletti.

– È ferito – dice Citterio.

Beltrami allora lo chiama:

– Ascoltami, non muoverti, ascolta, cerca di raggiungerci piano piano.

– Sì, sì. Ah, il ginocchio.

Un silenzio e poi:

– Aaaaah….an…

Carletti, allora lo chiamavamo con un altro nome che non rammento più, il mio amico Carletti, il nostro compagno, morì così. Siamo in cinque lì: Filippo Beltrami, Antonio Di Dio, Gianni Citterio, Gaspare Pajetta ed io.

Gianni Citterio detto “Redi” era un giovane avvocato di Monza che aveva il ruolo di commissario politico nella Brigata di Beltrami

Non parliamo più. Attendiamo il nemico che già ci spara addosso, dunque non deve essere lontano, ma non lo vediamo. Quanti minuti siamo rimasti così? Non lo so.

Una voce mi chiama, da dietro.

È il tenente Fausto, un tenente dei bersaglieri di Crema, credo, che qui comanda un distaccamento e difende un’ala dello schieramento.

– Abbassati, Edoardo, ti stanno sparando!

Io mi ero piazzato dietro un grosso castagno. Se mi sparano lasciali sparare, pensavo. Comunque girai lo sguardo verso il tronco, sopra la mia testa, quasi per misurarne lo spessore. Maledizione, quella pianta presentava decine di fori appena sopra la mia testa, ma quei fori erano pallottola sparate da dietro, dalle mie spalle o quasi. Mi butto quasi completamente a terra e grido:

– Capitano, Capitano, ci sparano di là, da destra, sono quasi dietro di noi…. guardate questa pianta!

– Tieniti giù, stai attento.

– Sono dietro di noi, bisogna fermarli lì, bisogna…

Mi getto in una specie di solco e striscio verso il tenente Fausto, a trenta metri dietro di noi. Do un’ultima occhiata alla vecchia pianta ed è allora che vedo il Capitano, Fillippo Beltrami, che si era spostato vicino a quel castagno, cadere riverso con la lingua che gli spenzola dalla bocca.

Il grande castagno dove fu colpito il Capitano Beltrami, che morì a causa di una ferita alla gola

È una visione che è durata un istante, mentre io, col volto appoggiato al terreno, mi spostavo lungo quel solco, sento un urlo tremendo e una voce che grida:

– Redi uccidimi… Redi uccidimi.

Per lungo tempo credetti che fosse stata la voce del Capitano Beltrami, ma poi ho cominciato a dubitarne. Infatti, Beltrami fu colpito alla gola (ecco la spiegazione della lingua spenzolante) ed un uomo colpito alla gola non può gridare in quel modo.

Ecco, sono col tenente Fausto (Testori). Io sono armato di moschetto, egli, credo di ricordare, ha un’arma automatica corta.

– Dove sono quei maledetti, da dove ci sparano?

– Vengono anche gli altri? Dovete sbrigarvi.

– Il Capitano è ferito. Se non li fermiamo li ammazzano tutti.

– Come possiamo fermarli?

Guardo al riparo da un masso. Sulla nostra destra la colonna dei tedeschi ha trasformato la montagna in un formicaio. Approfittando di un avallamento avanzano, protetti dal fuoco dello schieramento di destra ed in grado di colpire alle spalle, oramai, tutti coloro che sono al centro della battaglia. È finita. Fausto, che era certamente venuto a chiedere nuovi ordini si insinua in mezzo ai massi per raggiungere il suo distaccamento sulla destra. Mi invita a seguirlo. Non so decidermi. Mi siedo dietro a una specie di muretto. Mi sento spossato. Uno strano torpore mi prende. Adesso sento freddo e sete. Le orecchie fischiano, forse ho la febbre. La sparatoria si fa più vicina, più rabbiosa, mi scuote dal torpore. Capisco subito che verso destra non passerò più. Lì i tedeschi controllano tutta la zona, ormai.

I tedeschi, con movimenti organizzati e simulatanei, presero il controllo di tutta la zona

Mi avvio dall’altra parte. Conosco quella strada. So come arrivare al bacino della Rumianca, laggiù. Cammino con passo incerto. Là in fondo degli uomini risalgono il sentiero lungo la valle. Mi scosto e mi nascondo alla meglio. Mantelli lunghi. Tutti lunghi mantelli e in testa elmetti. Sono loro, sono loro e io sono in trappola. Guardo la montagna alla mia sinistra. Qui è una roccia a picco, risalirla è pura follia, se non altro perché diventerei il centro di un tiro a segno. Ma ecco lì una specie di canalone asciutto che solca la parete, spaccandola in due. Certo, da lì salirò. Spossatezza, febbre, tremore, tutto è passato.

Il Vallone del Rio Arsa. A sinistra si intravede la mulattiera dove salirono gli assalitatori tedeschi

Salgo quel rigagnolo pietroso. Presto si trasforma nel salto di una cascata asciutta. Devo liberarmi del moschetto e arrampicarmi con l’aiuto di tutti gli arti, appiccicato alla roccia. Ma forse sono in cima. Sì, forse ci sono. Lassù non dovrebbero ancora essere arrivati. Se arrivo lassù forse sono salvo. Forza, forza, forza. Mi fermo, guardo in su, e il tremore mi riprende. Quel canalone stretto si trasforma in imbuto. Vedo i massi che ostruiscono il passo. Per passare bisognerebbe lavorare col picco per più ore. E io ho solo le mie mani. La speranza cade.

Un rigagnolo petroso verso un canalone stretto fu la via di salvezza per Gino Vermicelli

Attorno ora è quasi silenzio. La sparatoria sembra essersi spostata in alto. Sotto, niente. Ecco dunque un barlume di fiducia rinascere. Se nessuno mi ha visto risalire fin qui, forse passerò inosservato. Mi affranco alla parete, piantando solidamente in tacchi in un’anfrattuosità della roccia, con la schiena aderente al sasso, guardando giù. Sotto di me l’accampamento. Appena davanti quello che ormai fu il campo di battaglia. Giù ancora, il paese fumante con i tedeschi che circolano concitati per le strade. Dalle fessure della roccia escono ciuffi d’erba e sottile. Ne strappo alcuni per nascondere i calzettoni bianchi, altri per nascondere un po’ il viso. Attendo. Sotto sento rumori. Sassi che cadono. Gente che sale dalla mia stessa via. Io indossavo una vecchia giacca da cacciatore di fustagno marrone. Nel carniere, dietro, tenevo le munizioni del mio moschetto, alcune bombe a mano ed una minuscola rivoltella procurata non so più come. Piano piano cerco la pistola. Non c’è più. Nel carniere è rimasta solo la bomba a mano.

Il colle sopra il Cortavolo dove Vermicelli si arrampicò e si nascose alla vista del nemico

Ecco, appena l’elmetto spunterà, io gli lancerò addosso la bomba a mano. Non ho altro da fare. Adesso sono calmo, tranquillo e deciso. Con la linguetta della sicura tra i denti, aspetto. I passi si fanno vicini. Si sente anche un mormorio. Saranno a cinque metri sotto di me. Fra tre metri vedrò spuntare l’elmetto. I secondi passano. Eccolo. Non un elmetto vedo venir su, ma un berretto a peli, e sotto una faccia spaventata, con due occhi marrone chiaro, di un ragazzo giovanissimo.

– Chi siete?

– E tu?

– Sei dei nostri?

– Non si va oltre?

– No.

Il ragazzo è salito quasi vicino a e e un secondo sbuca a sua volta. È più piccolo, più tarchiato, sembra meno spaventato del primo. Controlla l’imbuto di pietra e semplicemente dice:

– Che pasticcio.

Sono ragazzi di queste zone, penso. Ecco due vite che seguiranno la sorte della mia. In me si risveglia nuovamente il senso di responsabilità. Siamo in tre, ed io credo di essee il più consapevole.

– Non muovetevi, ragazzi. Affrancatevi contro la roccia e non muovetevi. Forse potremo passarla liscia.

– Ti sei mimetizzato?

Quello dagli occhi marrone chiaro guarda i ciuffi d’erba che mi escono dal collo del maglione, e cerca anche lui di mimetizzarsi un po’. L’altro fruga nelle tasche, racimola qualche mozzicone e briciole sparse di tabacco e cartine. Senza quasi rompere la sua immobilità, adesso sta arrotolando una sigaretta.

– Non fare fuoco adesso, ragazzo, ci sparano…

– Non ci vedranno.

Accende lo zolfanello nella mano e anche il fumo viene emesso piano piano, con prudenza, onde farlo sembrare una vaga nebbiolina. Ammiro la perizia del ragazzo. Quello tira qualche boccata e passa la sigaretta all’altro che dopo un po’, come fosse dovuto, la passa a me. Alla fine torna al suo proprietario che, dopo aver fumato ancora, non getta il mozzicone, ma lo mette in tasca con la certezza che fumeremo ancora. Sotto i tedeschi stanno incendiando la baita.

Le SS, munite di taniche di benzina, appiccarono il fuoco alle baite. L’acre fumo si alzò sopra il Cortavolo e nascose Vermicelli allo sguardo dei mitraglieri

Li vediamo, agli urli degli ufficiali, correre con i bidoni di benzina. Bruciano il fieno e un fumo acre si leva alto nel cielo. Quel fumo che ci investe è un dono per noi. Noi siamo all’ombra, abbarbicati ad una parete esposta a nord, e quel fumo rende ancora più confusi i contorni del nostro rifugio. Guardiamo silenziosi, immobili, abbastanza tranquilli. Quelli sotto urlano.

– Schalf – schlaf – schlaf.

Cosa diranno, perché urlano così?

Adesso uno guarda verso di noi. Si è proprio fermato.

Un soldato tedesco si fermò a guardare verso il punto in cui stava immobile Vermicelli

Guarda in su, chiama un altro e ci indica col dito. Un terzo, che passa con un bidone, si ferma pure a guardare. Arriva un ufficiale. Ha un cannocchiale. Guarda su col cannocchiale. Guarda su col cannocchiale.

– Fermi, non muovetevi – mormoro io. O almeno credo di mormorare perché non so se la parola è uscita dalla mia bocca asciutta. L’ufficiale dà gli ordini. Arriva un soldato senza cappotto con un fucile mitragliatore. Lo piazza con la canna rivolta verso di noi, appoggiato ad un muretto. Ed ecco che vedo quello della sigaretta muoversi piano piano, e togliersi dalla tasca una carta e poi piano piano infilarla in una fessura della roccia.

– Cosa fai? – (non riconosco la mia voce).

– Quelli poi ammazzano mia sorella. La sospettano già.

Egli parla con voce normale. Sa di morire e vuole salvare i suoi nascondendo i suoi documenti d’identità. Ecco che il tedesco senza cappotto ci prende di mira. Io chiudo gli occhi ma poi non riesco a non guardare. Guardo, guardo, guardo la mitragliatrice. Ed ecco che sentii i nostri respiri. Non avevo notato. Su – giù…

– Tatatatatatatatata.

I tedeschi mirarono verso la montagna dove si era rigfugiato Vermicelli, ma non lo colpirono

Hanno sparato. Io sono qui. Per la mia posizione mi avrebbero dovuto colpire al basso ventre. Non sento dolore. Gli altri? Non si muovono. Siamo fermi, siamo vivi, gi altri forse feriti, io no. Quello piccolo parla per primo:

– Non ci hanno beccati, forse non ci vedono bene.

– Fermi, ragazzi, fermi. Adesso fermi. Forse possiamo farla franca.

Cerco di dare un tono sicuro alla mia voce e con sorpresa ci riesco. Sotto sono ormai una dozzina a guardare in su. Ma ecco che arriva uno con un cappotto e si mette ad urlare con voce rauca:

– Schalft – schlaft – schlaft.

Io non so il tedesco e così ricordo che gridava.

Sulla destra del gruppo di Beltrami c’era la baita presidiata dal tenente Bettini, che con i suoi sedici uomini si trovarono dietro la colonna tedesca e si ritirarono compatti sulla montagna

Il gruppo si scioglie. La mitragliatrice rimane sola, sul muretto, puntata verso di noi. E noi, stiamo lì, fermi come statue. Non del tutto perché quello più piccolo e tarchiato sta frugando piano piano nelle tasche per ritrovare cicche e resti di tabacco onde arrotolare una nuova sigaretta. Alcune ore siamo rimasti lì. Il mitragliere poi venne a ritirare la sua arma, ma guardingo, sospettoso, guardando in su, pieno di diffidenza. Mentre gli ultimi scendono a valle, i primi arrivati al paese venivano inquadrati e fatti sfilare. Armati fino ai denti, agguerriti, disciplinati, spietati, sulla strada terrosa di Megolo quelli marciavano al passo di parata.

I soldati tedeschi si ritirarono dopo la carneficina

Ancora una volta avevano vinto. Quello della sigaretta si lascia sfuggire un’esclamazione:

– Adess si che saria bell!

– Che?

– Avere una mitragliatrice…

Ora sentiamo i cani abbaiare. È pomeriggio tardi. Cosa sarà? Sentiamo gridare in dialetto. Sono civili. Scendiamo, ognuno di noi chiede particolari. Così sappiamo che lì, sul pianoro, sono stati ritrovati i cadaveri di vari partigiani. Il Capitano è tra questi, mi dicono subito, poi c’è uno con la barba rossa (Di Dio) e uno grande con i pantaloni alla cavallerizza (Citterio) ed altri ancora.

Antonio Di Dio morì a 20 anni a Megolo. L’otto settembre si trovava nel carcere di Parma. Dopo essere riuscito ad evadere aveva raggiunto il fratello Alfredo in Val Strona

E io a chiedere di un ragazzo giovanissimo, imberbe, alto, snello, biondo. Sembra che non ci sia tra i cadaveri, ma poi un altro contadino mi descrive un altro caduto.

– Lo hanno portato giù subito quello – dice.

Non vi è dubbio, è lui, anche Gaspare Pajetta è morto oggi. Guardo i miei nuovi compagni.

– Io conosco Moscatelli. Venite con me in Valsesia, ragazzi?

– Davvero lo conosci?

– Certo. Venite.

Le ripide montagne sopra Megolo verso la Val Strona

I due si scambiano un’occhiata. Mi avviso verso il bacino di Rumianca. Essi mi sono dietro, con passo sicuro. Ormai è quasi buio. Il fuoco divora il bosco lungo il torrente e ci illumina la strada. Era il tredici febbraio del millenovecentoquarantaquattro”.

Gino Vermicelli aveva adottato il nome di battaglia “Edoardo”. Dopo la battaglia di Megolo divenne commissario politico del Distaccamento “Beltrami”, poi della Brigata “Rocco” e, infine, della Divisione Garibaldi “Redi”, dispiegata in Val d’Ossola

Da: Gino Vermicelli, Megolo, 13 Febbraio 1944, in “Il Calendario del Popolo”, 1951.

In apertura: Gino Vermicelli nel 1945 nella foto del tesserino parmigiano.

Le foto a colori sono di Marco Casali e Giovanni Fasoli Comunikarti, salvo altrimenti indicato. Si ringrazia Vincenzo Progida.

Scarica qui il pdf del testo: Megolo, 13 Febbraio 1944

Bibliografia: P. Secchia, C. Moscatelli, Il Monterosa è sceso a Milano. La resistenza nel biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Einaudi, Einaudi, 1958; M. Begozzi, Il signore dei ribelli, Anzola d’Ossola, Isrn, 1991; P. Bologna, La battaglia di Megolo, Comune di Pieve Vergonte, 2007; G. Gadola Beltrami, Il Capitano, Milano, Lampi di Stampa, 2003

Link: La pagina dedicata alla battaglia di Megolo nel sito dell’Istituto Storico della Resistenza Piero Fornara di Novara: La battaglia di Megolo; la pagina sulla battaglia nel sito dell’Anpi Anpi Megolo; F. Colombara, Il fascino del leggendario. Moscatelli e Beltrami: Miti Resistenti.
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Appunti partigiani

on 22 febpmThu, 23 Feb 2012 21:46:56 +0000532012 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: “Breda”, “Cino”, “Ciro”, “Edoardo”, “Redi”, 13 Febbraio 1944, 2012, Aldo Carletti, Alfredo Di Dio, Amedeo Belloni, Angelo Clavena, Anniversario, Antonio Di Dio, archivio iconografico, Arma, Armi, Attacco, Baita, Balzo, Bartolomeo Creola, Battaglia di Megolo, Bomba a mano, bressani, Brigata Patrioti Valstrona, Bruciare, Cadaveri, Cannocchiale, Capitano, Capitano Beltrami, Cappotto, carletti, Carlo Antibo, Carniere, Castagni, Castagno, Cippo, Cireggio, citterio, Cortavolo, divisa, Elio Toninelli., Elmetto, Emilio Gorla, Eraldo Gastone, Erba, Ernst Simon, Esercito, Febbre, Fieno, Filippo Beltrami, Filippo Maria Beltrami, Fischietto, freddo, Fumo, Fuoco, gaspare, Gaspare Pajetta, Gianni Citterio, Gino Vermicelli, Giovane, Giovanni Bressani Bassano, inverno, Libera, Liberazione, Lotta, Mantello, Marco Casali, Megolo, Mimetizzarsi, Mitraglaitrice, Moscatelli, Munizioni, Nascondiglio, Nazifascista. Battaglia, Nome di battaglia, Obice, Omegna, Omicidio, Ossola, Paola Vozza, Paolo Marino, Partigiani, Pattuglia, Paura, Pericolo, photo editor, Poletti, Quaranta giorni, Quaranta giorni di libertà, Quarna, Ragazzo, Repubblica, Resistenza, Ricordo, Rifugio, Rivoltella, Rufugio, Rumianca, Salvezza, Sasso, Sigaretta, Sparatoria, Spossatezza, SS, Strage, Strategia, Superstite, Tedeschi, Tremore, Ufficiale, Val d’Ossola, Valsesia, Verbano Cusio Ossola, vermicelli, Vincenzo Moscatelli
Caccia al tesoro

L’Archivio Iconografico riceve volentieri immagini dai lettori relative al Verbano Cusio Ossola. I cassetti dei vecchi scrittoi e le soffitte polverose conservano per anni fotografie di gruppo, cartoline, vecchi giornali e misteriosi documenti, scartoffie solo apparentemente insignificanti, capaci di raccontare vicende lontane, di illustrare come eravamo. Il dagherrotipo della trisavola in costume tradizionale, una scampagnata estiva, il matrimonio dei nonni, la carte de visite dello zio emigrato, la foto di classe, l’istantanea a colori della nuova auto o la lettera intestata della fabbrica di famiglia: sono tutte fonti che contribuiscono a illustrare la vita e la cultura di una zona geografica. Voi cercate e noi racconteremo la vostra storia.
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on 22 febpmSat, 18 Feb 2012 16:40:07 +0000482012 2011 at 9.41 Lascia un commento
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L’acqua “ardente” di Bognanco

Si festeggerà nel 2013 il centocinquantesimo anniversario dell’acqua di Bognanco. Fu infatti nel 1863 che una pastorella di Prestino, un piccolo paese della Valle, si fermò a bere presso una polla d’acqua che nasceva da una roccia, sulla riva del torrente Bogna. Trovò che l’acqua aveva un sapore strano, quasi pizzicava e pareva “ardere”. Secondo alcuni la ragazza si chiamava Felicita Pellanda, secondo altre era invece Anna Maria Possetti. Al suo ritorno, raccontò la vicenda al proprietario del fondo, tale Giovanni Pellanda, che non le diede troppo peso, ma raccontò l’accaduto al parroco del paese, Don Fedele Tichelli, un appassionato naturalista. Il prete si incuriosì. Pensò che potesse trattarsi di una fonte ricca di sali ferruginosi e, giunto sul luogo, la sua ipotesi fu confermata dalla presenza di tipici depositi rossi e giallastri. Il proprietario del fondo aveva sempre pensato che l’acqua non fosse “marcia”, proprio per le tracce che lasciava sulla roccia.

Il parroco, avendo intuito l’importanza della scoperta, cercò dei soci e chiese al chimico H. Brauns di Sion, di analizzare l’acqua. Il primo dicembre del 1863 lo scienziato svizzero riconobbe la peculiare composizione dell’acqua. Allora i centri abitati erano semplici grupi di case che si chiamavano Al Ponte e Prestino. Don Tichelli acquistò per 40 lire austriache il campo e la fonte dal Pellanda, con il progetto di sfuttare la sorgente, ribattezzata Luigia. Sei anni dopo l’ossolano Dottor Albasini scrisse che l’acqua poteva avere proprietà terapeutiche. L’acqua venne commercializzata con il nome di Acqua gazosa di Bognanco e prodotte dalla Tichelli & C., il nome della società fondata, assieme ad altri soci, dall’industrioso sacerdote.

Una vista delle cime che circondano la Val Bognanco dal fondovalle. A sinistra il Pizzo d’Andolla, al centro la cima Weissmies (schiuma bianca) con i suoi 4.023 metri e, a destra, il Pizzo Straciugo

I clienti erano soprattutto a Domodossola, dove le bottiglie arrivavano tramite un certo Juva di Vagna, che la trasportava da Prestino con la gerla. Guadagnava due soldi per ogni bottiglia, ma il committente doveva procurare il turacciolo. Tra i primi assaggiatori c’erano, in città, i frequentatori degli Stabilimenti Bagni Albasini, conosciuti anche come Il Pechino, che si trovavano al posto dell’attuale ospedale San Biagio. Non tutte le bottiglie arrivavano in buono stato. A causa dei movimenti e della naturale effervervescenza alcune scoppiavano lungo la strada! Im seguito, i Borgnis, rimasti gli unici azionisti della società, desideravano liquidarla, ritenendo impossibile risolvere il problema dell’imbottigliamento e del trasporto a valle.

La Villa del Senatore Gaspare Cavallini a Solcio di Lesa sul Lago Maggiore

La notizia dell’acqua gazosa era arrivata fino a Solcio di Lesa, sul Lago Maggiore, dove il senatore di origine pavese Gaspare Cavallini possedeva una bellissima villa. Nella casa, arredata con mobili di pregio in sale affrescate, viveva, oltre a una muta di cani di razza amatissimi dal senatore, anche il figlio Emilio, avvocato, che soffriva di fastidiosi e continui disturbi di natura gastrica e intestinale. Il giovane, malgrado i consulti con svariati medici, non riusciva a trovare uan cura risolutiva. Perché non provare l’acqua gazosa di Bognanco? L’avvocato partì nel 1890. Il viaggio fu confortevole, grazie alla nuova carrozzabile, costruita tra i 1885 e il 1881 su progetto dell’ingegner Giorgio Stiglio, incaricato dal consorzio dei cinque comuni di Domodossola, Vagna, Monteossolano, Bognanco Fuori e Bognanco Dentro.

Il paese di Prestino e, in alto, le case di San Lorenzo. La Val Bognanco, famosa per i torrenti e le cascate, è diventata meta preferita dagli appasisonati di canoa e rafting

Cavallini giunse alle case di Ponte, una manciata di edifici incassati nella valle, dove alloggiò nella modesta osteria del vecchio Pianezzi. Alla mattina del giorno dopo iniziò a bere a ore prestabilite l’acqua gazosa simile alla grappa. Cavallini notò subito un notevole beneficio e intuì le potenzialità curative dell’acqua ferruginosa. Forte di un sostanzioso patrimonio e di un buon intuito imprenditoriale il Cavallini acquistò la fonte e alcuni terreni vicini per cercare altre fonti. Dopo due anni di scavi scovò nel 1892 una polla, non lontano dalla fonte Luigia. La battezzò Adelaide, per omaggiare la sorella.

Un gruppo di persone si riposa all’ombra della tettoia vicino alle sorgenti Luigia e Adelaide. Quest’ultima era stata scoperta da Emilio Cavallini nel 1892

Verso la fine dell’anno trovò un’altra sorgente e, per ringraziare anche il patrono di Bognanco, la registrò con il nome di San Lorenzo. Emilio, con il suo milieu e le sue conoscenze, invitò a Bognanco illustri personaggi e progettò un moderno centro termale con Kurhaus, luogo di accoglienza per i visitatori. Venne disegnato un parco, prevalentemente di conifere ingentilite da cespugli di ortensie, che racchiudesse al suo interno la cascata Claudia, formata dalle impetuose acque del torrente Bogna. All’inaugurazione del centro termale sono presenti il clinico Augusto Murri da Bologna, Paolo Mantegazza e i senatori Porro e Verga, il piemontese Antonio Carle e l’illustre Dottor Luigi Mangiagalli.

Un’antica cartolina raffigurante il Kurhaus fondato da Emilio Cavallini

Il 20 Ottobre del 1906 si costituì Milano la società anonima per azioni Acque e Terme di Bognanco, con sede sociale in via Meravigli 7. Gli obiettivi erano l’espansione di Bognanco come centro termale e lo sfruttamento industriale delle acque minerali. Il capitale sociale era di seicentomila lire, diviso in seimila azioni, divise tra la Banca Bergamasca con 1950 azioni, l’avvocato Cavallini con 1500 e le restanti 2570 di altre cinque soci.

Gli stabilimenti di Bognanco in una cartolina dei primi anni del Novecento

Al primo consiglio di amministrazione c’erano il presidente, l’ingegnere tedesco Eraldo Krumm, il vicepresindente ragioniere Carlo Zanchi, oltre a Teodoro Koelliker, il dottor Giuseppe Magnetti e Giuseppe Zanchi, consigliere delegato dalla Banca. La ditta fu presentata ufficialmente all’Esposizione Universale di Milano del 1906. Sei anni dopo a Montecitorio si beveva già l’acqua ossolana.

Era in stile “alpino” il chiosco delle acque minerali di Bognanco all’Espozione Universale del 1906

Grazie all’impegno della Società si diffuse la fama di Bognanco, aumentarono gli alberghi e i visitatori, soprattutto negli anni Venti e Trenta. Fu inuagurato in quell’epoca l’imponente Grand Hotel Milano. Il nome Acque di Bognanco arrivò anche in America, come dimostra la bottiglia con l’etichetta inglese che si conserva ancora oggi nello stabilimento. Il nuovo Padiglione Rubino fu inaugurato alla presenza di membri della famiglia reale. Venne anche scavata una grotta, tutt’ora visitabile tra stalattiti e stalagmiti, per raggiungere la sorgente della fonte Ausonia. La direzione sanitaria fu affidata al Dottor Carlo Angela, docente all’Università degli Studi, la prima persona che codificò le proprietà curative delle acque. Il figlio Piero, che sarebbe poi diventato il più famoso divulgatore scientifico della televisione italiana, andava a scuola a Bognanco e imparò a suonare il pianoforte nel Padiglione Rubino. Uno straordinario documentario sulle Terme negli anni Trenta è conservato Nell’Archivio dell’Istituto Luce. Per vederlo cliccare qui: Le terme di Bognanco

L’entrata alle fonti di Bognanco negli anni Trenta

Il Padiglione delle Terme sul fiume Bogna

La peculiare posizione del Padiglione sul fiume consentiva agli ospiti delle terme di passeggiare sul ponte e rinfrescarsi durante i mesi più caldi

I frequentatori delle terme in una cartolina degli anni Trenta

L’interno del Padiglione in una foto “dal vero”, come è specificato nella didascalia

La distribuzione dell’acqua San Lorenzo. In primo piano un curioso porte enfant

Le terme furono costruite intorno a un parco di conifere

Il parco delle terme era punteggiato di fontanelle

Il Padiglione Rubino in una cartolina degli anni Trenta

Foto di gruppo davanti all’imponente Grand Hotel Milano

Per il divertimento degli ospiti c’è anche la grotta visitabile della sorgente Ausonia

Al centro il Padiglione Musso sul torrente Bogna

La prima macchina automatica per l’imbottigliamento attiva dal 1928

Una pubblicità dell’acqua Ausonia nel quartiere di Little Italy a New York

Un gruppo in posa davanti al Padiglione nel 1932

Negli anni Cinquanta il cavaliere del lavoro piemontese Crescentino Rampone contribuì al successo delle terme, promuovendo la realizzazione di infrastrutture, come il cinema teatro, un bocciodromo, un parcheggio su due livelli e un nuova fabbrica per l’imbottigliamento, ricavata da un’area creata ex novo con la copertura di un tratto del torrente Bogna. Inoltre Rampone, con la collaborazione dell’ingegnere Marcello Bologna, rinnovò l’ingresso al parco, il salone della fonte San Lorenzo e i servizi igienici. Nel 1954 fece la prima salita la funivia tra Bognanco Fonti e il paese di San Lorenzo, amato dagli escursionisti. Le terme erano frequentatissime.

L’esterno del Nuovo Cinema Teatro Terme

L’ampia sala nel Nuovo Cinema Teatro Terme

Il Bar del Cinema Teatro con l’immancabile fontanella in primo piano

La stazione della funivia di Bognanco Fonti

La stazione di arrivo della funivia a San Lorenzo

Il piazzale della fonti con due bambini a passeggio

Il nuovo ingresso alle fonti costruito nel dopoguerra

Lo stabilimento della società per l’imbottigliamento delle acque

L’ambiente, allegro e spensierato, favoriva il riposo e gli incontri galanti. In paese non mancava nulla. Felice Lunardi, che negli anni Cinquanta era impiegato come tuttofare in un albergo del centro, ricorda la bella e indimenicabile stagione trascorsa a Bognanco in Bognanco, tu Bognanco. Così suonava, infatti, un ritornello pubblicitario degli anni Cinquanta: Bognanco tu Bognanco, rifugio sei del cittadino stanco, e l’acque tue, per vie non conosciute, ridanno nuova giovinezza al cuor. Il nome tuo vuol dire, campar cent’anni e forse non morire, perché tu rendi a tutti la salute, che della vita è l’unico tesor.

Il Padiglione San Lorenzo sul Bogna; il ponticello è coperto da una tenda per il sole

L’ombroso giardino attorno al Padiglione Rubino

Negli anni Sessanta il turismo venne promosso anche con l’offerta di pacchetti completi. A prezzi bloccati il turista può trascorrere otto giorni a Bognanco, ottenendo diverse prestazioni complementari: una visita medica, un viaggio in funivia a San Lorenzo, il libero accesso a cinema e campi da gioco. E prima di tornare a casa riceverà anche un omaggio-souvenir. Dopo una serie di passaggi di proprietà dal dopoguerra, dal 2003 l’amministratore unico della società è l’imprenditore greco Harlabos Melenos, che ha rilanciato sia la produzione che il centro termale, dotato di piscina riscaldata a 32 C°, centro medico ed estetico. La stagione inizia a metà maggio e arriva sino ad ottobre. Oggi sono prodotte e distribuite acque minerali con diverse proprietà curative e indicazioni terapeutiche. La San Lorenzo, una minerale naturale, ricca di magnesio e adatta agli sportivi; l’Ausonia, effervescente naturale che favorisce i processi digestivi; la Gaudenziana, una fonte scoperta di recente, aiuta a prevenire le infiammazioni delle vie urinarie e la formazione di calcoli renali; la Lindos, utile per il ripristino dei sali minerali. Nel 2013 saranno trascorsi centocinquant’anni dalla casuale, ma fortunata scoperta della sorgente Luigia. L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola festeggia con una raccolta di immagini sulle terme e sul paese di Bognanco. Un percorso à rebours attraverso l’osservazione di tantissime cartoline e documenti d’epoca. Buon compleanno acqua “ardente”!

La pubblicità di Bognanco firmata da Osvaldo Ballerio negli anni Trenta

In apertura: una cartolina colorata della sorgente San Lorenzo a Bognanco.

Il Grand Hotel Milano è stato demolito nel 2009. Potete vedere il video cliccando qui: Demolizione Grand Hotel Milano a Bognanco. Al posto dell’albergo è stato costruito un centro polifunzionale.

Nell’Archivio Immagini su Flickr troverete moltissime altre immagini sulle terme di Bognanco, gli alberghi, il paese e i dintorni. Basta cliccare qu: L’acqua “ardente” di Bognanco. Raccolta di immagini

Scarica qui il pdf dell’articolo: L’acqua “ardente” di Bognanco

Bibliografia: Paolo Bologna, Il Paese delle cento cascate, guida-zibaldone per il turista, il curioso, il valligiano, Bresso, 1976.

Link: Il sito della Val Bognanco con le informazioni sulle terme e il sito della Acqua di Bognanco
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on 22 febpmThu, 02 Feb 2012 12:15:22 +0000322012 2011 at 9.41 Lascia un commento
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Gli anni di Corconio

di Mario Soldati. Il racconto fu pubblicato su “Lo Strona”, n. 1/1979.

Cinque mesi già ci dividono dalla scomparsa di Mario Bonfantini: per noi suoi vecchi amici, dal 23 novembre è come se il tempo – il tacito, infinito andare del tempo – avesse subìto una spaventosa accelerazione. Eppure, in questi cinque mesi, sono stato con lui, vicino a lui, leggendolo, pensandolo, molto più lungamente e affettuosamente che non, aihmé, negli ultimi sette anni, per lui così difficili, dopo la morte di sua moglie Mary. La vita ha di queste crudeltà: lui, col suo coraggio stendhaliano, non se le era mai nascoste. Insieme al Baudelaire (1928) e Un salto nel buio (1959) ho riletto un altro dei suoi libri più belli: appunto Stendhal e il realismo (1958). “Voir clair et loin”, diceva Stendhal con un’espressione citata più volte da Bonfantini. E a me sembra oggi, dopo queste riletture, di vedere per la prima volta “chiaro e lontano” il momento più importante della nostra amicizia e forse anche della sua e della mia vita: un lungo momento magico, tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936, quando il destino ci appaiò, ci assecondò nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta: quell’autoconfino rigeneratore, quel delizioso paradiso perduto e ritrovato che accogliendo lui e me, Mario il vecchio e Mario il giovane, ci salvò in extremis da strazianti, estenuanti, storte vicende sentimentali e restiutuì all’uno e l’altro al suo vero se stesso. Fa bisogni di dire che recuperammo allora, e conservammo poi per sempre, il senso della realtà, della bellezza della vita?

Il dazio vecchio e via XX Settembre a Novara

Verso i primi di settembre del 1934 mi trovavo a Nizza, più morto che vivo. Cercai rifugio una notte a Juan-Les-Pines, da Giacomo, che era ugualmente amico a Mario e me. Il giorno dopo partii per Novara. Mario sapeva ogni cosa. Avvertito adesso da un telegramma, mi aveva preparato una sistemazione provvisoria. Alloggiai per tutto il mese in un piccolo albergo del centro. Prendevo i pasti in casa Bonfantini, via XX Settembre 6, con Mario e con i suoi, il papà, la mamma, la sorella Vera, i tre fratelli Corrado, Sergio, Cino. E quello straordinario calore famigliare, l’allegria, l’intelligenza, la generosità di tutti loro insieme rapidamente mi rimisero al mondo. Proprio in quegli stessi giorni anche Mario, come me, era riuscito a troncare una relazione che altrimenti sarebbe stata catastrofica. La ragazza viveva a Novara e lui perciò aveva deciso di allontanarsi. Una casa editrice di Firenze gli aveva promesso di assumerlo, ma purtroppo non si sapeva per quando, e il suo lavoro, intanto, era sempre a Novara, lezioni private. Non iscritto al partito, non poteva insegnare nelle scuole, neanche come supplente.

Dopo un soggiorno in America Mario Soldati fu assunto alla Cines di Roma nel 1931. Per l’insuccesso di “Acciaio” nel 1933, tratto da un soggetto di Luigi Pirandello e diretto da Walter Ruttman, Soldati viene licenziato e si rifugia a casa dell’amico Mario Bonfantini a Novara

Quanto a me, da mesi avevo perso il mio impiego alla Cines, lasciato Roma, pressoché consumato gli ultimi risparmi: il solo modo, ormai, per risolvere la crisi, era quello di ritirarmi in qualche posticino di campagna dove mi fosse stato possibile vivere coi pochi soldi dei pochi articoli che riuscivo a collocare. Nell’attesa di essere chiamato a Firenze – si parlava di febbraio, di marzo – Mario allora pensò di rinunciare alle lezioni, intaccare a sua volta i modesti risparmi, e ritirarsi con me in un villaggio sul Vergante del Lago Maggiore o sul Vergante del Lago d’Orta: una camera a due letti sarebbe andata benissimo, così avremmo speso meno. Per uno di quei fortunati sincronismi che a volte decidono di un’intera vita, i nostri due destini coincidevano: non restava che partire. Com’era dolce, intanto, anche quell’attesa a Novara!

Lo scrittore Mario Bonfantini in una foto conservata all’Istituto Storico della Resistenza di Novara “Piero Fornara”. Durante la Resistenza, una decina anni dopo l’autoesilio a Corconio con Soldati, fu arrestato e deportato. Il 22 Giugno del 1944 si salvò gettandosi fuori dal vagone piombato che lo avrebbe portato in un campo di sterminio tedesco. Nell’autunno del 1944 fu uno degli organizzatori della Repubblica dell’Ossola. Bonfantini raccontò la sua esperienza di vita vissuta nel romanzo “Un salto nel buio”, edito da Feltrinelli nel 1959

Com’erano divertenti, affascinanti, pieni di una speranza che non temeva delusione, gli stessi progetti che facevamo studiando il migliore metodo per la ricerca dell’agognato eremo, consultando le carte geografiche tra l’Agogna e il Ticino, tra l’Orta e il Maggiore, e discutendone a mezzogiorno e alla sera con tutta la famiglia Bonfantini intorno alla grande tavola dopo mangiato. E i motti, gli scherzi, le allusioni che dubitavano della nostra buona volontà, le battute ironiche, spietate, perfino aspre e tuttavia affettuose e augurali, che ci assediavano, assaltavano, e che noi due impavidamente respingevamo! … Ah, qu’on était jeunes alos! Infine, i preparativi del viaggio. Mario aveva la sua bicicletta. Io ne affittai una usata. I porta pacchi per la poca biancheria e i pochi libri. Tutto il resto, quando avremmo potuto dare il nostro definitivo indirizzo, ci sarebbe arrivato per ferrovia o portato su da qualche amico di Novara che possedeva un automobile.

I due “Mari”, Bonfantini e Soldati, partirono ai primi di Ottobre in bicicletta per il Vergante

Non dimenticherò mai, come uno dei momenti più felici della mia esistenza, quel pomeriggio dei primi di ottobre – sono quasi sicuro che era il due o il tre – quando Mario e io riuscimmo finalmente a partire. Filavamo appaiati sull’asfalto deserto di un lunghissimo rettilineo, nell’aria fresca, nella chiara ombra delle alte cortine dei pioppi. La strada in continua, regolare, lieve salita sembrava fatta apposta per sfidare i nostri garretti: provavamo il piacere di mantenere, con uno sforzo sensibile ma assolutamente indolore, una velocità quasi da professionisti. Dopo circa cinque chilometri di quel rettilineo, appariva a sinistra, di là dai pioppi, su un breve dosso, un paesetto. Cva”Vedi quelle case?” grida Mario, “Cavagliano! Cavajàn! Cavajàn cunt’ i bal in man!” e ride come un matto, senza rallentare. Rido anch’io: “Cunt’ i bal in man! Ma perché?”. “Va a sapere perché! Mio padre dice che è una vecchia espressione popolare dei novaresi. La spiegazione è semplice. La gente di città, di qualunque città, ha sempre una di queste trovate per affermare la propria superiorità sugli abitanti dei piccoli borghi appena fuori…”.

Subito dopo Cavagliano i due ciclisti attraversano Bellinzago o “Vransagh”

Il rettilineo continuava per altri cinque chilometri, si entrava in un paese un po’ più grosso. Leggo a alta voce il cartello: “Bellinzago”. “Vransagh!”, grida Mario, “si dice Vransagh!”. “Vransagh!” ripeto con entusiasmo. E così, poco dopo, arrivando a Oleggio. “Ulécc!” “Ulécc!”. La strada, uscendo da Oleggio, cominciava a salire più sensibilmente e, dolcemente, a serpeggiare. Marano Ticino. Varallo Pombia. “Il Ticino è là, Porto Varallo Pombia … In dieci minuti ci siamo, quasi quasi vale la pena di andare, tu non l’hai mai visto, è un posto meraviglioso!”.

La stazione di Varallo Pombia Porto sul fiume Ticino

Ma lui stesso si rialza sul manubrio, toglie dal taschino del gilé l’orologio e decide per primo che è meglio di no. Dobbiamo arrivare ancora di giorno nel posto dove pernotteremo, questo è il programma. Non bisogna perdere tempo. Abbiamo la speranza, addirittura la fiducia, di trovare subito, quella sera stessa, il luogo ideale dove ci stabiliremo per passare l’inverno. “Vedrai! Una volta ad Arona, tiriamo su. Mercurago, Oleggio Castello, Dagnente … Dagnente, il paese di Cavallotti… poi Ghevio, Pisano, Fosseno…”.

Uno scorcio di Pisano, il paese che i due viaggiatori traversano prima di arrivare a Ghevio

Prima di arivare a Ghevio Bonfantini e Soldati passano da Fosseno

Sapevamo ormai tutti quei nomi a memoria, tanto avevamo studiato le carte. Ragionandoci su, a poco a poco eravamo giunti alla conclusione cha andava bene soltanto un paese a mezza costa, piccolo, piccolissimo, alto centocinquanta, duecento, trecento metri sulla strada principale del lungolago, e abbastanza lontano, perciò, dai costosi centri turistici e dalle loro distrazioni, ma … ma, assolutamente, con la vista del lago dalla finestra della nostra camera. Doveva, anche, essere una bella vista. Su questo, fino dal principio, ci eravamo fissato senza esitazioni. Una vista magnifica era indispensabile.

Alla fine del primo giorno di viaggio i due Mari si fermano a Ghevio per mangiare all’osteria

Dopo molte piccole fermate, arrivammo a Ghevio. Troviamo un’osteria, non da dormire. Il sole tramontava tutto quello che avevamo visto fino allora non andava bene, e i chilometri ci avevano messo fame. Contrariamente al programma, decidemmo di cenare lì e poi di continuare fino a Nebbiuno, dove c’è un bell’alberghetto che dovrebbe fare per noi: almeno così ci assicurano all’osteria di Ghevio, l’oste e alcuni avventori. Nebbiuno. Nebbiuno. Era il nome che ci affascinava. Neanche avevamo in programma una gran mangiata e una gran bevuta, ma a poco a poco, parlando senza posa, ci siamo abbandonato e il guaio è che ce ne rendiamo conto solo a notte alta, all’ultimo momento, quando ormai è troppo tardi, quando alzandoci da tavola sentiamo che la testa ci gira leggermente. Non importa! In sella! Bisogna correre! Bisogna arrivare a Nebbiuno prima che chiudano l’albergo! La sola alternativa a un sonno che assolutamente non possiamo concederci. il solo rimedio è appunto questo: l’aria fresca, un po’ di moto, una bella sgroppata fino a Nebbiuno. In sella! La bicicletta di Mario ha un bel faro a acetilene. La mia, appena il tremulo, oscillante barlume di una lampadina collegata a una rotellina che sfrega contro il pneumatico anteriore. Bisognava correre.

Alcune persone in posa all’entrata del paese di Nebbiuno

Andavo avanti io e Mario mi seguiva: con l’acetilene arrivava a fare luce anche a me. La strada è di terra, e ora sale e scende attraverso frutteti, campi, boscaglie – ora svolta stretta tra case, ville, mura di vecchi giardini – ora fila via libera, su brevi tratti diritti e terrazzati, che un basso parapetto difende da invisibili sottostanti pendii, precipiti verso il lago lontano. Era soltanto in questi tratti che si poteva correre un po’ e verso la fine, prima di arrivare a Nebbiuno, ne ricordo uno decisamente più diritto e più lungo, che si sdoppiava, si divideva in due: nella strada vera e propria, che continuava a sinistra, e in un viale, a destra, verso il lago. Invece del solito parapetto, una fila di alberi difendeva il viale dal precipizio, e lo divideva alla strada una fila di grossi paracarri, massicci piloni di granito assai simili a bitte per l’ormeggiamento delle barche, su una banchina o un molo. Ricordo, mi lanciai in questo viale, partii in volta tra la fila degli alberi e la fila dei piloni. Mi tenevo piuttosto dalla parte dei piloni perché gli alberi, scuri tronchi di gelsi e di acacie, non si distinguevano dal buio precipizio contro cui erano schierati, mentre i piloni – anche se urtarne, grattarne uno con la pedivella, a quella velocità, si poteva morire – i piloni li vedevo benissimo, erano così grossi, chiari, facilmente evitabili! Pare che mi ingannassi. Pare che la mia orgogliosa volata finale abbia avuto, in realtà, un altro svolgimento. “Ma lo sai che sei un bel matto?!”, gridò Mario saltando giù dalla bicicletta nella fascia di luce che proiettava sulla strada l’ingresso ancora aperto dell’alberghetto di Nebbiuno. Si asciugava il sudore, rideva ma era anche arrabbiato. “Io matto? Perché?” “Non hai visto i piloni? Dì la verità, non li vedevi, eh?”. Protestai che, anzi, ero stato attentissimo a evitarli. “Non è possibile!”. “Ma sì, te lo giuro!”.

L’edificio dell’Albergo Ristorante Tre Laghi a Nebbiuno in una cartolina degli anni Sessanta. L’edificio in cui sono stati ospiti Bonfantini e Soldati nel 1934 era probabilmente diverso

Entriamo in albergo, chiediamo una camera, lasciamo le biciclette nell’atrio, saliamo su: intanto continua la discussione sui paracarri. “Stavi attento a evitarli, ma li evitavi per caso!” “Come, per caso?!” “Sì, puro caso, e io l’avevo capito subito. Non li vede, mi sono detto. Non li vedevi. O almeno, non li vedevi tutti. Senza accorgertene, li attraversavi continuamente, ci passavi in mezzo. Facevi delle esse: uno sì e uno no, oppure due no e due sì. Mi aspettavo da un momento all’altro di vederti stramazzare e già pensavo come fare a portarti all’ospedale di Stresa. Sarebbe stato terribile, una catastrofe, la fine di tutto quanto!”. Era una bella camera, spaziosa, pulitissima, con due comodi letti e due finestre abbastanza grandi che davano verso il lago, come volevamo noi.

Una veduta panoramica di Nebbiuno, dove i viaggiatori si fermano la prima notte

Nebbiuno si trovava a circa duecento metri più in alto del livello del lago: intravedevamo le luci lontane di Ispra, sulla riva opposta e, in fondo, a nord, quelle di Santa Caterina del Sasso, verso Laveno. Naturalmente, per decidere dovevamo aspettare l’indomani mattina: aspettare il giorno per giudicare il paesaggio e l’ambiente. E anche se la padrona dell’albergo ci era sembrata simpaticissima, dovevamo provare la cucina, concordare il prezzo, eccetera. Mario e io, però, siamo tutti e due degli incorreggibili ottimisti. E così ci addormentiamo fulmineamente, spossati e beati, nella quasi certezza di avere trovato il nostro ideale fin dalla prima sera. Quod erat in votis, dice lui appena spenta la luce. Quod erat in votis, ripeto io diaconescamente.

La terrazza dell’Albergo negli anni Sessanta. Alla mattina un forte rumore sveglia i viaggiatori

Un fracasso furioso, assurdo, inspiegabile, ci sveglia di colpo. Sono le sette. Ci rizziamo a sedere sul letto: dopo aver guardato l’ora ci guardiamo l’un l’altro e, mentre continua quell’incredibile fracasso, ridiamo reciprocamente della nostra espressione sbalordita. Che cosa diavolo sta succedendo? Per qualche momento attendiamo che il rumore cessi. Ma invece continua: sono colpi spietati, pesanti, martellanti, metallici, metodici, qualche macchina colossale che è stata messa in moto alle sette in punto, nelle vicinanze immediate dell’albergo: ogni colpo rimbomba, tremano le mura. Abbiamo tutti i diritti di suonare il campanello: la proprietaria non può aspettarsi che continuiamo a dormire. Dopo breve tempo, infatti, eccola col vassoio del caffé che avevamo ordinato fino dalla sera precedente. “Che cos’è questo terribile rumore?”. La proprietaria ci risponde gentilmente, dandoci ogni spiegazione. E noi, altrettanto gentilmente, chiediamo il conto.

Lasciata Nebbiuno, Bonfantini e Soldati salgono verso Carpugnino

Un quarto d’ora dopo siamo sulla strada di Carpugnino, strada di mezza costa che seguiremo fino a Vezzo, decisi poi a salire a Gignese, valicare il colle, scendere nella Valle dell’Agogna, insomma abbandonare il Vergante del Maggiore per il Vergante dell’Orta. E ce la prendiamo con calma, oggi. L’incredibile risveglio di Nebbiuno continua a esilararci. Pedaliamo tranquilli, chiacchierando e ridendo. Di che cosa parliamo? Forse di Stendhal? Anche se noi, allora, non ci eravamo ricordati di Stendhal, certissimamente ventiquattro anni dopo, scrivendo il suo libro su Stendhal e portando come supremo esempio il realismo di Stendhal il primo capitolo del Rouge er Noir, Mario si è ricordato di Nebbiuno. Appena si entra in Verrières… Nebbiuno, Verrières … Appena si entra in Verrières … Ecco come traduce Mario il testo di Stendhal: “…si resta storditi dal fracasso di una macchina fragorosa e di terribile apparenza: venti pesanti martelli, che ricadono con un rumore da far tremare il selciato della via, sono messi in moto da una ruota fatta girare dall’acqua del torrente; e ciascuno di quei martelli fabbrica ogni giorno non so quante migliaia di chiodi. I piccoli pezzi di ferro che vengono rapidamente trasformati in chiodi sono messi sotto queste presse da squadre di giovinette fresche e graziose …”.

Mario il vecchio e Mario il giovane ridono lungo la strada, paragonando la cittadina di Verriéres descritta da Stendhal ne “Il Rosso e il Nero” al paese Nebbiuno

Aihmé, quel nome affascinante ci aveva fatto immaginare, ci aveva promesso un autunno e un inverno da veri scrittori, lunghe giornate al tavolino, ore interminabili, proficue, difese e ovattate dal silenzio delle lente nebbie che dovevano salire dal lago fino alle finestre della nostra stanza. Nebbiuno ci aveva tradito. Da Nebbiuno eravamo fuggiti per sempre con orrore, e allontanandoci non ci siamo neppure curati di dare uno sguardo alla fabbrica di chiodi, casomai fossero al lavoro, come in quella di Verrièrese, des jeunes filles fraîches et jolies! Il Mottarone non arriva a millecinque, ma è la vetta più alta delle montagne tra l’Orta e il Maggiore.

Panorama del Lago Maggiore dal Mottarone

Dal Mottarone si ripartono e formano, di qua e di là dal lungo crinale che separa i due Verganti, tutti i minori crinali, dossi, groppi, e tutte le conche, fosse, gole, valloncelli e valli: primissima e più importante la valle dell’Agogna, che arriva fino in pianura e affluisce direttamente al Po, poco dopo lo Scrivia e prima del Terdoppio e del Ticino. Non sono più tornato, da qualche anno, nell’alta valle dell’Agogna. È vero che l’ultima volta l’ho trovata più o meno com’era nel 1934: solitaria, deserta, quasi selvaggia, tale che, in ottobre, dava quasi l’impressione dell’alta montagna: la conca che accoglie e circonda quando si scende dal colle di Gignese è tutta sparsa di rocce muschiose: tra alti ciuffi d’erba, sgorgano vive sorgenti, e nel mezzo il torrente, l’Agogna, scorre su fitti ciottoli limpido e rapido. Recentemente è stato costruito un ponticello. Nel 1934 si guadava.

Dopo la discesa nella selvaggia valle del fiume Agogna, Soldati e Bonfantini raggiunsero Armeno

Per un lungo tratto, poi, è giù fino ad Armeno, la strada era di terra: scendeva rimanendo sempre alla destra dell’Agogna, e svoltava di continuo intorno a piccoli, erti speroni interamente coperti di cespugli. Sulla sponda sinistra il pendìo era molto più dolce: vasti prati verdissimi fino al cielo, non una casa, non un albero. Soltanto, qua e là, macchie bianche di mucche e di pecore che pascolavano. Dopo Sovazza, che è un po’ più in alto della strada, cominciano i boschi, e avvicinandoci ad Armeno, che è il primo grosso paese, a poco a poco anche le case, gli orti, i frutteti, i giardini. Improvvisamente, al di sopra di queste chiome verdi, ci apparve il Monte Rosa. E poco dopo, continuando a scendere, l’altro miraggio, famigliare, idillico, complementare di quello del Rosa: il lago d’Orta, che Mario amava già appassionatamente, e che anch’io amavo, ma conoscevo appena, e ricordavo soprattutto perché c’ero stato una volta con Tino Richelmy.

L’isola di San Giulio e il paese di Orta

Da quel momento, fu come se – non posso, nel ricordo, non pensare diversamente a quell’ultima parte del nostro piccolo grande viaggio, senza dubbio il viaggio più importante della nostra vita – fu come se fossimo guidati da una concorde ispirazione, da un’intelligenza misteriosa che ci spingeva, ci spronava a continuare, a scendere verso il lago. Attraversammo Armeno, percorremmo velocemente la strada tra Armeno e Miasino, tra Miasino e Vaciago, e, dopo Vaciago, giù, senza più ricordare la carta geografica, senza pensare a nessun nome di nessun luogo. Forse era solo, molto semplicemente, la gioia della discesa: o forse quell’azzuro che, tra i verde di ogni tornante, ci invitava a scendere verso il lago, così che, a un certo momento, vedendo che davanti a noi la strada continuava pianeggiando, mentre a destra un sentieruolo, quasi una mulattiera, s’infilava precipitosamente in un boschetto di robinie, scegliemmo di prendere di lì, come se in effetti volessimo, ormai, raggiungere il più presto possibile appunto il lago. Ma no, non ci diceva questo la voce che udivamo e non sapevamo di udire. La discesa precipita dal sentieruolo, dopo trecento metri o più di svolte continue, tornava indietro e poi di nuovo avanti, finché si placava, diventava una stradina quasi pianeggiante. Sulla sinistra era un’alta siepe di more.

Una veduta panoramica del Lago d’Orta. A sinistra la penisola del Sacro Monte. In costa sono visibili i paesi di Vaciago e di Corconio, la destinazione del viaggio di Soldati e Bonfantini

Al di là, nel sole del primo pomeriggio vedevamo appena, tra gli alberi, qualche frammento scintillante del lago. più su, tutta la montagna scura della riva opposta: più su ancora, al centro di un loro più lontano e più profondo avallarsi, nuovamente i ghiacciai del Monte Rosa. Ci fermammo: senza scendere dalla bicicletta, mettemmo un piede a terra. Guardavamo estasiati, ascoltavamo il silenzio, senza sapere perché trattenevamo il fiato. E in quell’aria, in quel silenzio che era lo stesso che di solito gli uccelli con i loro versi non turbano non interrompono ma quasi sottolineano e corteggiano, ecco voci femminili, voci fresche, tranquille nell’aria tranquilla, e così vicine che istintivamente, alzandoci con la punta di un piede sulla pedivella, cercammo di vedere le ragazze. Inutilmente. Non abbiamo visto nessuno: era un orto, un campicello, qualche albero di frutta. E le voci continuavano sparse, vaghe, allegre, ridente, ridenti, come se fosse soltanto l’aria, una leggera brezza, a allontanarle o avvicinarle. Mario e io non ci siamo detti niente, allora. Ma il cuore ci batteva a tutti e due. Ce lo siamo detto molto tempo dopo, quando tutto era già un ricordo. E oggi è il ricordo di quel ricordo, e sono solo a ricordare.

Corconio, il paesino scelto da Bonfantini e Soldati per il loro volontario autoesilio in una cartolina degli anni Venti. Il palazzo più inportante di Corconio era stato costruito dalla abbiente famiglia Bonola, presente in zona fin dal Cinquecento. La loro ricchezza si deve al capostipite Giorgio, che fece fortuna prima a Milano, poi a Pisa dove intraprese l’attività di oste. Rocco Bonola, che fu nel XVII secolo fu mercante di telerie e merletti a Milano, venditore di vino, gestore di otto trattorie e commerciante di opere d’arte. La secentesca Chiesa di Santo Stefano, che dipendeva dalla pieve dell’Isola di San Giulio, venne finanziata dalla famiglia. Il cappellano, a spese dei Bonola, celebrava l’Eucarestia, insegnava la dottrina, assisteva i malati e coordinava la vita religiosa. Altre notizie su Corconio si possono leggere in “Corconio e la famiglia Bonola” di Alberto Temporelli: http://www.noimagazine.it/?p=arte&id=259

Le voci erano dell’Angioletta e di sua sorella più piccola, l’Annetta, la Nitti, la sola che è ancora lì, a Corconio. Corconio era il paese, ma così piccolo, così minuto, che di là dalla leopardiana siepe del nostro destino non si vedevano neanche le case le case più alte e più vicine: neanche, cioè, la stazioncina ferroviaria e l’alberghetto quasi attiguo che loro due, l’Angioletta e la Nitti, ventenne l’una quindicenne l’altra, facevano funzionare da sola. La madre era morta da qualche mese. il padre, pa’ Pé dar, che diventò subito nostro grande amico, badava alla campagna, alle bestie, a fare il vino, a distillare la grappa clandestina, a commerci vari, a divertirsi e a battere la cavallina: il signor Pietro Rigotti, insomma, si occupava di tutto fuori che dell’albergo.

La stazioncina di Corconio, in un’immagine recente, con un treno in transito. Foto di Stefano Paolini, da Photorail (http://www.photorail.com/phr3-gli%20updates/articoli2007/giugno2007.htm.). La ferrovia collega tutt’ora Novara con Domodossola, ma i treni non si fermano più a Corconio. La stazione p stata trasformata in un’abitazione privata

C’era anche in casa, un cugino, Ferdinando Savoia, il Nando, che aveva girato mezzo mondo, compresi l’America e il Giappone, come chef sui transatlantici, e che era anche stato in manicomio a Novara, ma poi, abbastanza rinsavito, si era ritirato lì, e ci viveva un po’ a sbafo e un po’ accollandosi i lavori più pesanti: era alto, robusto, ancora giovane, ma praticamente la sola cosa che faceva era tagliare la legna per la cucina, il caminetto, le stufe. Il paese – un centinaio di abitanti – era più in basso dell’albergo e della stazione: quattro straducole e quattro casupole ammassate intorno all’antico palazzo barocco dei signori Bonola e alla feudale chiesetta costruita all’epoca e nello stesso stile del palazzo. Si fronteggiavano: sul portale dei signori campeggiava una grande scritta: Judex ante januam.

Una vista dei paesi di Ameno, Vaciago e, a destra, Corconio: «così piccolo, così minuto, che di là dalla leopardiana siepe del nostro destino non si vedevano neanche le case più alte e più vicine»

In una delle casupole più vicine all’albergo abitava uno zio fratello del Pédar, Rigotti Giacomo, il quale faceva il postino. Aveva più di settant’anni e andava su e giù ogni mattina, tra Corconio e Ameno, con i suoi scarponi e il suo bastone, marciando a passo così veloce che Mario e io, volendo una volta per prova tenergli dietro, abbiamo sudato. E c’era la zia Bice, terribile vedova, che tiranneggiava l’unico figlio, mitissima vittima: un ragazzo biondiccio e mingherlino, il caro Battistin detto Giopa, anche lui sui vent’anni come la cugina Angioletta. Generosità, gentilezza, intelligenza della famiglia Rigotti per il modo come ci aveva adottati, subito al nostro arrivo. “Adottati” era la parola così giusta, trovata da Mario mesi dopo, in una particolare occasione, quando avevamo scoperto che, nell’albergo e nella famiglia chi comandava, non era certo il Pédar: prima era stata sua moglie: adesso era sua figlia. Capo assoluto le cui decisioni non si discutevano, l’Angioletta. Bionda, bella, con occhi celesti che le scintillavano di arguzia, di bontà e con un pizzico di quella malizia che è poi tutta un’amorosa intelligenza della vita.

Silvia, rimembri ancora-quel tempo della tua vita mortale,-quando beltà splendea-negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,-e tu, lieta e pensosa, il limitare-di gioventù salivi?

La padrona dell’albergo di Corconio, Angioletta Rigotti, si sposò con un signore di Alzo, il paese sulla riva opposta del Lago d’Orta. Curiosamente anche lui si chiamava Mario

Attendeva anche l’Angioletta un destino crudele. Già all’epoca del nostro arrivo, lei “parlava” con un bel giovanotto di Alzo, un paesetto che si vedeva proprio in faccia a Corconio, soltanto un po’ più alto, sulla riva opposta del lago. In bicicletta, regolarmente, due o tre volte la settimana, veniva a trovarla. Per caso, si chiamava Mario anche lui, e mandava avanti con suo padre una piccola rubinetteria. Si sposarono poco dopo la nostra partenza, l’albergo fu chiuso e non passò forse un altro anno che lei morì. Più nessun freno, allora, per il Pédar. Aveva un’amante fissa, che abitava a Carcegna, e che per rispetto all’Angioletta e alla Nitti non si faceva mai vedere a Corconio. Il Pèdar andava a trovarla di notte, tre quarti d’ora di cammino su un sentiero strettisimo lungo i binari della ferrovia. Era una donna grande e grossa. Le figlie, ridendo, la chiamavano “il peso massimo”: ma, in presenza del padre, che ogni volta non tardava ad arrossire, semplicemente “il peso”.

A Carcegna viveva l’amica di Pa’ Pédar, una signora robusta, definita dalle figlie Angioletta e Nitti “peso massimo”. Nella cartolina il Rifugio Ozanam, fondato nel marzo del 1918 dalle dame di San Vincenzo, grazie alla generosa donazione da parte dei coniugi Provino e Luigia Pozzi della propria casa di Carcegna. Il Pio Istituto ospitava una cinquantina di fanciulle dai due ai dieci anni, orfane e curate con amore materno delle Suore di Betlem

La particolare occasione, con ci avevamo scoperto l’autorità dell’Angioletta due o tre mesi dopo il nostro arrivo, era stata di natura, come dire?, burocratica. Passavano le giornate a lavorare: Mario ai suoi saggi critici su Saint-Beuve e Flaubert; io ai miei articoli americani per Il Lavoro di Genova. Avevamo una stanza d’angolo, la più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest. Pagavamo ciascuno, per l’alloggio e il vitto vino compreso, centoventi lire al mese. Per arrivarci, bastavano a Mario le ripetizioni: un viaggetto a Novara, in treno o in bicicletta, ogni quindici giorni. Io invece non riuscivo, con gli articoli, a raggiungere l’intera cifra, e restai presto debitore. Ma l’Angioletta si fidava. Accettai poi un breve lavoro di sceneggiatura, tre settimane a Roma, e quando tornai a Corconio fui in grado di saldare, dare un anticipo e ricominciare.

I “due Mari” erano sorvegliati speciali dai Carabinieri, durante il loro soggiorno a Corconio. Il padre di Mario Bonfantini era stato sindaco socialista di Novara e il fratello Corrado era sotto processo al Tribunale Speciale, accusato di “attività antizionali”

Capitò una mattina verso mezzogiorno che io scendessi per andare incontro a Mario che tornava da Novara. Due sere prima, quando era partito, gli avevo letto l’inizio di un articolo che non andava e ne avevo discusso con lui. Adesso l’avevo finito ed ero così contento che, quando udii il fischio del treno alla curva, mi precipitai di sotto per andargli incontro. Attraversando di corsa la sala terrena, noto due carabinieri che parlano con l’Angioletta al banco delle bibite. Li avevo visti altre volte, passavano di lì per il loro giro credo tutti i giorni e di solito la mattina. Quando torno indietro dal treno con Mario che aveva con sé una piccola valigia, mi sembrò si scorgere sul volto dell’Angioletta, uno sguardo strano, come di contrarietà e di preoccupazione. Uno dei carabinieri era un bel giovane, aitante, bruno e che perfino assomigliava un po’ al fidanzato dell’Angioletta. Io e Mario lo conoscevamo benissimo, e ormai, quando lo vedevamo, lo salutavamo normalmente. Poi scherzavamo con l’Angioletta, accusandola di civettare col “carabiniere quello bello”, proprio perché assomigliava al fidanzato. Ogni volta il ritorno di Mario dopo queste brevi assenze era una festa: il cuore ci si allargava di sentirci tutti e due a Corconio. Quella mattina avevamo, in più, un motivo per uno: lui aveva incassato qualche soldarello, io avevo finito l’articolo.

“Due bitter, Angioletta!”

Intanto i carabinieri se ne erano andati: li seguiamo con la coda dell’occhio che salgono sulle loro biciclette e si allontanano. Ma l’Angioletta, poco dopo, quando viene al nostro tavolo col bitter, è ancora imbarazzata. Le domandiamo cos’ha. A poco a poco, arrossendo, ci rivela qualcosa che ci saremmo dovuti aspettare e che, tuttavia, ci sorprende. Che fossimo così ingenui, così stupidi, forse arrivo a capirlo, forse me lo spiego soltanto oggi e appunto pensando alla felicità che ci fasciava, al quell’intima lievità di cui godeva il nostro spirito da quando vivevamo a Corconio.

Corrado Bonfantini nel 1933 durante l’esilio nell’isola di Ponza, in seguito alla condanna del Tribunale speciale. Venne liberato nel 1943. Membro delle formazioni “Matteotti” e organizzatore delle bande partigiane dell’Ossola, partecipò ai quaranta giorni di libertà della Repubblica. Con la sua voce, dai microfoni della stazione radio di Porta Vigentina, diede l’annuncio della liberazione di Milano. Foto dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara

Prima del fascismo, il padre di Mario, il professor Giuseppe Bonfantini, era stato per anni il sindaco socialista di Novara. E adesso il fratello di Mario, Corrado Bonfantini, il medico, era accusato di “attività antinazionali” e si trovava sotto processo al Tribunale Speciale. Niente di strano, dunque, che noi due fossimo “sorvegliati speciali”. I due carabinieri passavano tutte le mattine e ogni volta chiedevano di noi, si informavano se eravamo ancora lì… Deserta come di solito a quell’ora la sala terrena, l’Angioletta si era seduta al nostro tavolo e parlando a voce bassa e sorvegliando l’ingresso, ci aveva raccontato tutto. Al principio di ottobre, la mattina dopo il nostro arrivo, lei, come di norma per tutti gli albergatori, aveva consegnato la schedina con le nostre generalità. Il giorno seguente, i carabinieri le avevano detto, se uno di noi partiva di avvertirli immediatamente.

La penisola con il Sacro Monte di Orta e il paese di Legro

Così, infatti, la Angioletta si era sempre comportata: quando Mario andava a Novara, lei mandava il pa’ Pédar fino a Legro, dove era la caserma dei carabinieri, a avvisare. Senonché il Pédar, stavolta, non c’era: era andato via, due o tre giorni, a Boca, per il vino nuovo. Nessuno aveva avvertito i carabinieri. E lei, adesso, quando erano venuti, si era dimenticata di dirglielo subito. “Punita!” le dice Mario ridendo: “E si capisce perché. Guardando quello bello, lei ha perso la testa!”. Rideva anche lei, finalmente: forse era ancora turbata; ma i suoi occhi celesti ci fissavano con uno sguardo tranquillo, deciso, materno: con la sicurezza, a ogni modo, di volerci bene. Adottati dalla famiglia Rigotti, mettemmo radici. Venne presto novembre. Le piogge. Le lunghe sere, con le ragazze i ragazzi del posto, a spuglià melgùn. Eravamo seduti liberamente sulla catasta, sulla montagna delle pannocchie, mangiavamo castagne arrostite o bollite, bevevamo il vino nuovo nelle ciotole. I cori, le storie e le storielle, le risate, gli scherzi continui, molte volte anche osceni, che erano suggeriti dalle forme particolarmente grottesche di qualche pannocchia…

Bonfantini e Soldati passavano le serate invernali a Corconio attorno al camino. Con i Rigotti, i padroni dell’albergo e i loro ospiti, si divertivano a “spuglià melgùn”, mangoando castagne arrostite e a bevendo vino nelle ciotole. L’alimentazione era allora legata all’agricoltura

Il Nando era trattato piuttosto ruvidamente dall’Angioletta e dalla Titti che lo sopportavano in casa di malavoglia e che non si curavano di nascondere a noi questa verità – ma da Pédar, invece, era trattato con un certo riguardo, forse proprio per compensare, alla nostra presenza, l’eccessiva disinvoltura delle ragazze. Noi due, però, il Nando, lo ammiravamo un po’ e soprattutto ci divertiva. Intanto giocava a bocce con una perfezione matematica. Poi raccontava incredibili avventure con “le più belle signore” di Buenos Aires e di Barcellona. Era scapolo, era felice, beveva in media sette litri di vino al giorno, e fumava tre o quattro “bollettini di seconda” sempre nella stessa pipa: con mio grande stupore perché, dopo un paio di fumate, io ero invece costretto a cambiare la mia. Matto era, certamente: ma un matto pacifico, che non avrebbe fatto male a una mosca. La sua follia consisteva nella convinzione di essere un genio misconosciuto e precisamente un genio politici. Parlava di se stesso in terza persona. Diceva di se stesso “lui”, come di personaggio misterioso, influente, geniale, che viveva in quell’esilio per libera scelta e perché disprezzava la classe politica italiana. “Esistono”, diceva, “o almeno, dovrebbero esistere, dei chirurghi politici internazionale. Sono pochi, pochissimi, forse ce n’è uno solo” … e qui si fermava, ammiccava furbescamente in giro, ripeteva: “… forse ce n’è uno solo. Lui!”

Tra l’11 e il 14 Aprile 1935 si tenne a Stresa una conferenza tra Mussolini, il ministro degli esteri francese Pierre Laval e i primo ministro britannico Ramsay Mac Donald, per discutere delle violazioni di Hitler alla pace di Versailles del 1919. Il fronte di Stresa naufragò poco dopo, nell’Ottobre del 1935, con l’invasione fascista dell’Etiopia

Quando in primavera si annunziò il convegno di Stresa con l’arrivo dei primi ministri inglesi e francesi fino a pochi chilometri di distanza da Corconio, in Nando rideva: “Povero Laval! Viene credendo di incontrare lui, e invece trova l’altro!”. Diceva di avere una vista eccezionalmente potente; e più di una volta, volendocene dare una prova, fissò diritto il sole del mezzogiorno per alcuni buoni minuti: abbandonando poi l’impresa con gli occhi che gli lacrimavano, iniettati di sangue. Ma il suo cavallo di battaglia era la storia di un ultimo viaggio a Milano, avvenuto qualche anno prima. Diceva: “E così, quando arriva la sera, dopo aver pranzato al Savini, si sa come càpita, mi trovo lontano da casa, mi trovo in una grande città … anche Lui può provare il bisogno di un po’ di compagnia. È un uomo anche Lui, diamine! Mi faccio indicare dal maître la prima casa di Milano. E Lui ci va, piano piano, tranquillamente, fumando la pipa, come adesso. A piedi. Tanto, non era lontano dalla Galleria. Be’, sapere che cosa càpita? Lo sa lei, sciur Mario, che ha vissuto due anni a Parigi, e lei sciur Mario anche lei, che è stato in America e conosce il mondo? Gliela dò a mille a indivinare … Ma già, loro due non l’indovinano, non la possono indovinare perché non sanno ancora bene chi sia Lui. Bene, quando entro nella casa, vedo subito un gran movimento, le ragazze che scappavano di qua e di là e sussurravano tra di loro.

Tra i più esilaranti racconti di Ferdinando Savoia, detto “il Nando”, ospite dell’albergo di Corconio, vi era la sera del Savini, il prestigioso ristorante milanese che “Lui” frequentava

Che cosa era successo? Era successo semplicemente questo: Che si era sparsa la voce … forse una telefonata del maître del Savini, sa? Li conosco i maîtres dei grandi ristoranti, sono gente servizievole … servizievole e … come si dice? .. perspicace, ecco perspicace. Insomma, si era sparsa la voce che Lui si sarebbe recato là. E, che cos’è che cosa non è, in fretta in fretta, alcune delle più belle e più giovani dame della migliore aristocrazia milanese, tra quelle rimaste in città perché già cominciava l’estate, si erano precipitate, dico precipitate là, in quella casa, per prendere il posto delle ragazze, e per avere, così, l’onore di andare con Lui. Ma purtroppo Lui, appena entrato, si accorge che aveva finito il tabacco e che preferiva uscire a fare ancora una fumata prima di andare a riposare. E così, dopo averle salutate una per una, molto gentilmente, e dopo avere dato una buona mancia alla portinaia, Lui se ne va, esce in cerca della prima censa, compra il tabacco, carica la pipa, torna tranquillamente all’albergo. Ma bisognava vedere le facce di tutte quelle belle signore: com’erano deluse, poverette!”. Lo ammiravamo, sì, con queste e altre simili storie ci conquistava. E lui se ne era accorto e ne approfittava.

Una cartolina di Vacciaghetto, piccolo centro nelle vicinanze di Corconio

Una volta, un pomeriggio, diluviava da due giorni senza interruzione. Mario e io decidemmo di uscire lo stesso, per fare quattro passi, salire fino a Vaciago e tornare, il tutto in poco più di un’ora. Il Nando ci sorprende sull’uscio e ci ferma con ton autoritario. “Sentano un po’, loro”. Ci fissa dall’alto in basso, do sotto la larga tesa del feltro nero con cui copriva costantemente la propria calvizie. E continuava: “Vedo che, a differenza di Lui, loro si possono permettere il lusso di possedere ciascuno un ombrello…”. “Andiamo a Vaciago dal tabaccaio”. “Ottima idea. Quando fa bello tutti i coglioni sono capaci di andare a spasso. Bravi. Anzi, non si dimentichino di comprarmi due «bollettini di seconda»”. E, così dicendo, aveva infilato l’indice e il medio della destra nel taschino del gilet e frugava dentro, alzando lievemente il braccio e la spalla come per cercarvi gli spiccioli necessari. Eravamo poverissimi: il minimo costo di due bollettini di seconda rappresentava per noi una stravaganza. Tuttavia, non aspettammo che lui cavasse le due dita fuori dal taschino: aperti gli ombrelli ci incamminammo dicendo: benissimo! Sarà fatto! e lui, che appunto aspettava che non aspettassimo, restò a guardarci, fiero e impettito sulla soglia, con le due dita sempre infilate nel taschino. Mai più forse, ci siamo sentiti così ricchi. Era un omaggio che facevamo al più grande chirurgo politico internazionale.

Gozzano in una cartolina del primi del Novecento. Da qui provenivano gli ospiti dei Rigotti, come il farmacista Mazzetti, l’operaio Cappellini, i fratelli “Fasàn sciur e Fasàn pòvar”. Con loro Soldati e Bonfantini giocavano a briscola nelle lunghe serate invernali

Le serate, le passavamo di solito giocando a carte: a briscola, l’Angioletta, la Nitti, noi due, con mattissime risate – a scopone, più seriamente e raramente, quando veniva su da Gozzano il farmacista Mazzetti, l’operaio Cappellini, i due fratelli Fasàn sciur e Fasàn pòvar, e altri, tutte persone che Mario conosceva da tempo e alle quali in seguito restituimmo visita a Gozzano, finché, una volta, ci toccò addirittura di giocare a scopone in un regolare torneo, con il quadripartito schermo, che, scavato nel centro quanto bastava per posare le carte sul tavolo, impediva però ai soci di ciascuna delle due coppie di vedersi l’uno l’altro e di farsi i segni. Ma il ricordo più bello e più vivo di quello straordinario inverno, sono le sere che passavamo con le due sorelle, il pa’ Pédar e il Nando, seduti sui bancunett intorno al fuoco del grande camino della cucina: sgranocchiavamo le castagne, bevevamo il delizioso vino di Boca, rosso, spumante, lievemente dolce: e ascoltavamo le storie, storie vere che l’uno o l’altro di noi aveva da raccontare.

Il Pa’ Pédar intratteneva i commensali con i racconti della sua esperienza di alpino durante la guerra 15-18 sull’Altopiano di Asiago

Il racconto che durò più a lungo fu certamente uno del Pédar. Restammo su ad ascoltarlo, senza un solo momento di stanchezza, forse fino alle tre. Era della guerra 15-18, che lui aveva fatto tutta quanta, nel Quinto Alpini. Il racconto della volta, tra tutte, che aveva avuto più paura: di una che la sua compagnia, sui monti dell’Altopiano di Asiago, aveva avuto ordine di ritirarsi, da una posizione all’altra, sotto il fuoco dell’avanzata austriaca. Un lento strisciare appiccicati al riparo delle rocce, un disperato correre curvi attraverso canaloni di pietrame dove si era allo scoperto, saltare, di nuovo schiacciarsi contro un riparo, aspettare prima di poter continuare, e vedere cadere vicino a se un compagno, e un altro vederlo morire, e aspettare ancora, ancora correre, strisciare, aspettare, continuare. Ah, cosa abbiamo perso con la televisione, non lo possono capire i nostri ragazzi, le generazioni venute su dopo l’invenzione della televisione, quanto abbiamo perso! Il camino, i bancunett di legno liscio e caldo che ci stringevano, ci univano appassionatamente attorno a quel fuoco e a quei racconti: quando, di colpo, il Pédar si buttò giù sul pavimento, giù contro il rialzo di pietra del camino e si attaccò al breve bordo che ne sporgeva, e vi si sostenne con la sola forza delle dita, minando via via come si era schiacciato contro una cengia, come vi si era allungato, e come era riuscito, durante una di quelle attese lunghissime, a accendere la sigaretta.

I due giovani Bonfantini e Soldati, “adottati” dai Rigotti di Corconio, erano restii a muoversi. Nella cartolina Pettenasco, uno dei luoghi citati nel racconto

Quante cose Corconio ci ha insegnato. Come ci ha cambiato, Mario e ma, per tutta la vita, in quella specie di autoconfino che ci eravamo scelti involontariamente e inconsciamente. Gli spazi, intorno, ci sembravano immensi. Eravamo restii a violarli, provavamo una strana timidezza a muoverci dalle immediate vicinanze dell’albergo di Corconio. E quando ci muovevamo per andare in qualche posto un po’ più lontano, Alzo, Orta, Pettenasco, Gozzano, era soltanto per la sicurezza che avevamo di trovarci qualcuno che ci aspettava, un amico che ci conosceva. Per esempio, sentivamo sempre parlare del Monte Mesma, dove c’era un convento di frati e una chiesa antichissima, paleocristiana. Sentivamo dire che al Mesma, in una giornata serena, si poteva vedere la pianura padana, fino oltre Milano. E sapevamo che al Mesma si poteva salire, da Corconio, a piedi, in meno di mezz’ora. Eppure, non ci siamo mai andati! Di modo che, anni dopo, a Mario e a me, il nostro soggiorno a Corconio apparve remoto, favoloso, simile al soggiorno di Levi in Lucania, come Levi ha raccontato in Cristo si è fermato a Eboli.

Tra i luoghi che Soldati e Binfantini non visitarono c’era il convento del Monte Mesma

Cultura contadina anche la nostra? E piantiamola con questa cultura, parola pedantesca e vuota che sa di bacilli e deretano. Diciamo educazione, religione, umanità, civiltà… Ecco, civiltà va benissimo. Abbiamo un infinito bisogno di civiltà, e invece non abbiamo nessun bisogno di cultura! Non dobbiamo cercare la cultura o una cultura, dobbiamo semplicemente cercare una civiltà, anzi la civiltà. Perché noi tutti, anche se non sappiamo ancora ben che cosa sia la civiltà, sappiamo però benissimo che cosa non è civiltà: ne siamo ormai perfettamente informati. All’opposto, noi sappiamo egualmente bene che può essere cultura qualunque cosa, a cominciare dai rasoi elettrici per finire con gli electroshock e i gulag di sterminio, tutte trovate, invenzioni, istituzioni che, in ogni caso, sono fuori dalla civiltà. La parola civiltà, che deriva da civis, cittadino, include necessariamente il concetto di comunicazione con gli altri, di amore per il prossimo: la parola cultura che è la forma astratta del latino colere, coltivare. non è necessariamente né esclusivamente dedicata agli altri: può essere interpretata anche in senso egotistico. Ed è sintomatico che i tedeschi, invece della parola corrispondente a civiltà, usino di solito in sua vece la parola kultur. Sì, la nostra civiltà contadina e lacustre era allora altrettanto sconosciuta di quella oltre Eboli, altrettanto lontana sebbene vicinissima: solo, era più umana. A Corconio, non l’avrebbero nemmeno chiamata civiltà. Sapete, se fossero stati interrogati come l’avrebbero chiamata? Educazione. Noi siamo così, avrebbero detto, siamo così perché così siamo stati educati dai nostri nonni, dai nostri genitori, dai nostri compaesani appena un po’ più in là di noi negli anni. Era un’educazione più umana e più profonda di quella di tanti altri paesi perché serrava più da presso la realtà, tutto il bene e tutto il male della vita.

Nel primo anno trascorso a Corconio Soldati scrisse “America primo amore”

Venne la primavera del ’35. Mario fu finalmente chiamato a Firenze da Bemporad e intanto, quasi negli stessi giorni, mi accorsi di avere scritto sull’America abbastanza tanto da farne un libro. C’era a Novara una bellissima ragazza, che Mario aveva conosciuto negli ultimi tempi e alla quale aveva preso l’abitudine, quando andava in città, di dettare le sue recensioni e i suoi scritti critici. Era Mary Molino che due anni dopo diventò sua moglie. la Mary ricopiò anche, dal mio dattiloscritto, i capitoli più torturati da correzioni. Il libro lo fece pubblicare Mario da Bemporad, e si chiamò America primo amore. Ebbe subito un certo successo ma solo di élite: le copie vendute credo non abbiano raggiunto il migliaio. Mario dunque stava a Firenze e io ero rimasto a Corconio. Avevo scritto qualche novella. Avevo cominciato un romanzo e avevo cominciato e finito, nel giro di poche settimane, tutto un libro sul cinema che Mario era riuscito a farmi “commissionare” da Corticelli, un editore di Milano.

I due scrittori restarono nel Cusio anche durante l’estate del 1935. Nella cartolina l’Isola di San Giulio vista dal paese di Orta

Si avvicinava l’estate: tutta un’estate che avrei passato a Corconio. Con quale gioia, soprattutto quando mi raggiunse la notizia che Mario sarebbe tornato. Un’altra estate! Un altro autunno! E un altro inverno! Sempre nella serenità del nostro lago, si annodavano intanto quasi insensibilmente, i fili del nostro futuro, e spero di potere un giorno raccontare anche di quel secondo anno. Ma come mai, mi chiedo oggi, come mai allora, per il solo fatto di sentirci a Corconio, eravamo così felici? Proprio una sera di quel secondo autunno, l’autunno del ’35, alcuni amici di Orta, in occasione non ricordo più di quale loro anniversario, avevano chiesto all’Angioletta di venirlo a celebrare da lei, nel “nostro” albergo. Anche quello era un rito che credo sia abituale ancora oggi di quella civiltà tra lombarda e piemontese: comitiva che approfittavano di periodiche ricorrenze per andare a cenare, come dice il Porta, “in santa libertà”, in qualche osteria o locanda sulle rive o a mezza costa, qua o là intorno al lago. Non di rado e non solo per divertimento, ma anche per non preoccupare, affaticare troppo la padrona del locale, quando la sapevano sola o quasi sola, i soci della comitiva chiedevano inoltre di essere loro stessi a cucinare, se non tutta la cena almeno i piatti principali e più elaborati. Era appunto questo il caso, quella sera.

Un panorama primaverila del Lago d’Orta. In fondo a destra la Torre di Buccione

Verso le cinque del pomeriggio arrivò infatti da Orta Cesare Mazzetti, che tutti sul lago chiamavano il Cesarone. Era un omone alto, grosso; un eterno berretto di pelo marrone, da carrettiere; barbaccia a punta, color carbone; pancione, vocione, e uno sguardo degli occhi nerissimi che lì per lì, a chiunque l’incontrava per la prima volta, veniva spontaneo definire torvo, truce, sinistro. Portò, oltre bottiglie di Ghemme e di Gattinara, oltre ai burdùgn sottaceto e oltre a insalate varia, agoni e anguille da friggere, trippa, galline e, come pezzo forte, un bel capretto da arrostire. Arrivò con tutta quella roba, andò dritto in cucina e si mise subito all’opera. Mario e io avevamo già avuto modo di conoscerlo, ma sempre di sfuggita. Quando, avvertiti dal tramestìo che si udiva di sotto e da quella baritonale voce dominante, capimmo che era arrivato, irresistibilmente ci levammo dalle nostre scrivanie e scendemmo a salutarlo. Il Pédar e l’Angioletta, quel giorno a colazione, ci avevano raccontato tutto di lui. Non c’era nessun dubbio: malgrado l’apparenza si trattava di una persona bonaria, gentile, mite: un vitellone invecchiato. Era stato sposato una volta, senza figli, e adesso viveva solo. Il suo unico difetto sarebbe stato la pigrizia, ma anche quello semmai era un difetto perdonabile: perché il Cesarone parecchi anni prima aveva fatto un colpo che gli permetteva di mangiare bere dormire giocare a carte e non fare mai altro nella vita.

Da Corconio nelle serate limpide si scorgevano le luci di Egro

Un capomastro di Orta, suo vecchio e caro amico, emigrato a New York era diventato impresario edile. Ricchissimo, era tornato per una vacanza. Pare che prima di partire per l’America amoreggiasse con la ragazza che poi aveva sposato il Cesarone. Fatto sta, neanche un mese dopo il suo arrivo, il Cesarone gli aveva venduto la moglie, e l’impresario se l’era comprata e portata per sempre a New York dopo aver versato in dollari, alla Banca Popolare di Novara, la somma necessaria a costituire il capitale di un cospicuo vitalizio a nome del Cesarone. Vedendoci entrare nella cucina, dove adesso era già acceso il fuoco e fervevano i primi preparativi per la cena, il Cesarone si affrettò a pulirsi la destra sul grembiulone che avea indossato: gliela stringemmo affettuosamente. Intanto scrutavamo, con curiosità e non senza un brivido segreto tra la connivenza e la condanna, i suoi occhi non truci, no torvi – ma al contrario, adesso ci sembrava – stranamente allegri, quasi infantili. Il fatto che non ci fossero di mezzo figli toglieva, secondo noi, ogni veleno all’operazione della sposa venduta; e se, come pensavamo volentieri, tra lei e il ricco impresario di New York esisteva ancora, quando si erano ritrovati, l’antico amore, il Cesarone, nel fare la propria fortuna aveva anche avuto una fortuna più importante, quella di dimostrarsi umano. Tornammo al nostro lavoro. La cena cominciò verso le nove, e fu rustica e splendida, armonicamente conviviale. Il Cesarone conosceva una quantità di canzoni. Ma me ne ricordo, forse perché non poteva non riferirla all’episodio centrale della sua vita, una sola, e mi pare ancora di sentirla dalla sua voce e di vederlo a capo tavola, seduto un po’ indietro e un po’ di fianco, col bicchiere alto in mano, quando intonava:

Vien, vien, vien-biondina d’amor:-vien sotto all’ombra-di questo cuor.-Tu dormirai, biondina, in braccio a me-per consolare ‘sto misero cuor.-E fin che avevo dollari-nelle taschette-tutte le ragazzette-tutte le ragazzette-venivan da me.-Vien, vien, vien …-E finché avevo sangue-nelle mie vene-tu mi volevi bene-tu mi volevi bene,-venivi da me.-Vien, vien, vien …

Dalla terrazza dell’albergo, detta “il ponte di comando”, si intravedeva S. Maurizio d’Opaglio

E fu ancora questa, così patetica e cinica insieme, la canzone che riudimmo molto più tardi, quando la luna piena era già alta nel cielo. Da buoni venti minuti la comitiva si era avviata a piccoli passi per la scoscesa mulattiera che scende al lago come in un tunnel di rovi. Noi due, acceso il nostro ultimo mezzo toscano, ormai passeggiavamo sulla grande terrazza che chiamavamo il “ponte di comando”, e che infatti comandava tutto l’Orta, dalle luci lontane di Lagna e di San Maurizio d’Opaglio, fino oltre l’Isola, a quelle, ancora più lontane, di Egro e di Ronco. Nella chiarità azzurra della luna vedevamo addirittura lassù, di là dalla nerezza della Conca di Civiasco e appena sotto il brillare delle stelle, il confuso, incerto splendore del Rosa. Intanto, sulla strada asfaltata lungo il lago, il Cesarone e i suoi amici tornavano a Orta, camminavano e cantavano. Li seguivamo come se li vedessimo. Ecco, adesso il coro pareva allontanarsi, spegnersi… invece continuava quasi attutito da una sordina dovevano avere svoltato, erano dietro lo sperone d’In Val …improvvisamente, ci giunse, di nuovo chiarissimo, ma più lontano e più struggente, dovevano ormai marciare sul rettilineo di Imola, allo scoperto: … e fin che avevo dollari-nelle taschette…

Mario Soldati ritratto in età matura

Eravamo felici, come sicuri che la nostra vita avvenire, anche se cambiava, non sarebbe mai stata troppo diversa. Felici, come sicuri che non saremmo mai stati troppo tempo lontani da Corconio … Ma no, eravamo felici proprio per la ragione opposta: perché sentivamo che quel momento aveva qualcosa di supremo, e il nostro cuore ci diceva che non sarebbe tornato mai più.

In apertura: Mario Soldati negli anni Trenta, da Mario Soldati – La scrittura e lo sguardo

Scarica qui il pdf dell’articolo: Gli anni di Corconio

Da: A.A.V.V., Il Lago d’Orta. Pagine di letteratura, viaggio e ricordi da “Lo Strona” (1976-1982), a cura di Lino Cerutti e di Enrico Rizzi, Ornavasso, Fondazione Enrico Monti, 2008.

Link: per informazioni sulla storia di Corconio Corconio e la famiglia Bonola

L’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola è alla ricerca di cartoline, fotografie di paesaggio o ritratti a persone inerenti al racconto su Corconio.
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on 22 genamThu, 26 Jan 2012 09:37:20 +0000252012 2011 at 9.41 Lascia un commento
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Balmalonesca, un Far West ai piedi del Sempione

Balmalonesca! Questo curioso nome non si trova nemmeno sulle più minute carte geografiche. Un tempo era là, a 573 metri d’altezza sulla la strada che s’inerpica lungo la Val Divedro, nel territorio di Trasquera. Con l’inizio dei titanici lavori per il traforo del Sempione sorse il problema dell’alloggio dei numerosissimi operai impiegati nello scavo e provenienti da varie regioni italiane. Nel luogo dove c’erano soltanto una vecchia caserma di epoca napoleonica e qualche vecchio rudere, sorse il paese di Balmalonesca, un mucchio di “case, casine, casette, casucce, quasi tutte di legno”, allineate su un chilometro, che aumentarono ulteriormente, dopo che, sospesi i lavori dall’imbocco in Svizzera, a Briga, gli operai si riversarono tutti sul versante italiano. Il villaggio nella ribattezzata val dul bòcc (la valle del buco), che arrivò ad ospitare tra i 7500 e gli 8000 abitanti, era gestito con regole severe dall’impresa di Alfredo Brandt – Carlo Brandau & C. Non mancavano la scuola elementare, un teatrino in legno e negozi di ogni genere, oltre a un ospedale con 30 posti letto in località Nante.

La “main street” di Balmalonesca sotto la neve

Sono quattro gli uomini che spiccano nella neonata comunità: il dottor Giuseppe Volante, un giovane medico piemontese fresco di laurea, assunto come direttore sanitario del cantiere di Iselle; Don Antonio Vandoni, nominato cappellano del Sempione nel 1899 dal Vescovo di Novara; Vittorio Buttis, il segretario della Camera del Lavoro di Varzo, inaugurata nel novembre del 1901 e Giovanni Bertina, direttore didattico delle scuole cattoliche di Iselle e Balmalonesca. Il Buttis, reduce da una lunga esperienza sindacale in Germania, ottenne miglioramenti salariali e delle condizioni di lavoro. Il dottor Volante si impegnò con successo ad arginare il pericolo dell’ancylostoma dudenale, la terribile “anemia del minatore” che aveva decimato centinaia di lavoratori al Gottardo. Vi furono comunque dei morti anche qui: 63 operai perirono per malattia, 58 per incidenti sul lavoro, 22 in risse, suicidi o infortuni fuori dal lavoro. Don Vandoni aveva appena 24 anni quando giunse a Balmalonesca. Si ricavò una cameretta nell’ospedale, fece subito erigere la chiesa, e superò presto la concorrenza del pastore evangelico Gervasi, che era appoggiato dagli impresari, di religione protestante. Il parroco organizzò poi la scuola elementare e la materna, che nell’anno scolastico 1900-1901 contò 427 iscritti.

Alunni e maestra nell’aula della scuola elementare cattolica fondata da Don Vandoni. Da Edgardo Ferrari, Il Sempione dal valico al traforo, Domodossola, Grossi, 2006

Alla sera si teneva la scuola serale per adulti e al giovedì i corsi di ricamo e cucito per le ragazze. Don Vandoni promosse un centro estivo per i bambini e la fondazione dell’Opera del Sempione. Era aiutato dalle sorelle, Rosa e Maria, e da tre cugine che aveva chiamato dal suo paese, Bellinzago. Fu durante un’escursione con i piccoli sulle montagne sopra Gondo che morì tragicamente, dopo essere scivolato nella cascata del torrente Vaira. Era il 30 Luglio del 1904 e il suo corpo, trascinato nella Diveria, venne ritrovato dieci mesi dopo. Lo stesso destino era toccato al Gervasi, affogato nelle acque del Lago Maggiore. Il maestro Bertina ottenne per le scuole gli stessi diritti di quelle pubbliche e alla morte di Don Vandoni, oltre a far murare una lapide a suo ricordo nella chiesa di Santa Barbara, continuò il lavoro di assistenza ai figli degli operai e fece aprire due asili infantili.

Gli allievi delle scuole in posa per la foto di gruppo. Da Edgardo Ferrari e Carlo Pessina, L’Ossola nella fotografia d’epoca, Domodossola, Grossi, 1996

A Balmalonesca, per sette anni e tre mesi, come ricorda Orio Vergani ci fu “un mondo in cui si parlavano tutti i dialetti d’Italia, dove si trovavano calzolai veneti, cuochi napoletani, vinattieri pugliesi”. Oltre agli operai abbondavano osti, commercianti, prostutite e giocatori d’azzardo. Sorsero un’infinità di trattorie e bazar con le caratteristiche iscrizioni che dimostravano la presenza di tutte le regioni italiane. Come racconta Ottone Brentari, inviato speciale del Corriere della Sera, sul giornale del 25 Febbraio 1902 “in chi costrusse questa borgata-accampamento non mancò il buon gusto e alcune verande, ballatoi, fregi di legno, dànno a più d’una di queste casette un certo tipo da villetta alpina che consola.

La chiesa cattolica dedicata a Santa Barbara, protettrice di minatori e pompieri

Vista dall’alto del villaggio e della chiesa di Santa Barbara

Girai su e giù per la lunga via (or ora sgombrata dallo spazzaneve trascinato da dieci robusti cavalli) e mi persuasi che qui non manca proprio nulla. Prima di tutto non mancano le osterie, trattorie, ristoranti, alberghi: anzi si può dire che c’è n’è quasi uno in ogni casa; e le insegne sono le prime a farci sapere che gli operai sono qui giunti da tutte le parti d’Italia: perché esse accennano a città (Alleanza Cooperativa Torinese), a parti di provincia (Ristorante Canavese), ad intere regioni (Macelleria Toscana). In mezzo a tutti questi segni… ed insegne di regionalismo c’è pure, che Dio lo benedica, il Ristorante all’Italiano; e chi vagheggiasse ideali più larghi di quelli della patria, ecco che avrebbe a sua disposizione l’Osteria del Popolo Internazionale. Il Sempione dà pure il nome a più d’un esercizio; e, come in contrapposto alle tenebre della galleria, sono numerose anche le osterie dedicate al Sole ed alla Luce. Numerosi sono pure i barbieri; anzi un’insegna porta nientemeno che queste sontuose parole: Salon Parisien Coiffeur! Pare in ogni modo che la strombazzatura abbia avuta poca fortuna; ché il Salon c’è ancora, ma in esso, in cambio del coiffeur, ha posto, per qualche ora al giorno, la sua sede provvisoria l’egregio medico-farmacista di Varzo, che qui ha stabilito un dispensario farmaceutico.

Balmalonesca, il villaggio dei “trafurett”, arrivò a ospitare 8000 anime

Una veduta dell’unica strada del villaggio di Balmalonesca. In primo piano una carrozza con i cavalli e alcuni passanti; sullo sfondo la chiesetta di Santa Barbara

Di negozi ce n’è di ogni genere e specie; e dai vestiti alle scarpe, dalle chincaglierie alle inevitabili cartoline postali, nulla fa difetto; e non mancano l’ufficio di posta e la stazione dei carabinieri; e per tutto quello che può nascere c’è anche la sua brava levatrice approvata. Questi operai sono qui in gran parte colle loro famiglie, più o meno regolari; e perciò la via è piena di bimbi, che sono quasi più numerosi dei cani, i quali sono in numero straordinario. Per tutti questi piccini sorse qui presto l’asilo infantile; poi vennero le scuole maschili e femminili; poi la chiesa cattolica di Santa Barbara, pulita ed elegante, su nella parte alta del paese; e poi anche la chiesa evangelica. Tutto questo avrà servito, voglio sperare, ad educare i piccoli; ma i grandi? Come andiamo in fatto di moralità e regolarità? Mi è bastata un’inchiesta breve e sommaria a persuadermi che, da questo lato, c’è poco da stare allegri. Le famiglie sono molte ma pochi sono i matrimoni regolari … e finiti i lavori del Sempione saranno finiti anche i matrimoni”.

Gli operai impiegati al traforo facevano un turno quotidiano di otto ore

L’ingegner Brandau, il responsabile dei lavori sul versante italiano, descritto dal Malladra come “un tipo di robusto e vigoroso sassone, rude a primo aspetto, ma di una cordialità che colpisce … è il vero papà degli operai”, aveva organizzato un cimitero a Iselle, un ambulatorio medico, grandi dormitori costruiti secondo le moderne regole igieniche, la mensa, la sala docce dove gli operai alla fine del turno di lavoro potevano lavarsi e lasciare gli abiti sporchi che venivano immediatamente lavati e asciugati in grandi stanzoni con l’aria calda. Tra gli operai molti erano giovanissimi. Come osserva il Brentari, “nella schiera vedo pochi uomini in età, e molti ragazzetti, che riescono a guadagnarsi un paio di lire al giorno, ad imparare troppo presto quanto è dura la vita. I ragazzi, quando non si consgnano qualche pugno, chiassano, scherzano, ridono, si lanciano palle di neve; ma gli altri sono seri, di una serietà mesta e quasi fatalistica. Giungono col loro lanternino, coi loro stivaloni, coi vestiti sdrusciti, rattoppati, laceri in modo da lasciare vedere le carni; prendono posto nei vagoncini; ed aspettano la partenza, cercando un po’ di conforto nella inseparabile pipetta. Addio ed arrivederci, povera buona gente! I viaggiatori, fra poco, comodamente assisi nei vagoni di velluto, passeranno di qui; ma quanti di essi penseranno a voi?”.

Due giovani lavoratori in una foto di Iginio Muzzani del 1902

Alla conclusione del lavori il paese iniziò a spopolarsi: molti operai preferirono far fagotto tornare alle terre natie. Le case furono abbandonate e al posto delle voci dei bambini si udiva solo il sibilo del vento freddo dei ghiacciai, finché nel 1920, attorno alla mezzanotte del 29 Settembre, l’alluvione del torrente Diveria travolse e spazzò via il villaggio con un onda di piena, ma fortunatamente risparmiò i pochi abitanti rimasti. La chiesa era stata demolita qualche mese prima perché pericolante. Nel 1954 le acque restituirono, nel 50° della morte, la lapide dedicata a Don Vandoni che sta oggi, tutta sconquassata, nella chiesa di Iselle. Nel 1977 lo stesso corso d’acqua terminò l’opera di demolizione del paese, dove vivevano ancora quattro famiglie. Oggi restano soltanto pochi ruderi e qualche immagine a ricordare il villaggio fantasma dei trafurett del Sempione.

Due addetti al trasporto della dinamite

L’inizio dei lavori all’imbocco sud ad Iselle

La strada del Sempione verso il villaggio con la passarella di legno sulla Diveria

Il trasporto di una macchina per lo scavo dei due tunnel

I manovali pronti sul treno diretto al cantiere

L’ospedale poteva ospitare fino a trenta pazienti

I minatori immortalati il giorno dell’ultima perforazione, il 24 Febbraio 1905

Iselle, 2 Aprile1905, il treno in attesa degli invitati nel giorno dell’inaugurazione in uno scatto del fotografo domese Ernesto Trabucchi

Lo scompartimento di seconda classe del Simplon Express

An english abstract about Balmalonesca and a bunch of pictures are featured in How to be a retronaut. Click here to see te “capsule”: the-lost-village-of-balmalonesca-1898-1905

The Italian village of Balmalonesca near the Swiss border was built in 1898 to house workers employed in the excavation of the Simplon railway tunnel, completed in May 1905. The village housed 8,000 people from every part of Italy in wooden alpine chalets and also offered a catholic church, a nursery, a school, a hospital, a barber and many bars and restaurants. It was run under strict rules by the German engineering company Brandt Brandau. When the tunnel was complete, the population departed. In 1920 a huge flood swept most of Balmalonesca away’

Scarica qui il pdf dell’articolo: Balmalonesca, un Far West ai piedi del Sempione

Bibliografia: Ottone Brentari, Gli operai addetti al lavoro, in “Il Corriere della Sera”, 25 Febbraio 1902; Alessandro Mallandra, Il traforo del Sempione, Milano, Cogliati, 1904; Luciana Rigoni, Balmalonesca e il Sempione, Domodossola, Grosso, 1991; Carlo Pessina ed Edgardo Ferrari, L’Ossola nella fotografia d’epoca, Domodossola, Grossi, 1996; Edgardo Ferrari, Il Sempione dal valico al traforo, Domodossola, Grossi, 2006; Autori Vari, a cura di Roberta Cordani, Milano verso il Sempione, Milano, Celip, 2006; Balmalonesca e il Sempione, dalla cura del corpi alla cura delle anime, Dvd, pubblicato dal Comune di Trasquera nel 2006; Paolo Crosa Lenz, Appunti per una storia sociale del Sempione, in Almanacco Storico Ossolano, Grossi, Domodossola, 2008; Orio Vergani, Una storia di pionieri, da “Lo Strona”, I-1981, in Lino Cerutti ed Enrico Rizzi, Il Lago d’Orta. Pagine di storia e arte da “Lo Strona” (1976-1982), Anzola D’Ossola, Fondazione Enrico Monti, 2009.
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Campi e Officine

on 22 setamFri, 30 Sep 2011 03:09:20 +00002722011 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: 1906, 1920, 1977, Alfredo Brandt, Alluvione, ancylostoma duodenale, anemia del minatore, Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Art, Balmalonesca, Brandt-Brandau & C, Briga, Carlo Brandau, cascata, chiesa cattolica, chiesa evangelica, dinamite, Diveria, Don Antonio Vandoni, Far West, ghost town, Giovanni Bertina, Giuseppe Volante, Gondo, History, Iselle, Italy, Lake Maggiore, lavoro minorile, Marco Casali, minatori, Monte Leone, Nothern Italy, Opera del Sempione, operai, Painting, Paola Vozza, perforazione, photo editor, Photography, Piedmont, piena, Retro, Santa Barbara, Simplon Express, Svizzera, Traforo del Sempione, Trasquera, Tunnel del Sempione, Vaira, Val Divedro, villaggio, villaggio fantasma, Vintage, Vittorio Buttis
La vera storia del falso Buffalo Bill nel Cusio

“E’ uno dei pochi misteri della mia vita che non sono riuscito a svelare”. Così ha commentato Celeste Bardazzi, presidente del Circolo Filatelico Omegnese, quando gli abbiamo chiesto di quella misteriosa cartolina: un invito allo spettacolo del Buffalo Bill Wild West presso il Teatro Sociale di Omegna, organizzato dall’Unione Sportiva Omegnese. Data, il 20 Febbraio, sabato grasso. L’anno non si sa, non è scritto. La cartolina, che è autentica, è stata pubblicata in un libretto su Omegna com’era.

Una vista estiva di Omegna dal Lago d’Orta all’inizio del Novecento

Da qui è partita la nostra lunga e laboriosa indagine, che aveva come oggetto una domanda: è dunque possibile che William Frederick Cody, noto come Buffalo Bill, soldato dell’esercito americano nella guerra di secessione, famoso cacciatore di 4000 bisonti, attore e impresario del West Wild Show, abbia scelto proprio Omegna come tappa del suo spettacolo? All’inizio del secolo scorso era una una ridente cittadina a vocazione industriale, che contava 4923 abitanti. La strada percorsa ci ha portato lontano dal Cusio, fino in Canada, attraverso l’America e l’Inghilterra, ma abbiamo deciso di pubblicarla ugualmente perché la storia ci è piaciuta.

Omegna al giovedì, giorno del mercato, nel 1910. Sullo sfondo l’Albergo Savoia. Buffalo Bill avrebbe visitato la cittadina del Cusio per uno spettacolo al Teatro Sociale. Ma era veramente William Cody, il famoso cacciatore di bufali, o si trattava di un’imitatore?

Alessandra Magrin, studiosa presso l’Università scozzese di Strathclyde a Glasgow, che si occupa delle turnée e dell’attività di Buffalo Bill in Italia, ha fornito una preziosa indicazione. La sua opinione è che si tratterebbe di un altro Cody. Infatti il “vero” Buffalo Bill il 20 Febbraio 1906 era in viaggio verso Marsiglia, dove sarebbe sbarcato il 4 Marzo, quindi non poteva certo essere ad Omegna! Dalla Francia avrebbe portato il suo show nel Vecchio Continente fino a Settembre, con venticinque tappe in Italia. In Piemonte si fermò a Torino, Alessandria, Asti e Novara. L’ultimo spettacolo europeo si tenne a Ghent, in Belgio, il 21 Settembre. Quell’invito non è riferibile nemmeno al 1890, l’unico altro anno in cui Buffalo Bill visitò l’Italia, perché quel 20 Febbraio si trovava a Roma. John Rumm, curatore di Storia del West Americano al Buffalo Bill Historical Center di Cody in Wyoming, che possiede una route list completa delle città visitate in Italia dal Wild West Show, ha confermato che Omegna manca all’appello, sia nel 1890 che nel 1906.

La cartolina-invito di Buffalo Bill allo spettacolo del 20 Febbraio ad Omegna, Collezione Privata

L’iconografia utilizzata solitamente dal “vero” Buffalo Bill in occasione delle rappresentazioni italiane era sempre uguale. La cartolina omegnese è molto diversa. L’ipotesi della Magrin e di Rumm è che ad Omegna ci fu sì lo spettacolo, ma che ad esibirsi non fu il vero Buffalo Bill bensì un’imitatore, il cosidetto “falso Buffalo Bill”, ovvero un certo Samuel Franklin Cody, attore e aviatore americano. Dopo un’attenta verifica sui calendari, abbiamo scoperto che il Sabato 20 Febbraio, il giorno in cui il fantomatico Buffalo Bill si esibì ad Omegna, cadde soltanto negli anni 1892, 1897, 1904 e 1909.

Un ritratto giovanile di Samuel Franklin Cody, il cowboy americano che sfruttò la sua strabiliante somiglianza con il “vero” Buffalo Bill per far fortuna. Dall’inizio del Novecento cambiò mestiere e divenne un pioniere dell’aviazione nel Regno Unito. Washington, Library of Congress

Jean Roberts è una piacevole signora inglese, che, dopo aver acquistato la casa in cui aveva vissuto Samuel Franklin Cody, ne è diventata un’esperta biografa. Secondo i documenti in suo possesso, Cody visitò l’Italia dal 1894 al 1896. Nel 1894 Cody avrebbe sfidato il velocista Romolo Buni al Parco Trotter di Milano. Nel 1904 era occupato a fare dimostrazioni con i suoi aquiloni all’Alexandra Palace di Londra e lavorava per l’esercito ad Aldershot, mentre nel 1909 volava a Farnborough. Quindi gli unici anni possibili per lo spettacolo di Omegna potrebbero essere il 1897 o il 1904. Nel 1897 Cody sarebbe rimasto in Italia almeno fino al 20 Febbraio per partire subito dopo per la Francia. Infatti il 28 Febbraio del 1897 lo troviamo al a Tolouse con uno spettacolo al Vélodrome du Bazacle. Il 1904 è l’anno meno probabile, ma è anche vero che il Teatro Sociale di Omegna fu inaugurato solo nel 1902.

Il Teatro Sociale di Omegna, inaugurato nel 1902 dalla Societò del Mutuo Soccorso, dove si sarebbe esibito Buffalo Bill il 20 Febbraio, sabato grasso, di un anno sconosciuto. Da storia.php

Ma chi era Samuel Franklin Cowdery? La sua biografia è di difficile ricostruzione. Ogni volta ne dava una versione diversa, per rendere la sua origine più mitica. Nato con il nome di Samuel Franklin Cowdery a Davenport, in Iowa, il 6 Marzo 1867, discendente dei primi pellegrini giunti in America, Cody raccontava che il padre era stato un eroe nella guerra contro il Messico. Diceva che la sua famiglia era stata sterminata dai Sioux e lui solo era sopravvissuto. In realtà Samuel era uno dei cinque figli di un veterano riformato per malattia che aveva abbandonato moglie e prole nel 1875. Il giovane Cowdery, dopo un precoce apprendistato come cowboy in Iowa e sul mitico Chisholm Trail, dove aveva imparato a cavalcare stalloni, era arrivato come cercatore fino a Dawson City, in Canada, capitale della famosa corsa all’oro del Klondyke. A 21 anni, nell’Aprile del 1888, iniziò a lavorare nel circo di Adam John Forepaugh, che per primo dedicò una parte dello show al Wild West.

L’impresario Adam Forepaugh fu il primo a includere scene dal Wild West nel suo spettacolo. Il numero di Cody si intitolava “Captain Cody, re dei Cowboys”. Washington, Library of Congress

Cowdery, sfruttando la sua strabiliante somiglianza con l’originale, si era fatto passare per Buffalo Bill Junior, cioè il fratello minore del vero Buffalo Bill. Infatti il suo soprannome era “Captain Cody, re dei cowboys”. L’aspetto era indimenticabile: capelli lunghi, pizzetto e baffi, cappello, abiti da cowboy, giacca di pelle e stivali a punta. In quello stesso anno, durante uno show a Norristown, in Pennsylvania, aveva incontrato una graziosa ragazza bruna, Maud Maria Lee ed era stato amore a prima vista. L’anno dopo si sposarono. Lei aveva soltanto 17 anni. Da quel momento si persero le tracce di Cowdery e subentrò “Cody Jnr”; sul certificato di matrimonio la professione era quella di “tiratore di precisione con fucile e pistola e cowboy”. Maud lo seguì nel suo spettacolo e insieme girarono l’America. In un articolo di giornale furono definiti “i più grandi tiratori viventi di revolver”. Nel giugno del 1890 si imbarcarono per l’Inghilterra, forse per evitare procedimenti legali da parte del vero Cody. Assieme alla sposa, che iniziò a utilizzare il soprannome Lillian Cody, girò l’isola con uno spettacolo con il fucile. Nel 1890 si spostò in terraferma.Il matrimonio non dev’essere stato un idillio, tanto che Maud tornò in patria triste e sola, abbandonò la carriera di tiratrice per delle ferite riportate durante uno spettacolo, e si assicurò una dipendenza da morfina e i prodromi della schizofrenia. Disse alla sua famiglia che il marito aveva incontrato una donna inglese. Trascorse i suoi successivi 41 anni come ospite dell’ospedale psichiatrico di Norristown in Pennsylvania e ricevette in tutta la sua vita una sola lettera dal marito. Si fece viva con gli eredi nel 1912, alla morte di Samuel, per rivendicare parte dell’eredità.

L’inglese Elizabeth Mary King Davis, nota successivamente come Lela Marie Cody, divenne l’amante di Cody nel 1890. Già madre di tre figli dal primo matrimonio, diede a Cody il suo unico figlio nel 1897. Lela si prestò a fare da bersaglio a Cody durante gli spettacoli e lo supportò quando decise di dedicarsi all’aviazione.

A due mesi dall’arrivo, Maud fu effettivamente sostuita dalla minuta Mrs Elizabeth Mary King Davis, nota successivamente come Lela Marie Cody. La Davis era figlia di un’importante commerciante di cavalli che lavorava per la Regina. Di quindici anni più anziana di Cody, Lela King non portò soltanto con sé coraggio e esperienza come amazzone, ma anche tre bambini, i due maschi Edward e Leon e una femmina, Vivian. I piccoli, a cui Cody insegnò i trucchi del mestiere, si affezionarono subito al nuovo compagno della madre e lo seguirono sul palcoscenico, adottando il cognome Cody. Si esibirono in spettacoli teatrali nei music-hall con numeri a cavallo, tiro con il fucile e acrobazie con il lazo. Il loro spettacolo che si chiamava Captain Cody and Miss Cody: Buffalo Bill’s Son and Daughter. Nel giugno del 1891 si fece vivo l’autentico Buffalo Bill con la sua Wild West Company, è portò l’agente di S.F. Cody in tribunale, ottenendo la diffida ad usare termini come “figlio di Buffalo Bill” e “Wild West Show”.

William Frederick Cody, il “vero” Buffalo Bill nel 1891 denunciò l’agente di Samuel Franklin Cody e lo portò in tribunale con l’accusa di truffa. Buffalo Bill Museum and Grave, Golden, CO

La fedeltà e la fiducia di Lela non sfumarono in 22 anni di vita insieme, e furono tali che lei si prestò spesso a fare da bersaglio per Cody. Circondata da 20 sfere di cristallo, Lela stava stoicamente immobile mentre lui le faceva saltare una dopo l’altra. Indossava sempre un abito rosso, in modo che, in caso di errore, il sangue fosse invisibile. Cody non ammise mai di aver usato cartucce alleggerite, che non fossero davvero letali o che non rimbalzassero. Il nuovo show intitolato SF Cody and Family, Champion Shooters of America debuttò a Londra nel 1892.

La corsa con la biga era una variante prevista da Cody negli spettacoli, come in questa immagine scattata probabilmente a Malta nel 1896. Foto di Jean Robert, http://www.sfcody.org.uk

Lela e i suoi figli, accompagnarono, nel 1893, Cody nel tour europeo, dove si specializzarono in numeri arditi, come quello in cui Samuel sparava da cavallo alla sigaretta che Lela stava fumando o mirava alle mele sulla testa dei bambini. Una volta, quando la colpì per errore sulla coscia, a lei non restò che stringere i denti e aspettare la fine dello spettacolo. Per farsi pubblicità Cody cavalcava nelle strade del paese di turno, in costume da cowboy su un cavallo mustang, a capo della sua piccola troupe. In quel periodo Cody sfruttò la nascente passione per i velocipedi, nuovo mezzo di locomozione, organizzando una serie di gare contro famosi ciclisti e contemporaneamente si dedicò alla scrittura di commedie e melodrammi. Lo spettacolo da questo momento era incentrato su Cody e il campione di bicicletta del luogo. Girarono l’Europa per anni e nella maggior parte dei casi Cody veniva scambiato per Buffalo Bill.

Cody incassò una clamorosa sconfitta nella gara contro il ciclista Meyer e perse il premio di 10.000 franchi per una rocambolesca caduta da cavallo. Washington, Library of Congress

Nel 1894, a Milano, sfidò il più grande velocista dell’epoca, il ciclista Romolo Buni, classe 1871, prestinée di Porta Ludovica e velocissimo ciclista. Buni era soprannominato “il piccolo diavolo nero”, le petit diable noir, come l’avevano ribattezzato in Francia, per via del fisico minuto e di un maglione nero che usava indossare in gara. La corsa si svolse al vecchio Parco Trotter di via Andrea Doria, dove oggi c’è la Stazione Centrale. Si può ben immaginare chi vinse la tenzone, dopo uno spossante match di tre ore in cui l’americano cambiò ben 11 cavalli, mentre il povero Buni era solo con la sua bici.

Romolo Buni, classe 1871, prestinaio e prodigioso cicista, era soprannominato “il piccolo diavolo nero”. Gareggiò e perse contro Cody nel 1894 a Milano

La sfida ebbe così tanto successo che fu ripetuta per altri due giorni, ma vinse sempre Cody, che in 10 ore percorse 336 chilometri, 16 in più dello sprovveduto ciclista, che aveva accettato l’impari sfida. Ovviamente un cavallo galoppante era molto più veloce anche del ciclista più svelto, ma il cowboy era un maestro nel fingere incidenti durante la corsa che davano la possibilità di ritardare e di far passare davanti l’avversario su due ruote, salvo poi, con un colpo di scena, riprendersi e vincere all’ultimo momento. In questi anni si fece crescere i capelli sulle spalle, adottò il pizzetto e i baffi incerati, come citazione di Napoleone III.

Il fascino di Cody era amplificato dall’aspetto originale. Ai penetranti occhi azzurri faceva da contrasto uno cappello nero e due simmetrici baffoni incerati

Al pubblico poco interessava che fosse il vero o il falso Buffalo Bill, bastava che sapesse cavalcare e che lo spettacolo fosse pieno di acrobazie. Nel Novembre del 1895 il maratoneta Carlo Airoldi, classe 1869 di Origgio, allora in provincia di Milano, sfidò a sua volta Cody, proponendo una gara di 500 chilometri. Airoldi sarebbe stato a piedi, mentre l’americano a cavallo. Quest’ultimo rifiutò perché pretendeva di avere a sua disposizione due cavalli.

Cody rifiutò la sfida con il podista Carlo Airoldi di Origgio, noto per aver camminato a piedi da Milano ad Atene, per partecipare alle Olimpiadi. Da index.php?id=3073&img=1

Il 7 Settembre 1896 Lela diede alla luce l’unico figlio di Samuel, il piccolo Samuel Franklin Leslie Cody, che morì precocemente nel 1917 in una battaglia aerea e fu sepolto vicino al padre. Nel 1897 la combriccola tornò in Inghilterra, proponendo ancora gare con ciclisti, corse con la biga, scene dal Wild West in spettacoli all’aria aperta e all’Alexandra Palace di Londra, che ebbero un grande riscontro. Non c’era traccia di autentici indiani: l’unico era interpretato dall’attore Edward Le Roy, il figlio più grande di Lela, fratello di Leon e Vivian, nati dal primo matrimonio con Edward John King). La fortuna della famiglia aumentò quando, nel 1898, si avventurarono nel mondo del teatro tradizionale, con il Wild West Melodrama, uno spettacolo molto popolare, scritto dallo stesso Cody, e aumentò ancora con la commedia The Klondyke Nugget (La Pepita del Klondyke), ispirata alla febbre dell’oro dello Yukon.

Il melodramma in salsa western “La pepita del Klondyke”, rappresentato per la prima volta nel 1898 , era basato sull’esperienza fatta da Cody in Canada, durante la cosiddetta febbre dell’oro

Si trattava di un melodramma western, ambientato nella tundra canadese, che prevedeva sparatorie, battaglie di coltelli, cavalli al galoppo, ponti che esplodevano, una guerra con gli indiani e una serie di effetti spettacolari, come l’esplosione di un ponte e il passaggio di un guado. Erano previste sette scene in cui i cercatori d’oro dovevano lottare contro uno sceriffo maldisposto, interpretato da Cody, che aveva il privilegio di una morte tragica alla fine della recita. Il successo fu grandissimo, sin dal debutto e la piéce fu poi rappresentata fino al 1904 in tutta la nazione. Divenne uno degli spettacoli più famosi e redditizi dell’epoca, generando la ricchezza che Cody avrebbe poi investito nell’aviazione.

Il poster pubblicitario della commedia. Assieme a Cody, che interpretava uno sceriffo senza cuore, recitavano anche Lela e suo figlio maggiore Edward Le Roy

L’entusiasmo infantile di Cody per gli aquiloni pare che si risvegliò nel Lancashire, nel 1899, quando, in turnée con lo spettacolo, suo figlio Leon, vestito con una camicia rossa, pantaloni da cowboy e sombrero, girava per la città con un aquilone a forma di pappagallo. Presto fu circondato da una folla di bambini che lo seguivano. In quel momento Cody si disse: “se un bambino può attirare l’attenzione di un gruppo con un piccolo aquilone, perché un uomo con un grande aquilone non potrebbe entusiasmare un’intera nazione?”.

Cody prese possesso dell’antica sala da pranzo all’Alexandra Palace di Londra, che divenne dal 1903 il suo quartier generale per le sperimentazioni con gli aquiloni. Da Colonel%20S%20Cody.htm

Così divenne ossessionato dall’idea di far volare un uomo con un aquilone. Il suo interesse potrebbe essere nato in seguito all’amicizia con Auguste Gaudron, un appassionato di volo con il pallone e paracadutista francese. All’inizio gli aquiloni erano un’attrattiva per lo spettacolo teatrale. Venivano portati nelle città in cui si esibivano. Una volta lanciati in aria attraevano una folla di gente a cui veniva poi data in mano il volantino con tutte le informazioni. Quando lo spettacolo si teneva a Londra, Cody teneva i bambini al mattino, già pronti nei loro costumi da cowboy e faceva esperimenti con gli aquiloni, lanciando questi enormi oggetti volanti nei parchi, nei campi. Lela e i figli volarono in una sedia di vimini sospesa sotto l’aquilone per dimostrare il potenziale utilizzo per il trasporto umano e per attrarre il pubblico allo spettacolo. Il primo brevetto depositato fu un aquilone a forma di scatola nel 1901 che Cody offrì all’esercito per l’utilizzo durante la guerra boera.

Esperimenti con gli aquiloni nei primi anni del Novecento ad Aldershot. Da far3.html

Nell’agosto del 1903 Cody riuscì a raggiungere l’altezza di 1300 metri, con il Queen Alexandra, conosciuto come il Cody 2. L’aquilone iniziò ad apparire nei poster pubblicitari di The Klondyke Nugget e Cody disse al “Pearson’s Magazine”: “Io non posso dire di aver inventato una macchina volante nel vero senso del termine, ma devo confessare di avere questa ambizione; spero, tra qualche tempo, di giocare un ruolo importante nella conquista dell’aria”. Con questo annuncio pubblico dichiarò che si sarebbe dedicato in modo serio a quello che fino ad allora era stato un hobby. Si ritirò dalle scene nel 1905, ma già dal 1903 stabilì il suo laboratorio nella vecchia sala da pranzo dell’Alexandra Palace, mentre altre attori recitavano The Klondyke Nugget, pagando a lui i diritti. Anche se si stava trasformando in un aviatore professionale, Cody era ancora percepito dai più come il cowboy-attore. Nello stesso anno fece un tentativo coraggioso, seppur fallimentare, di attraversare la Manica su una barca attaccata a due aquiloni. L’exploit attirò l’attenzione di Percy B. Walker, ex capo dell’ufficio strutture alla Royal Aircraft. Walker scrisse che “la capacità di Cody nell’innovazione meccanica si eleva al livello di genio e la sua comprensione dei fondamentali principi della meccanica trascende quella di molti ingegneri professionisti”. Finalmente venne assunto dall’esercito ad Aldershot, la cittadina a sudovest di Londra, sede dell’Esercito, con uno stipendio di 1000 sterline all’anno più le spese, per testare aquiloni, palloni e aeroplani.

L’enorme mole del dirigibile Nulli Secundus, che volò tre volta sulla cattedrale di St Paul nel 1907

Nel 1907 Cody fece parte del team del Nulli Secundus I, assieme al Colonnello JE Capper, sovrintendente alla scuola di palloni dell’esercito inglese. Superarono in record di volo, da Farnborough a Londra in tre ore e cinque minuti, volando addirittura tre volte sopra la cattedrale di St Paul per atterrare al velodromo Cycle Stadium. Cody aveva progettato la navicella e le aste che collegavano la navicella al guscio e lo tenevano rigido. La struttura, in noce americano, pino e bambù, era simile a quelle adottare per gli aquiloni e per gli alianti. Con questa impresa Cody fu finalmente accettato dal pubblico come un vero pilota.

Il British Army Aeroplane No. 1B in un test di volo nel 1909. Il mitico No. 1A era stato il primo aereo a motore capace di volare in Inghilterra. Purtroppo si era stato danneggiato all’atterraggio, ma Cody aveva salvato il motore francesce Antoniette, per utilizzarlo sul No. 1B. Da cody.htm

Il 16 Ottobre 1908 fece il primo, mitico, volo con il British Army Aircraft Number One, noto come il “Cody 1″, un biplano l’aereo che aveva progettato per l’esercito, ispirandosi ai suoi aquiloni e alianti, dotato di un motore Antoniette da 50 cavalli, collegato alle due eliche con una catena. Fu il primo aereo capace di volare mai utilizzato in Gran Bretagna, soltanto cinque anni dopo il primo volo effettuato dai fratelli Wright. Rispetto agli esperimenti precedenti, voli brevissimi o saltelli, questa volta durò più di un quarto di miglio. Alla fine però l’aereo si schiantò a terra per il tentativo di farlo girare velocemente a un altezza troppo bassa. Cody restò illeso, a parte qualche taglio sulla fronte. Come eroe dell’aviazione conquistò la fama e la gloria che nei panni di Buffalo Bill Junior non aveva potuto raggiungere. Le autorità militari non erano però convinte di voler investire in queste macchine volanti che tendevano a cadere. Il finanziamente fu ritirato e Cody fu costretto a finanziare gli esperimenti e la costruzione di aerei con i suoi fondi.

Il cosiddetto “Cody Omnibus” nel 1901. Era un velivolo in grado di trasportare quattro passeggeri

Iniziò a lavorare nell’hangar di Laffan’s Plain vicino a Farnborough, con una squadra di volontari e aiutanti. Cody era superstizioso e sopra l’entrata aveva appeso un ferro di cavallo. C’era anche un faggio, alla fine della pista di atterraggio, dove legava l’aereo con una corda. Le abitudini di un cowboy sono dure a morire! La cosidetta Cattedrale, per il termine francese “katahedral” in riferimento alla curvatura delle ali, decollò il 14 Agosto del 1909. Cody caricò il Colonnello JE Capper, che fu il primo passeggero ad essere trasportato su un aereo in Inghilterra. L’aspetto originale delle sue creazioni di Cody era lo zimbello dei critici, che lo criticavano sia per l’eccesso di seta, sia per l’utilizzo del bambù al posto del metallo, anche se questa scelta era dovuta alla penuria di fondi e all’attaccamento di Cody alle tecnologie tradizionali. Con la Cattedrale Cody battè numerosi record, come una gara di 40 miglia in un’ora e tre minuti, volando su Aldershot, Camberley, Fleet, Fanham e Farnborough l’8 Settembre 1909. Questo, all’epoca, fu il volo più duraturo e lungo del mondo.

In posa con la nuova auto, una Simms. Pur non avendo mai guidato Cody fece il primo viaggio con la vettura fino ad Aldershot e arrivò sano e salvo

Le circostanze forzarono Cody a utilizzare la sua popolarità. Quando i proventi di The Klondyke Nugget iniziarono a scarseggiare si dedicò alle gare di volo, alle lezioni e al trasporto di passeggeri a pagamento. Era spesso sull’orlo della bancarotta perché raramente fu in grado di vendere i suoi brevetti. Iniziò a nascondere la sua lunga chioma sotto il cappello, per essere più credibile come pilota, e infine li tagliò. Ciònonostante l’esperienza da attore teatrale rimase ben presente nel tono della voce in cui si rivolgeva alla folla e nel suo istinto per il pubblico. Il taglio dei capelli fu un chiaro segno della sua difficoltà rispetto al passato da showman, dopo essere stato accettato come un aviatore. Talvolta veniva enfatizzato l’attore, altre volte il pubblico lo idolatrava come un pioniere del volo. Cody era invece poco a suo agio con questa doppia identità.

Una curiosa immagine di Lela Cody nel giorno del suo battesimo dell’aria. Lela fu la prima donna a volare in America e in Inghilterra. La sua gonna era stata legata per evitare imbarazzanti visioni. Londra, Imperial War Museum

Lela King seguiva Cody nelle sue “follie” e sperimentò anche lei gli aquiloni e gli aerei. Nell’agosto del 1909 Lela fu la prima donna passeggera in volo d’Inghilterra e d’America. Cody stava diventando una star. Al primo air show di Doncaster nel 1909 volò per un terzo di miglio e pubblicamento dichiarò il suo amore per la corona d’Inghilterra diventando cittadino inglese. Nel 1910 vinse 10.000 sterline della Michelin Cup dopo aver volato per 4 ore e 47 minuti. Fu lunico pilota inglese a completare la prima gara Round Britain nel 1911 con il Cody III. Divenne un’eroe del popolo, atteso dalla folla dovunque atterrasse. Trasportava persone sulle ali (senza paracadute) e caricò anche un gruppo di indiani americani vestiti con frange e penne sulla testa. Sempre cosciente della propaganda, si fece anche immortalare su pellicola.

Il colonnello Cody organizza una caccia in areoplano

Un giro in biplano nel 1910

Continuò il lavoro sugli aerei usando i propri soldi, fino al 7 Agosto 1913 quando, mentre testava il funzionamento della sua ultima invenzione, il maledetto idrovolante Mark VI, si spiaccicò al suolo da un’altezza di 500 piedi per un cedimento strutturale. Il Mark VI era il velivolo più grande mai progettato da Cody e, malgrado la sua stazza, funzionava perfettamente e il motore 100 cavalli Green lo rendeva anche abbastanza veloce. Cody aveva previsto di partecipare alla gara Coastal Circuit of Britain indetta dal “Daily Mail” nell’agosto del 1913. Gli aerei avrebbero duvuto volare in 72 ore, da Calshot, vicino a Southampton fino a Inverness e dal lì fino a Dublino, poi girare a Land’s End verso Falmouth e ritornare a Southampton. Cody era fiducioso di poter vincere, anche perché si erano iscritti soltanto altri tre piloti. Invece l’aereo si ruppe in aria il 7 Agost, e cadde a Cove Common. Cody e il suo passeggero W.H.B. Evans non sopravvissero all’impatto e furono dichiarati morti all’Ospedale di Connaught. Cody aveva previsto di caricare il figlio adottivo Leon, quando si era proposto Evans e Cody aveva detta “Porterò prima su lui, sembra un tipo sportivo, gli darò lo spavento della sua vita”!

Il relitto del maledetto idrovolante che si schiantò il 7 Agosto del 1913 per un cedimento strutturale. L’impatto fu fatale per Cody e il suo passeggero, che morirono immediatamente

I suoi figli Leon e Frank stavano lavorando vicino all’hangar di famiglia e corsero sulla scena dell’incidente dove si inginocchiarono sul corpo senza vita del pilota gridando “Oh papà, papà, papà”. Una morte tragica, ma anche prevedibile, che il Cody drammaturgo avrebbe sicuramente approvato. Un matinée fu organizzato all’Ippodromo di Leicester Square con 45 artisti di music-hall per la tradizionale raccolta di fondi per la famiglia di Cody e due passaggi in aereo per Hendon furono messi all’asta dal palcoscenico, come tributo, sottilmente macabro, alla ferrea fiducia del pubblico per il volo. Uno spettacolo di ricordo ci fu anche ad Aldershot, mentre alcuni valorosi piloti salutarono simbolicamente Cody con un’esibizione aerea sul circuito di corse di Aintree a Liverpool. Il re, Giorgio V, mandò un telegramma di condoglianze alla vedova. Lela Marie Cody visse fino a 87 anni e morì il 5 febbraio 1939.

Il re Giorgio V mandò a Lela Cody un telegramma di cordoglio ricordando la figura dell’aviatore americano. Al funerale di Cody parteciparono 100.000 persone

Cody fu seppellito, con tutti gli onori di un membro dell’esercito, al cimitero militare di Aldershot, l’11 Agosto del 1913 in compagnia degli eroi di guerra inglesi, il primo civile e l’unico americano ad avere tale privilegio. La bara fu trasportata su un affusto di cannone trainato da sei cavalli neri come il carbone. Accorsero centomila persone e tutti i reggimenti dell’esercito, per l’ultimo saluto al cowboy volante.

Il centro storico di Omegna agli inizi del Novecento con il Municipio sulla sinistra e il campanile della chiesa di Sant’Ambrogio al centro

Non sapremo mai, con certezza se, Samuel Franklin Cody fu ad Omegna in quel 20 Febbraio, Sabato Grasso, nell’anno, forse, 1897. Qualche probabilità c’è. Un’ulteriore ricerca sui giornali dell’epoca potrebbe essere risolutiva per ristabilire la verità dei fatti. Magari in qualche solaio di Omegna si troverà un vecchio giornale con una recensione dello spettacolo, o apparirà un’altra cartolina, come quella che ci ha portato a conoscere il Colonnello Cody, il cowboy romantico venuto dall’Iowa che è stato, ironia della sorte, il primo uomo a volare in Gran Bretagna.

“I have done very little to shout loud about, but still, I have accomplished one thing that I hoped for very much, that is, to be the first man to fly in Great Britain” (Ho fatto poche cose degne di essere ricordate, ma sono riuscito a farne una che ho a lungo desiderato: essere il primo uomo a volare in Gran Bretagna)

Si ringraziano Alessandra Magrin, John Rumm, Jean Roberts, Garry Jenkins, Celeste Bardazzi e Vincenzo Progida.

Scarica il pdf dell’articolo qui: La vera storia del falso Buffalo Bill nel Cusio

Bibliografia: The Sun, 12 Agosto 1913; G.A., Broomfield, Pioneer of the Air: The Life and Times of Colonel S.F. Cody, Aldershot, Hampshire, Gale and Polden, 1953; Alberto Lorenzi, Milano in carrozza, Milano, Bestetti Editore, 1973; Arthur Stanley Gould Lee, The flying Cathedral, London, Methuen & Co. Ltd, 1965; L. Caioli, In bici contro Buffalo Bill, in “La Gazzetta dello Sport Magazine”, 3 febbraio 1996; S.F. Cody Archive, Sotheby’s 1996; Garry Jenkins, Colonel Cody and the Flying Cathedral – The Adventures of the Cowboy Who Conquered Britain’s Skies, New York, Simon & Schuster, 1999; Daniele Marchesini, Benito Mazzi e Romano Spada, Pàlmer, borraccia e via! Storie e leggende della bicicletta e del ciclismo, Portogruaro, Ediciclo Editore, 2001; Gianfranco Manfredi, Il piccolo diavolo nero, Milano, Marco Tropea Editore, 2001; Andrew Horrall, Popular culture in London c. 1890-1918: the transformation of entertainment, Manchester, Manchester University Press, 2001; John R. Hulls, David Weitzman, Rider in the Sky: How an American Cowboy Built England’s First Airplane, New York, Crown Publishers, 2003; Manuel Sgarella, La leggenda del Maratoneta, Legnano, Macchione Editore, 2005; P. Reese, The Flying Cowboy, Samuel Cody Britain’s First Airman, Stroud, Gloucestersh, Tempus Publishing House, 2006; Alexander Frater, The ballon factory: the story of the men who built Britain’s first flying machine, London, Picador, 2009; Giancarlo Ascari, Matteo Guarnaccia, Quelli che Milano. Storie, leggende, misteri e varietà, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2010; Jerry Kuntz, A Pair of Shootists – The Wild West Story of S.F. Cody and Maud Lee, Norman OK, University of Oklahoma Press, 2010; Richard Alexis Georgian, Cossacks, Indians and Buffalo Bill, Naples FL, Barringer Publisher, 2011. Link: Buffalo Bill Historical Center http://www.bbhc.org; un breve documentario sulla vita di Samuel Franklin Cody 7672390.stm; il vero Samuel Cody cody_feature.shtml; il sito di Jean Roberts su Cody http://www.sfcody.org.uk; SF Cody at The Drachen Foundation http://www.drachen.org.
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on 22 ottpmTue, 04 Oct 2011 23:18:49 +00002762011 2011 at 9.41 Commenti (1)
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I contadini e le lavandaie. Il realismo di Arnaldo Ferraguti

Alla vista di Alla vanga viene in mente, prima di tutto, una domanda: come sarà stato possibile trasportare la tela nella sala e appenderla? Il quadro di Arnaldo Ferraguti è infatti l’opera più grande esposta nelle collezioni del Museo del Paesaggio di Verbania. La risposta è arrivata dal gentilissimo signore che vende i biglietti al piano inferiore: “È semplice. Prima era arrotolata, poi è stata portata su ed attaccata alla parete”. Dopo l’inziale e comprensibile meraviglia ci si può comodamente sedere su una panca ad osservare l’enorme dipinto, largo sei metri e mezzo e alto tre, che vinse nel 1891 il prestigioso Premio Fumagalli alla Triennale di Brera e fu donato al Museo nel 1926 dal marchese Silvio Della Valle di Casanova.

Arnaldo Ferraguti, Alla vanga, 1890, Pallanza, Museo del Paesaggio

Si tratta di un’opera di soggetto rurale, un tema che percorre tutta la pittura dell’Ottocento, basti pensare ai notissime spigolatrici di Millet del 1857. Allievo di Domenico Morelli all’Accademia di Belle Arti di Napoli, il Ferraguti, nato a Ferrara nel 1862, si era trasferito nella città partenopea con la famiglia, dove aveva iniziato nel 1879 a seguire i corsi di pittura con Domenico Morelli, sperimentando con quadri di argmento storico e orientalista. All’Esposizione Internazionale di Roma del 1883 conobbe il pittore Francesco Paolo Michetti. Spostatosi poi in Abruzzo, si dedicò a una produzione di studi dal vero, eseguiti sia con la tecnica del pastello che con l’olio.

Arnaldo Ferraguti, Ritorno dai campi o Paesanella, 1892-1895 circa, Pallanza, Museo del Paesaggio

Fu molto legato ai fratelli Giuseppe ed Emilio Treves, gli editori milanesi, che incontrò grazie al Michetti. Per la loro prolifica casa editrice lavorò illustrando riviste, come “L’Illustrazione Italiana” e libri, tra cui Cuore di Edmondo De Amicis e le novelle del Verga. Per questi incarico il Ferraguti si stabilì a Milano, dove sposò la nipote dei suoi datori di lavoro, l’affascinante Olga Treves.

Arnaldo Ferraguti, disegno da “L’Illustrazione Italiana”, 1901

Arnaldo Ferraguti, Davanti alla porta del loggione della Scala la sera del Falstaff, da “L’Illustrazione Italiana”, 1893

Con la moglie, negli anni novanta dell’Ottocento, si spostò a Pallanza. La coppia si inserì nei vivaci salotti di Villa San Remigio e Villa Cordelia, frequentati anche da Verga e D’Annunzio. Qui Ferraguti si costruì una dimora con una splendida vista sul Lago, sulla punta della Castagnola, che divenne successivamente l’Albergo Villa Tilde (attualmente la casa è disponibile sul mercato immobiliare: verbania-pallanza-villa-storica-sul-lago-maggiore.html).

Il pittore fotografato nel suo studio

Collaborò ancora con il Michetti alle scenografie per La figlia di Jorio di D’Annunzio, prodigiosa rappresentazione della terra d’Abruzzo, che debuttò a Milano nel 1905 con la compagnia di Irma Gramatica e Ruggero Ruggeri. In seguito il versatile artista diradò la produzione per dedicarsi all’attività imprenditoriale, nel ramo della chimica applicata alle belle arti e alla produzione di pergamena e cuoio artificiali. Dopo aver venduto l’attività, si stabilì a Forlì come direttore della fabbrica del “percuoio”. Morì improvvisamente nel 1925.

Arnaldo Ferraguti, Alla vanga, dettaglio, 1890, Pallanza, Museo del Paesaggio

Arnaldo Ferraguti, Alla vanga, dettaglio, 1890, Pallanza, Museo del Paesaggio

Arnaldo Ferraguti, Alla vanga, dettaglio, 1890, Pallanza, Museo del Paesaggio

Alla vanga è un gigantesco affresco iperrealistico di storia contemporanea, un’opera sociale sugli umili lavoratori, uomini, donne e bambini, che risente di un accurato studio di immagini fotografiche. La genesi costò al Ferraguti anni di personale esperienza sui campi per verificare l’esatta posizione delle figure. I vangatori e le contadine riprendono, ingranditi, i personaggi letterari dei romanzi e risentono degli echi della pittura di Morelli e Michetti. Nella collezione del Museo del Paesaggio di Pallanza è esposta anche una tela verticale dedicata alle Lavandaie di Pallanza, dipinta dal Ferraguti nel 1897, in cui l’artista ha reso con sorprendente veridicità le donne al lavoro e i riflessi dell’acqua. D’altra parte, già all’epoca, l’artista poteva giovarsi del confronto con l’immagine fotografica.

Lavandaie, 1897, Pallanza, Museo del Paesaggio

Pallanza, lavandaie in piazza, fine Ottocento

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Il Museo del Paesaggio ha tre sedi. Le sezioni dedicate a pittura, scultura, architettura sono esposte a Palazzo Viani Dugnani, in via Ruga 44 a Verbania Pallanza, telefono 0323 556621. Per informazioni consultare il sito internet: http://www.museodelpaesaggio.it.

Per vedere la pagina dedicata sul sito del Museo dedicata a Ferraguti: arnaldo_ferraguti

Bibliografia: Sergio Rebora, Arnaldo Ferraguti, 1862-1925. Tra pittura e letteratura alla fine di un secolo, Milano, Silvana, 2006.
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Musei e Collezioni
Pinacoteca

on 22 ottamThu, 20 Oct 2011 11:18:13 +00002922011 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: Abruzzo, Alla vanga, Arnaldo Ferraguti, Art, Casa Editrice Fratelli Treves, Domenico Morelli, Edmondo De Amicis, Emilio Treves, Francesco Paolo Michetti, Gabriele D’Annunzio, Giovanni Verga, Giuseppe Treves, History, Illustrazione, Irma Gramatica, Italy, L’Illustrazione Italiana, La figlia di Jorio, Lake Maggiore, Lavandaie, Museo, Museo del Paesaggio, Napoli, Nothern Italy, Olga Treves, Ottocento, Painting, Palazzo Viani Dugnani, Pallanza, Photography, Piedmont, Pittura sociale, Retro, Ruggero Ruggeri, Verismo, Verismo sociale, Villa Cordelia, Villa San Remigio, Villas, Vintage
Un olmo che da sé stornella

Se potesse parlare racconterebbe infinite vicende. Anno più o anno meno è là da quattro secoli. Vecchissimo e cavo, ad ogni primavera l’olmo di Mergozzo si risveglia e si veste di foglioline. Largo cinque metri e mezzo e alto quindici è un Ulmus minor, specie tradizionale del paesaggio agrario italiano. Per i greci e i romani l’olmo era considerato l’albero di Oneiro, il demone dei sogni, e dell’alato Morfeo, uno dei mille figli di Ipno, il Sonno, a sua volta fratello di Thanatos, il trapasso. Morte, sonno e sogno erano strettamente legati e l’olmo era il loro albero. Potente oracolo, prediceva il futuro e il suo balsamo era sollievo per ferite e piaghe. Le foglie facevano scomparire il cattivo umore e, usate come imbottitura per il giaciglio, servivano a irrobustire le ossa.

Un piccolo olmo campeggia al centro del “ritratto” di Mergozzo, dipinto da Carolus Canis nella Madonna del Rosario, custdita nella Chiesa Parocchiale del paese

Quello di Mergozzo è ritratto ufficialmente nella pala d’altare dedicata alla Vergine del Rosario, dipinta dal pittore novarese Carolus Canis nel 1623. L’artista tratteggiò, ai piedi della Madonna, il paese in prospettiva dal Lago con l’albero ben visibile, seppur non altissimo e frondoso. Ma chi lo aveva piantato? Una leggenda racconta che dove c’è ora l’olmo esisteva un cimitero. Lì venne sepolta la figlia di una famiglia molto povera che, non avendo i soldi per portare sempre i fiori freschi, decise di mettere a dimora l’alberello. Ai suoi piedi si sedettero un tempo i consoli, i dignitari, i magistrati del borgo ad amministrare la giustizia e da quel luogo ideale fu diretta per millenni la vita della comunità.

Tavola dedicata all’olmo da Amédee Masclef, Atlas des plantes de France utiles, nuisibles et ornamentales, Tome 3, Parigi, Muséum National d’Histoire Naturelle

Nel Seicento, la popolazione, che non arrivava al migliaio, era retta da due consoli, che, eletti a suffragio universale, restavano in carica sei mesi. Le strade erano come le troviamo oggi, ma non avevano nome, bensì appellativi come Ruga, Strada Vecchia, Via dei Cavalli, Caretto, Carione o Sasso del Buco. Tutte le case erano costruite in muratura, vista la grande quantità di pietra presente nella zona. Al cadere della sera il paese piombava nel buio e brillavano soltanto le lanterne delle immagini sacre. Un’usanza curiosa di quel tempo era il grande fuoco comune: un braciere posto nella piazza davanti alla Chiesa, presso la porta, cui attingeva chiunque ne avesse bisogno. Mancavano la scuola e il medico. L’esercizio primitivo delle chirurgia era esercitato dal barbiere, che era anche sarto, anche se nei casi più gravi si ricorreva ai medici di Pallanza o di Domodossola. Segale, avena, miglio e legumi erano il cibo ordinario, oltre all’uva. Si coltivavano anche la canapa, il lino e si allevavano i bachi da seta. Era in voga uno strano copricapo: un lungo cappello di paglia che scendeva sin oltre il busto.

Pieter Bruegel il Vecchio, Testa di lanzichenecco, olio su tavola, Montpellier, Musée Fabre

Nella tarda estate del 1629 scese in Lombardia l’esercito dei Lanzichenecchi e nella primavera seguente alcune compagnie si sparsero nelle terra del Lago Maggiore. In mezzo ad esse era annidato il terribile batterio Yersinia Pestis. Verso la fine di Aprile del 1630 si ebbero a Mergozzo i primi segni del morbo, con la morte, il 19 Maggio, di Barbara Pagani, una bambina di 10 anni. Il parroco, Stefano Margaritis, disse che bisognava sottoporre il corpo a una visita, per sospetta peste. Non ci fu corteo funebre e il corpo fu sepolto in un prato, fuori dall’abitato, oltre la Porta del Sasso, in un terreno chiamato la vignetta. Il giorno dopo morì anche la mamma, Caterina Pagani, di 30 anni. Il suo cadavere fu visitato da due medici di Domodossola e da un chirurgo di Pallanza e seppellita prope filiam.

Gaetano Zumbo, Cera della pestilenza, 1691-1695, Firenze, Museo della Specola

Agli abitanti di Mergozzo fu proibito di uscire dai confini del paese, ma l’infezione si stava già diffondendo. Negli atti di morte il Sacerdote scrisse per tutti, rassegnato, la stessa frase: migravit ex hac vita. Dal 22 Maggio al 3 Settembre 1530 morirono circa cinquecento anime. A ricordo di quell’anno orribile fu posta in Piazza Marconi una colonna di granito di Montorfano con una croce in ferro. Lì, dove era stato eretto un altare e veniva celebrata la messa, perché la chiesa era sbarrata, si riunivano i superstiti per chiedere a Dio la grazia. La comunità, falciata dal morbo, si riunì l’11 Giugno per fare un voto a Dio: la processione in onore di San Rocco, il santo miracolosamente scampato alla peste, il 16 di Agosto presso la Chiesa di Santa Maria a Prato Scopello e la celebrazione della Festa di San Carlo il 4 Novembre, “per un tempo indefinito e per sempre”.

Bernardo Strozzi, San Rocco, 1640, Venezia, Scuola Grande San Rocco

Ai primi di Settembre, con il sopraggiungere dei primi freddi, la peste andò scemando, ma scomparì definitivamente l’anno seguente. Le conseguenze durarono anni: le campagne rimasero deserte e incolte, le case in rovina, i mestieri e i commerci paralizzati. Quando, finalmente, l’epidemia fu debellata, alcune famiglie dai paesi vicini vennero a stabilirsi a Mergozzo e coltivarono di nuovo i campi abbandonati. Le ragazze non maritate salirono alla chiesa recando in mano i cosiddetti ginostri, alberelli fioriti, piccoli pini o allori, infiorati e abbelliti da nastri, impreziositi da limoni e monete d’argento collocati tra i rami. La celebrazione che si ripete ogni anno, il 16 Agosto, per la festa dell’Assunta. L’olmo, che dal 2002 è nell’elenco degli alberi monumentali redatto dalla Regione Piemonte, veglia ancora su Mergozzo, custode di mille e una storia.

L’olmo sotto la neve in una foto di Giancarlo Parazzoli

Scarica il pdf dell’articolo qui: Un olmo che da sé stornella

Bibliografia: Giovanni Pascoli, Vespro, in Myricae, 1891; Don Dante Imperiali, Mergozzo. Memorie storiche, Verbania, 1969; Jacques Brosse, Storie e leggende degli alberi, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1989. Le foto in apertura e in chiusura sono del fotografo Giancarlo Parazzoli: http://www.giancarloparazzoli.com
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Erbario

on 22 ottpmTue, 25 Oct 2011 17:22:48 +00002972011 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: Albero monumentale, Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Art, Colonna della peste, History, Italy, Lago Maggiore, Lake Maggiore, Lanzichenecchi, Marco Casali, Mergozzo, Nothern Italy, Olmo, Painting, Paola Vozza, Peste, photo editor, Photography, Piedmont, Piemonte, Retro, Verbano, Verbano Cusio Ossola, Villas, Vintage
Arona, la roccaforte dei Borromeo

Veduta d’Arona sul Lago Maggiore, dal Viaggio pittorico ai tre laghi di Friedrich e Caroline Lose, Milano 1818, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense

Grosso Borgo eretto dalle fondamenta circa l’anno 970. Otone I nominò sul finire del decimo secolo Conte d’Arona, e d’altri finitimi paesi il Vicario generale della sua Milizia Falco Obizzone Visconti per aver felicemente conchiusa la pace tra l’Imperatore, il Papa, ed i Romani. Nel 1327 durante la guerra de Guelfi, e dei Gibellini molto soffrì questo Borgo sotto il dominio di Stefano Visconti, che nel 1332 perdette la vita per comando di Lodovico Bavaro successo ad Enrico nell’Impero. Robaldono, e Callino Tornielli di Novara vi successero per elezione dell’Imperatore nel Contado di Arona, che distrutto affatto nel 1358 da Galeazzo Visconti venne dappoi riedificato, e reso più forte da Vitaliano Borromeo nel 1458. Li Borromei n’ebbero costantemente da quest’epoca il Contado, se si eccettua un breve intervallo di tempo, in cui loro fu tolto dal Duca Lodovico Sforza, che nel 1499 agli stessi lo ridonò.

Gliberto Borromeo (1815-1885), Rovine della Rocca di Arona, 1858 olio su tela, Milano, Galleria d’Arte Moderna, in deposito alla Pinacoteca di Brera

La forte Rocca, che vi esisteva, rovinata in parte da un fulmine sino dal 20 Luglio 1688, ed or intieramente atterrata sostenne diversj assedj, fra li quali è dagli Storici specialmente ricordato quello del 1522, quando Renzo Orsino speditovi dall’Almirante Generale del Re di Francia con numerosa truppa venne non senza grave perdita di soldati, e d’attrezzi militari obbligato dagli Aronesi comandati dal valoroso Anchise Visconti ad abbandonare quell’impresa, ove il Capitano francese inutilmente consumò trentasette giorni per espugnare quella fortezza. Molte opere alle religione dedicate ci provano parimenti l’antichità e la celebrità di questo Borgo.

Nicolas Antoine Taunay (1755-1830), L’imperatrice Giuseppina di Beauharnais visita la statua di San Carlo Borromeo ad Arona nel 1797, Malmaison, Château de Malmaison et Bois-Préau

Il Falco Obizzone Visconti, che superiormente si è nominato, vi ha dopo il di lui ritorno a Roma, costruita una ricca Badia, che dopo di essere stata tenuta dalla famiglia Ferreri di Vercelli passò in quella de’ Borromei, finché S. Carlo Borromeo che nacque in quella rocca, come altrove si disse, l’ottenne dal Sommo Pontefice a favore del PP. Gesuiti. Il Convento de’ Cappuccini, che prima della loro soppressione accaduta nel 1810 stava eretto sul colle dalla parte aquilonare, ove più Cappelle rappresentano le gesta gloriose di S. Carlo, era dapprima, e sino dal 1671 collocato al mezzodì d’Areno, ove nel 1652 venne affatto distrutto. Momenti certi delle pietà de’ Borromei sono pure li due Chiostri l’uno per l’educazione delle fanciulle fondato nel 1590 da Margarita Trivulzi Borromeo, e l’altro di Monache eretto nel 1645 sotto gli auspicj d’Isabella d’Adda Borromeo.

George Edwards Hering (1905-1879), Arona e il Castello di Angera, 1856, Collezione Privata

Arona finalmente che a spese delli Borromei fu cinto di mura, e che fu la culla del dotto Senatore Michel’Angelo Caccia, dell’erudito antiquario Antonio Bendone, di Stefano Antonio Cauzian, e di tant’altri uomini illustri nella dottrina, e nella pietà, giace appié d’un monte di sasso calcare posato per tutto sopra lo scisto argilloso. Ha un porto assai sicuro e comodi, e fu la sede d’una Vice-Prefettura. Il commercio vi fioriva molto essendo luogo opportissimo pel passaggio delle merci dal Mediterraneo alla Germania anche per la comoda recente strada, che pel Sempione ivi comincia.

Giulio Cesare Procaccini (Bologna, 1574 – Milano, 14 Novembre 165), Ritratto del Cardinale Federico Borromeo, 1610, Milano, Museo Diocesano

La vasta Colleggiata eretta dal Cardinale Federico Borromeo Arcivescovo di Milano è d’architettura dorica, e vi si vegogno delle belle pitture di Gaudenzio Vinci fatte nel 1511, sebbene da alcuni vogliansi di Gaudenzio Ferrari. Uno Spedale sufficientemente dotato vi accoglie li miserabili infermi, ed un Monte di Pietà soccorre le persone indigenti sotto determinate discipline superiormente approvate.

Gaudenzio Ferrari (Valduggia, fra il 1475 e il 1480 – Milano, 31 Gennaio 1546), La Natività, tavola centrale del Polittico, 1511, alla Collegiata di Santa Maria, Arona

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Da: Friedrich e Carolina Lose, Viaggio pittorico e storico ai tre laghi Maggiore, di Lugano e Como, Milano 1818, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense.
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Paesaggio
Racconti di viaggio

on 22 ottpmFri, 28 Oct 2011 18:50:41 +00003002011 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Arona, Art, Assedio di Arona, Cardinale Federico Borromeo, Carolina Lose, Colleggiata di Santa Maria, Friedrich Lose, Gaudenzio Ferrari, George Edwards Hering, Giulio Cesare Procaccini, History, Italy, Lago Maggiore, Lake Maggiore, Natività, Nothern Italy, Painting, Photography, Piedmont, Porto, Retro, Rocca di Arona, San Carlo Borromeo, Verbano, Verbano Cusio Ossola, Vergante, Viaggio pittorico ai tre laghi, Villas, Vintage, Vitaliano I Borromeo
Bellezze al lago

Forse non tutti sanno che la prima edizione del più famoso concorso di bellezza nazionale, Miss Italia, si svolse a Stresa nel 1946. La cittadina lacustre, non danneggiata dalla guerra, era il luogo perfetto per una manifestazione che avrebbe divertito gli italiani, stremati dal lungo conflitto mondiale. Antesignano di Miss Italia era il premio Cinquemila lire per un sorriso, creato nel 1939 da Dino Villani e Cesare Zavattini. Si trattava di un concorso fotografico, sponsorizzato dal dentifricio Gi.Vi.Emme, in cui le concorrenti si limitavano a inviare una foto. Grazie alla radio, che diffuse ovunque il jingle, l’iniziativa diventò un caso. Le foto vennero pubblicate sui settimanali “Il Milione” e “Il Tempo” e una giuria di personaggi del mondo del cinema e della cultura scelse Isabella Vernay, una quattordicenne torinese dalla dentatura smagliante. L’anno dopo l’Italia entrò in guerra.

La prima Miss Italia, Rossella Martini di Empoli, in una foto di Arturo Ghergo

Il concorso riprese nel 1946, con il nuovo nome di Miss Italia, in coincidenza con la nascita della Repubblica. Era prevista una sfilata delle ragazze. Per quattro anni si tenne a Stresa. Lo scenario era lo storico Grand Hotel Regina Palace, sul lungo lago. Venne selezionato un gruppo di 40 aspiranti Miss, in rappresentanza di tutte le regioni. In giuria c’erano, tra gli altri, Arrigo Benedetti, Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Carlo Carrà e Macario. A Stresa arrivarono, oltre alle signorine in gara e alle loro famiglie, organizzatori, giornalisti e curiosi. Federico Patellani, fotogiornalista milanese della rivista “Il Tempo”, scattò straordinarie immagini, oggi conservate al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, dove è custodito l’intero archivio del fotografo.

Il Grande Albergo Regna Palace in una cartolina d’epoca. Inaugurato nel 1908, ospitò il nuovo concorso Miss Italia dal 1946 al 1949

La quiete e riservata atmosfera di Stresa fu sconvolta. Si racconta che il proprietario di un ristorante dell’Isola dei Pescatori, durante un pranzo, chiese la collaborazione delle stesse concorrenti per servire gli invitati: si prestarono a fare da cameriere ai tavoli la romana Silvana Pampanini e la toscana Rossana Martini, proprio le due miss che, insieme a Lilia Landi, erano le favorite.

La sensuale Silvana Pampanini, in una scena del film comico “L’inafferrabile 12” di Mario Mattoli, del 1950. Malgrado fosse la favorita dal pubblico, fu battuta da Rossella Martini

Fu scelta Rossana Martini, secondo Villani era infatti il “tipo di ragazza da dare in moglie a nostro figlio”, ma il pubblico, che aveva partecipato a una sorta di referendum indetto dal Coumune, si ribellò: volarono le sedie e ci fu una rissa tra i sostenitori della Martini e quelli che preferivano la procace Silvana Pampanini, vincitrice del voto popolare e che, da allora, ebbe una fortunatissima carriera nel cinema. La Martini sposò pochi mesi dopo il produttore Nino Crisman e si dedicò alla famiglia. Eppure sognava di fare l’attrice e infatti recitò alcuni film, ma il marito la preferiva casalinga. Come arrivò a Stresa? I genitori, Maria e Renato, la convinsero a farsi riprendere dal fotografo Lumachi, a Firenze, che inviò i ritratti agli organizzatori. Era di una bellezza discreta, 170cm di altezza, busto 84 e vita 56, capelli neri e occhi castani. Fu sostenuta dal pittore Carlo Carrà, in virtù di una vaga somiglianza con la Gioconda. Arrivò alla selezione priva di una mise adatta, certa che non avrebbe mai vinto. Fortunatamente un’industriale di Gallarate, il signor Bellora, che soggiornava da anni a Stresa, trovò un vestito e dei gioielli, che valorizzarono la Martini. Conquistato il titolo, ebbe l’abito in regalo.

Lucia Bosè, commessa della pasticceria milanese Galli, specializzata nella produzione di squisiti marron glacé, fu eletta Miss nel 1947 a soli sedici anni

L’anno successivo vinse Lucia Borloni, più nota come Lucia Bosè. Commessa alla pasticceria Galli di via Victor Hugo a Milano, era stata già notata da Luchino Visconti. Una mattina la ragazza, che aveva sedici anni, ricevette i complimenti dall’edicolante della zona: “Stai proprio bene in quella foto!”, le disse. Lucia scoprì così che dei suoi amici avevano mandato un suo ritratto a una delle riviste incaricate della selezione per Miss Italia. La giovanissima ragazza, altezza 1,73, busto 86, vita 65 e fianchi 89, conquistò il titolo contro Gianna Maria Canale, che si aggiudicò la seconda posizione, e la ventenne Gina Lollobrigida che arrivò terza.

Stresa, 1947, Lucia Bosè al trucco, in attesa di posare per un servizio fotografico

Stresa, 1947, il giornalista Lucio Ridenti controlla la dentatura della Bosè

Stresa, 1947, la concorrente Gianna Maria Canale in prendisole, occhialoni e ascella “nature”

Stresa, 1947, Gina Lollobrigida, sorpresa in mutandoni bianchi, mentre prova l’abito da ciociara

Stresa, 1947, le finaliste del concorso aspettano trepidanti il verdetto della giuria

Stresa, 1957, Gina Lollobrigida, Miss Roma, fotografata nel giardino dell’Isola Bella

Stresa, 1947, le miss sull’attenti per i fotografi. Riconoscibili, da sinistra, quattro ragazze diventate poi famose: Lucia Bosé, Gianna Maria Canale, la Lollobrigida ed Eleonora Rossi Drago

Stresa, 1947, Bianca Reina, vincitrice del titolo Miss Sorriso, si prepara per le foto d’ordinanza

Stresa, 1947, la vincitrice Lucia Bosè beve nella coppa della vittoria. A fianco Gianna Maria Canale, Gina Lollobrigida ed Eleonora Rossi Drago. Foto di Valentino Petrelli, Cinisello Balsamo, Museo di Fotografia Contemporanea

Stresa, 1947, Eleonora Rossi Drago sfila davanti alla giuria

Stresa, 1947, Gina Lollobrigida con i piedi al fresco

Stresa, 1947, Ornella Zamperetti, Miss Emilia, si appoggia a un fico d’India

Stresa, 1947, Gina Lollobrigida immortalata fra le statue all’Isola Bella

Stresa, 1947, Eleonora Rossi Drago in attesa dell’esame della giuria. Foto di Valentino Petrelli, Cinisello Balsamo, Museo di Fotografia Contemporanea

La Bosè girò in seguito il suo primo film con De Sanctis, poi, con Antonioni recitò in Cronaca di un amore e in La signora senza camelie. Non disdegnò le commedie brillanti, a fianco di Walter Chiari, suo primo fidanzato. Si sposò con il matador e dongiovanni spagnolo Luis Dominguin da cui ebbe tre figli, Miguel, Lucia e Paola. Si separarono nel 1967 e l’attrice, definita da Picasso “un perfetto mosaico di ossa”, tornò a recitare.

Stresa, 1948, Fulvia Franco, Miss Trieste, è eletta Miss Italia nell’edizione del ’48

Nel 1948 venne eletta Fulvia Franco, già Miss Trieste. Un riconoscimento significativo, nel clima di rivendicazione di appartenenza della città all’Italia. La giuria fu presieduta dal principe Antonio De Curtis, ovvero Totò, che convinse gli altri giurati a votare la Franco, a scapito della favorita, la bolognese Ornella Zamperetti.

Stresa, 1948, I giurati Totò e Walter Chiari danno i voti a una concorrente

Stresa, 1948, Totò circondato dalle aspiranti Miss durante le riprese di “Totò al giro d’Italia”

Stresa, 1947, Totò, al tavolo della giuria, esamina la coscia di una ragazza in gara

Durante lo svolgimento del concorso il regista Mario Mattoli girò il film Totò giro d’Italia, dove Fulvia Franco impersonò se stessa. La giovane, altezza 1,70m busto 98, vita 63, fianchi 98, capelli castani e occhi scuri, vinse per il suo aspetto naturale e l’assenza di trucco. Si sposò due anni dopo con il pugile Tiberio Mitri, da cui ebbe un figlio, ma il matrimonio finì con un divorzio. La Franco, che recitò in tantissimi film, spesso con il ruolo di femme fatale, si spense a Roma nel 1988.

Stresa, 1949, visione frontale di Mariella Giampieri, reginetta del 1949

La Miss “pittrice”, Mariella Giampieri di Chiaravalle, in provincia di Ancona, altezza 1,74, busto 88, vita 63, fianchi 91, capelli neri, occhi castani, vinse il titolo nel 1949, l’ultimo anno in cui il concorso si tenne a Stresa. Disinteressata alle offerte che le arrivarono dal mondo del cinema, la Giampieri si trovò subito un lavoro per pagarsi il suo sogno: gli studi all’Accademia di Brera. Una mostra dei suoi quadri fu allestita l’anno dopo a Salsomaggiore. Si sposò con un commercialista di Milano ed ebbe due figlie. Dopo il 1949 il concorso fu trasferito a Salsomaggiore, salvo una parentesi a Stresa, nel 1958, in cui vinse Paola Falchi, autrice nel ’59 della fortunata canzone Bimba.

Stresa, 1949, le aspiranti al titolo di Miss vengono fotografate, come nella tradizione della foto segnaletica, di fronte e poi di profilo

Stresa, 1949, la contessina Lena Brunamonti, eletta Miss Riccione, posa con un mazzo di fiori

Stresa, 1949, le concorrenti abbigliate nel rispettivo costume regionale

Per quattro anni a Stresa le bellezze da contemplare non furono soltanto i giardini e le isole del golfo Borromeo, ma ragazze giovanissime, in carne ed ossa, spesso acerbe e insicure, com’era la neonata Repubblica Italiana. Nei loro volti non c’era traccia di silicone e la nazione si rispecchiava in quei sorrisi disorientati e leggermente maliziosi. Facevano dimenticare i recentissimi orrori della guerra civile, che tanto aveva colpito il Paese intero e la regione.

Scarica il pdf dell’articoli qui: Bellezze al lago

In apertura: Stresa, 1949: addette alla misurazione controllano il busto di una Miss. Foto di Federico Patellani, 1949. Tutte le immagini dell’articolo sono di Federico Patellani, Cinisello Balsamo, Museo di Fotografia Contemporanea, salvo altrimenti indicato in didascalia.
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Luoghi

on 22 ottpmMon, 31 Oct 2011 21:04:14 +00003032011 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: 1946, 1947, 1948, 1949, Actress, Antonio De Curtis, Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Art, Beauty, Beauty Contest, Cesare Zavattini, Cinisello Balsamo Museo di Fotografia Contemporanea, Cinquemila Lire per un sorriso, Concorso di bellezza, Dino Villani, Eleonora Rossi Drago, Federico Patellani, Fulvia Franco, Gianna Maria Canale, Gina Lollobrigida, Girls, Grand Hotel Regina Palace, History, Isabella Vernay, Isola Bella, Isola dei Pesacatori, Italy, Lake Maggiore, Lena Brunamonti, Lucia Borloni, Lucia Bosè, Marco Casali, Mariella Giampieri, Mario Mattoli, Miss Italia, Nothern Italy, Ornella Zamperetti, Painting, Paola Vozza, Pasticceria Galli, photo editor, Photography, Piedmont, Retro, Rossella Martini, Silvana Pampanini, Sophia Loren, Stresa, Totò, Totò al giro d’Italia, Verbano, Verbano Cusio Ossola, Vergante, Villas, Vintage, Walter Chiari, Young
I banditi di Vogogna

Due colpi d’archibugio colpirono nottetempo un cavallo diretto verso Vogogna. In sella cavalcava il nobiluomo Matteo Albertazzi, di ritorno dal mercato di Angera. Fu incolpato dell’agguato Bartolino Albasini, capo di una numerosa e potente famiglia, avversaria degli Albertazzi. Era il mese di Giugno del 1562. La contesa tra i due clan, gli Albertazzi di Vogogna, e gli Albasini di Vanzone, in Vall’Anzasca, durò trent’anni. La rivalità era motivata da interessi, ripicche e vendette. La città medioevale di Vogogna, allora capitale dell’Ossola Inferiore, fu teatro di continui saccheggi.

Il castello di Vogogna domina il borgo medioevale. Costruito nel 1348 come presidio militare da Giovanni Visconti, è protetto da una lunga cinta muraria. L’interno era destinato ad abitazione. Infatti ogni stanza è dotata di un camino. La torre era invece utilizzata come prigione

Se il governo spagnolo, nel lungo periodo di quasi due secoli in cui tenne l’Ossola, dal 1535 al 1706, fu abilissimo nell’estorcere pesanti tributi agli abitanti, si rivelò quanto mai inetto a mantenere l’ordine e la sicurezza. Le frequenti ordinanze condite di minacce, più che placare i conflitti riaccesero gli antichi rancori tra le famiglie ossolane, che rivaleggiavano per il potere. Gli Albasini, indignati per l’accusa di aver attentato alla vita di Matteo Albertazzi, fecero uccidere un suo servo e, in una notte di Dicembre, un mandatario di Matteo ferì alla gola il Bartolino con un arma da fuoco.

Un archibugiere. Disegno a matita grigia, inchiostro e biacca

La causa venne portata in un tribunale, ma, mentre il processo si trascinava, il conte Giulio Cesare Borromeo, signore di Vogogna e della Valle Anzasca, riuscì a far pronunciare dalle due fazioni un patto solenne di concordia e mutuo perdono, come risulta dal documento redatto il 17 Aprile 1565 a Milano. La pace durò poco. Ben presto tornarono le ingiurie, le risse e gli omicidi, a cui si aggiunsero le gesta, tutt’altro che nobili, dei predoni di passaggio.

Giovanni Ambrogio Figino (Milano, 1553-1608), Ritratto di Giulio Cesare Borromeo (Arona, 13 Novembre 1517 – Milano, 5 Agosto 1572), Milano, Pinacoteca Ambrosiana. Educato al mestiere delle armi, partecipò alla guerra contro i protestanti nell’esercito di Carlo V. Nel 1559 fu nominato governatore di Domodossola, titolo che conservò fino alla morte

Giovanni Ambrogio Figino (Milano, 1553-1608), Ritratto di Margherita Trivulzio Borromeo, moglie di Giulio Cesare Borromeo e madre di Federico e Renato Borromeo

Gli Albertazzi consegnarono al Sant’Uffizio, come eretico, il prete Carlo Albasini, che venne imprigionato, e gli Albasini, irritatissimi da questa iniziativa, giurarono lo sterminio di casa Albertazzi. Raccolta una schiera di malandrini, Francesco Albasini penetrò di nascosto in Vogogna e s’appostò presso casa Albertazzi per ucciderne gli abitanti al ritorno da messa, ricorrendo la festa dei Santi Pietro e Paolo. I vogognesi, che erano venuti a conoscenza del complotto, pensarono bene di restare sbarrati in casa.

Tre immagini dal “Trattato di combattimento”, un manuale scritto Augsburg nella tradizione del meaestro Joahnn Lichtenhauer. Disegno su carta, Parigi, Museo Nazionale del Medio Evo alle Terme e all’Albergo di Cluny

Ciò non tolse che i masnadieri, al grido di Morte agli Albertazzi, Viva casa Albasini!, assalissero l’abitazione uccidendo Alberto Albertazzi e due servi. Le campane suonarono a stormo, la gente, inorridita, accorse da ogni parte. Gli assalitori, che ebbero pure qualche morto e parecchi feriti, fuggirono frettolosamente, ritirandosi in Valle Anzasca. Questo pauroso episodio non fu che il principio d’un altra lunga serie di misfatti.

Gillis Mostaert Il Vecchio (Hulst, 1528 o 1529 – Anversa, 28 Dicembre 1598), Scena di guerra e d’incendio, Parigi, Louvre. Nella seconda metà del Cinquecento, per la difficoltà dei podestà di mantenere l’ordine, i villaggi dell’Ossola erano spesso preda di briganti e ribaldi

Il brigantaggio riprese vigore di nuovo in tutta l’Ossola. I banditi Paolo e Gian Giacomo Albasini con parecchi masnadieri da essi assoldati, tra i quali primeggiavano per fierezza Buon Tempo, Ferrarone e Pescarolo, mettevano sottosopra, con saccheggi e violenze di ogni sorta, gli abitanti di Vogogna, né lasciavano tranquilla la stessa Vall’Anzasca. Scriveva Enrico Bianchetti, lo storico ornavassese autore di L’Ossola inferiore, che il 29 Settembre 1573, Antonio de Guzmán, marchese d’Ayamonte e governatore di Milano per il Re di Spagna, con una “grida” aveva concesso agli Albertazzi di armarsi per sterminare i banditi. Aveva anche permesso il ritorno in valle di alcuni ribaldi espulsi, che, dotati di archibugi a ruota, aiutassero a ripristinare l’ordine.

Archibugio a ruota francese, XVII secolo, legno e ferro dorato, Parigi, Musée de l’Armée. Simile ad un moderno accendino, il meccanismo a ruota era formato da una molla che, caricata con una chiave, al momento dello sparo metteva in movimento una ruota dentellata che sfregando contro un pezzo di pirite generava scintille accendendo la polvere grossa nella culatta dell’arma

Nei primi giorni di Novembre una spia fece sapere agli Albertazzi che i banditi si aggiravano nella vicina vallata del Mastallone. Radunati un centinaio di uomini nella notte del 9 Novembre scesero verso Fobello attraverso il Passo di Baranca. Qui seppero che i cinque erano nascosti a Cervatto, un piccolo paese posto su un altopiano, a destra del torrente. Risalito il pendio prima che arrivasse l’alba, il gruppo circondò con cautela un casolare, al cui interno stavano il Buon Tempo, il Ferrarone, Paolo e Gian Giacomo Albasini e il Pescarolo. I furfanti, sorpresi dall’assato improvviso, balzarono in piedi scaricando i loro archibugi contro gli assalitori, di cui tre furono uccisi sul colpo, un altro ferito mortalmente, ed un quinto storpiato. Ma quasi nello stesso momento quattro del gruppo degli Albasini caddero morti a terra, mentre al solo Pescarolo toccò la fortuna di poter fuggire, benché non lievemente ferito.

Il Colle di Baranca fu uno dei passi più transitati, anche durante la Resistenza, per la facilità di accesso e la collocazione strategica tra la Valsesia, l’Ossola e la Svizzera

Fobello, in Valsesia, deve il suo nome a un grande faggio che si trovava nelle vicinanze

Da Cervatto, a 1022 metri di altitudine, si gode di uno splendido panorama verso Fobello. Il borgo ha 22 abitanti durante l’inverno. Nella cartolina si vedono, a sinistra, la chiesa parrocchiale e, a destra, la Villa-Castello costruita dalla famiglia Montalto alla fine dell’Ottocento

Le teste dei quattro banditi uccisi furono, come lugubre trofeo, portate su picche in Vogogna nell’ufficio del podestà; quindi esposte e fatte sconcio e barbaro ludibrio dei popolani, che arrivavano da ogni parte a contemplare lo strano spettacolo. Si disse poi che gli stessi banditi morti vagavano, terrei e sanguinanti, per le strade di Vogogna, ma questa è probabilmente una leggenda locale. La fine dei quattro è infatti confermata da una lettera, scritta da Gerolamo Bossi, primo cittadino di Vogogna, al Marchese d’Ayamonte il 12 Novembre del 1573, e tutt’ora conservata all’Archivio di Stato di Milano.

Scena di decapitazione in un castello, dal Libro d’ore all’uso di Roma, attribuito a Jean Colombe (Bourges 1430 – 1505), miniatura, verso il 1480-1485, Besançon, Bibliothéque Municipale

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In apertura: Un dipinto a olio di Jehan-Georges Vibert (Parigi, 30 Settembre 1840 – 28 Luglio 1902) , L’appel aprés le pillage, 1866, Collezione Privata. L’opera non è ambientata a Vogogna, ma ben rappresenta il soggetto dell’articolo.

Bibliografia: Enrico Bianchetti, L’Ossola Inferiore, Torino, 1878, poi ristampato in edizione anastatica da Atesa nel 2009; Don Francesco Pinauda, Le piaghe dell’Ossola, Domodossola 1915; Renzo Rossotti, Piemonte magico e misterioso, Roma, Newton Compton, 1994. Si ringrazia Vincenzo Progida per l’elaborazione grafica del manuale di combattimento.
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Luoghi

on 22 novpmFri, 04 Nov 2011 14:20:03 +00003072011 2011 at 9.41 Lascia un commento
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La rivoluzione della fotocromia. Quando svizzeri e americani colorarono il mondo

Per fare un viaggio nel tempo basta avere una buona vista e saper osservare. Ai giorni nostri sembra scontato. La manipolazione delle immagini è oggi un gioco da bambini, ma, soltanto cento anni fa, le foto erano tutte in bianco e nero, o erano colorate a mano. Nell’archivio della Library of Congress di Washington, la più grande biblioteca del mondo, e in quello della Zentralbibliothek di Zurigo, sono conservate una serie di fotocromie del Lago Maggiore, prodotte tra il 1890 e il 1900, che ritraggono a colori gli scorci più famosi del Verbano. Allora il mondo riprodotto con le fotografie in bianco nero era accurato, preciso, ma mancava qualcosa.

Il fiume Limmat e il Politecnico di Zurigo, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Nel 1888, Hans Jakob Schmid, un impiegato dell’antica casa editrice Orell Füssli, (1856-1924), era chino sulla riva del fiume Limmat a Zurigo, intento ad osservare la fotosensibilità dell’asfalto. Schmid stava studiando un procedimento per produrre stampe fotografiche colorate. Quindici anni prima, nel 1872, anche il francese Léon Vidal (1833-1906) si era impegnato nella stessa ricerca. Ma Vidal era soprattutto interessato alla riproduzione fotografica delle più importanti opere d’arte nelle collezioni francesi. Il lussuoso libro, intitolato, Trésor artistique de la France non arrivò però oltre il secondo volume. I fratelli Wild, proprietari della stamperia elvetica, forti di un buon intuito commerciale, si precipitarono a depositare il brevetto del loro dipendente Schmid. Quest’ultimo, come si evince dal suo necrologio, era “talmente semplice e modesto che non fu capace di sfruttare la scoperta a suo vantaggio”.

Ritratto fotografico di Hans Jakob Schmid (1856 – 1924) l’inventore della fotocromia, nel 1920 circa, Zurigo, Biblioteca Centrale

Gli editori iniziarono a fare qualche prova in città e si spostarono presto nei Grigioni. Il risultato fu sorprendente, anche se i colori rimanevano pallidi, come se avessero paura di offendere il bianco e nero! A poco a poco gli artigiani della nuova società denominata PZ o Photochrom Zürich (conosciuta in seguito come Photoglob Zürich), perfezionarono la tecnica e affinarono i colori. Le fotocromie dell’Engadina e dell’Oberland, prodotte tra il 1889 e il 1891, rivelavano una conoscenza straordinaria della tecnica di colorazione. Era nata una nuova arte.

Il Museo di Zurigo, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Sankt Moritz, il paese, le terme e il lago, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Trasporto della biada, Engadina, Grigioni, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

L’ospizio al passo del Bernina e il ghiacciaio di Cambrena, Engadina, Svizzera, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Che cos’era esattamente la fotocromia? Il procedimento consentiva di stampare immagini a colori su pietre litografiche da negativi di fotografie in bianco e nero. Una pietra litografica era ricoperta con un sottile strato di bitume purificato e disciolto nel benzene. Il negativo rovesciato era pressato contro il rivestimento fotosensibile che veniva poi esposto alla luce del giorno (per 10 o 30 minuti in estate e per diverse ore in inverno), operazione che rendeva il bitume duro e resistente ai normali solventi. Il rivestimento era poi lavato con una soluzione di trementina, per rimuovere le parti non indurite, e poi ritoccato, per rafforzare o ammorbidire i toni. Come tocco finale il tecnico poteva correggere i colori a mano con un pennello e lucidare con un sottile strato di pomice.

La Yosemite Valley in California, vista da Artist’s Point in una foto in bianco e nero di William H. Jackson, 1898, dal catalogo della Detroit Photograhic Co., Washington, Library of Congress

La stessa immagine in versione fotocromia, 1898, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Ogni colore richiedeva la preparazione di una nuova pietra litografica. Le stampe erano prodotte con un minimo di quattro pietre, ma più spesso erano previste dalle dieci alle quindici pietre, per colorare immagini con diversi inchiostri. Una vernice trasparente era poi stesa sulla pietra e l’immagine era trasferita su una carta lucida, simile alla carta fotografica. Ogni stampa era poi dipinta con una vernice finale che gli conferiva profondità e ricchezza di tono. Il risultato era una stampa litografica che manteneva notevole chiarezza e dettaglio. Nella produzione delle fotocromie erano impiegate diverse persone e le pietre venivano talvolta rifatte. Per questo si potevano notare dei cambiamenti notevoli nelle differenti edizioni del medesimo soggetto. La produzione era costosa perché il bitume era importato dalla Siria e le pietre litografiche dalla Baviera.

La casa di Betsy Ross a Philadelphia, dove fu cucita la prima bandiera americana in una fotografia in bianco e nero, 1900 circa, Detroit Publishing Co., Washington, Library of Congress

La fotocromia dello stesso soggetto, stampata dalla Detroit Photographic Co nel 1900 circa, Washington, Library of Congress

I padroni della stamperia Füssli, esperti di commercio internazionale, decisero di sfruttare al massimo l’invenzione, dando il via a un ambiziosissimo progetto: “tutti i grandi monumenti e i luoghi i saranno fotocromati”. Due fotografi furono spediti ai quattro angoli del globo, dallo Spitzbergen alla Nuova Zelanda, per catturare la bellezza della terra. Tornarono con immagini di Cina, India, Palestina, Turchia, ma anche di Venezia, della Riviera francese, della Baviera. La produzione si intensificò, tanto che più di tre quarti di tutte le fotocromie archiviate nel catalogo Photoglob del 1911 vennero realizzate prima del 1900. Non poteva mancare, tra le mete predilette, il Lago Maggiore, prontamente “fotocromato” dalla Photoglob.

Vista di Pallanza dall’Isola Madre, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Pallanza, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

L’albergo “Les Iles Borromées” a Stresa. Nella fotocromia il luogo è erroneamente indicato come Baveno, 1898, Zurigo, Biblioteca Centrale

Intra e le sue fabbriche, con tutt’intorno campi, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

I castelli di Cannero, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

La strada del Sempione, 1896, Zurigo, Biblioteca Centrale

Baveno vista dal lago, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

L’antica casa Morandi a Baveno, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress, Library of Congress

L’orrido di Sant’Anna in Val Cannobina con un visitatore a mollo, dal 1890 al 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Vista del golfo Borromeo con l’Isola Bella e l’Isola dei Pescatori, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Sua Maestà la Regina Margherita di Savoia in navigazione sul Lago, tra il 1902 e il 1904, Zurigo, Biblioteca Centrale

Il giardino e il torrione all’Isola Bella, con vista di Stresa, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Il Belvedere nel giardino barocco dell’Isola Bella, con il Liocorno cavalcato da Amore, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Viale del giardino all’Isola Bella, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

In uan giornata invernale il battello lascia l’Isola Bella per la terraferma, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Un marinaio manovra la sua barca, battezzata Iolanda, su un lago increspato dal vento, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Una consueta visione dell’Isola Bella, in versione chiaro di luna, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Vsita dell’Isola dei Pescatori con bambino in primo piano, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Non poteva mancare, tra le bellezze del golfo di Stresa, l’Isola Madre, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress

Il catalogo della PZ prese forma, con l’obiettivo di offrire ai facoltosi turisti dei vividi ricordi a colori. Il successo fu immediato: la società vendeva la sua merce sulle navi di lusso della Norddeutscher Lloyd: la Kaiserin Theresia o la König Albert, vere città galleggianti, in cui, alla fine del secolo, viaggiavano benestanti famiglie e intraprendenti uomini d’affari.

Il ponte delle passeggiate sul transatlantico “Kaiserin Theresia” sella North German Lloyd, 1899, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress. La nave, costruita a Stettin, nell’allora provincia di Pomerania, fu rimodernata nel 1899 e battezzata con un nuovo nome dedicato all’Imperatrice. Nel 1904 fu venduta all’esercito russo e ribattezzata “Ural”

La stanza dedicata ai fumatori sul transatlantico “König Albert” della North German Lloyd, 1899, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress. La nave collegava Amburgo con l’Estremo Oriente passando per il Canale di Suez

Il corridoio e le scale della “Grosser Kurfürst”. Il transatlantico, varato nel 1899, faceva spola regolarmente tra Brema e New York, 1899, Washngton, Library of Congress

La definizione delle fotocromia era ancora ambigua: si trattava di una fotografia? Di un dipinto? Nel 1893 la fabbrica zurighese annunciava sul proprio catalogo che “questi fogli d’arte sono meglio degli acquarelli e superano i dipinti ad olio”. Dieci anni dopo sparì il riferimento alla pittura e subentrò il nome di fotografie a colori. Si trattava però di una mezza verità, perché il litografo, che partiva dal negativo in bianco e nero, faceva una scelta assolutamente arbitraria nella colorazione, visto che non poteva avere davanti ai suoi occhi nessun riferimento alla realtà, anche se talvolta i fotografi inserivano note sui colori assieme ai negativi in bianco e nero. Da questo derivava il tono particolarissimo delle fotocromie. All’Esposizione Universale di Parigi del 1889 i fratelli Wild presentarono al pubblico le prime fotocromie: fu un successo! Il mondo non era più in banco e nero o color seppia, ma risplendeva in delicati toni pastello.

Il padiglione delle macchine all’Esposizione di Parigi del 1889, Washington, Library of Congress

La casa editrice elvetica aprì una filiale a Londra, la Photochrom Company, e inziò a corteggiare la Detroit Photographic Company di Detroit, Illinois, per stabilire un accordo vantaggioso. La Detroit Photographic Company, creata nel 1895, era specializzata in fotografie per tutte le finalità, ma in particolare per l’utilizzo in libri, giornali, calendari e pubblicità. Molte delle stampe erano di grande formato. Non mancavano le immagini religiose, come, per esempio, riproduzioni della popolarissima Madonna della seggiola di Raffaello. Il fotografo Edwin H. Husher, che aveva fondato la società, si mise alla ricerca di finanziamenti per aprire la Photochrom Company of Detroit. Tra gli sponsor, oltre alla Photoglob svizzera, c’era anche William A. Livingstone, figlio del ricchissimo magnate della navigazione, della banche e dell’editoria William Livingstone, Jr. Nell’estate del 1897, Livingstone si recò a Zurigo per studiare il procedimento della fotocromia e riuscì a stipulare un contratto per produrre e vendere le fotocromie del catalogo svizzzero in America.

I manager della “Detroit Publishing Company” sulle scale della loro fabbrica a Detroit, Illinois, nel 1910 circa. A sinistra, in alto, William A. Livingstone, terzo da sinistra il fratello Robert B. Livingstone. William Henry Jackson è al centro con il cappello in mano, Dearborn, Michigan, The Henry Ford Museum

Il negozio della Detroit Photographic Company a New York sulla Quinta Strada, 1900 circa, foto di Henry G. Peabody, Dearborn, Michigan, The Henry Ford Museum

L’interno del negozio di New York della Detroit Photographic Company, tra il 1900 e il 1905, Washington, Library of Congress

Nel 1898 il Congresso approvò la Private Mailing Card Act, che consentiva agli editori privati di stampare e vendere cartoline. Potevano essere inviate al costo di un penny l’una, quando il costo delle lettere era di due centesimi. Livingstone si rese subito conto delle possibilità commerciali della cartolina postale a colori, un settore in cui aveva a fortuna di essere pioniere. Su insistente richiesta di Husher invitò il famoso fotografo di paesaggio William Henry Jackson a diventare socio della Detroit Photographic Company. Jackson accettò l’offerta, portando con sé circa 10.000 negativi, tra cui le famosissime Mammoth Plates, ovvero lastre negative particolarmente grandi, che arrivavano fino a 40x50cm. Le foto di Jackson costituirono il nucleo iniziale dell’archivio della società, oltre alle fotocromie acquisite tramite l’accordo con la Photoglob di Zurigo. Inoltre Jackson mandò i fotografi in giro per il mondo alla ricerca di panorami, monumenti, tradizioni e tesori d’arte. Nei primi anni di impiego lo stesso Jackson viaggiò continuamente, per scattare le sue immagini, ed esaminare l’opera di altri fotografi da comprare per la DPC.

Il treno speciale della Detroit Photographic Company in cui era allestito un laboratorio fotografico mobile, tra il 1900 e il 1905, Washington, Library of Congress

William Henry Jackson seduto alla scrivania nel vagone del treno speciale della Detroit Photographic Company, 1902, Washington, Library of Congress

Migliaia di stampe fotocromatiche furono create e vendute come cartoline e si diffusero ovunque. All’apice del successo erano impiegati quaranta artigiani e una dozzina di commessi viaggiatori, con una media di sette milioni di stampe all’anno. La brochure della Detroit Publishing Company diceva: “Il risultato unisce la verosimiglianza di una fotografia con il colore e la ricchezza di un dipinto ad olio o con le tinte delicate del più delizioso acquarello”. Per una trentina d’anni, dal 1895 fino al 1924, fu la fabbrica delle cartoline, portando il mondo nel salotto di ogni americano. La fortuna durò fino ai primi anni Trenta, quando metodi di stampa più economici adottati dalla concorrenza forzarono la Detroit Photographic Company a chiudere l’attività nel 1932.

All’apice della sua attività la Detroit Publishing Company comprendeva una dozzina di commessi viaggiatori e vendeva sette milioni di stampe all’anno, tramite i suoi negozzi a Detroit, New York e Los Angeles. In questa immagine lo staff davanti alla sede di New York nel 1903. La foto è stata fornita da David V. Tinder, Dearborn, Michigan, Henry Ford Museum

A testimonianza della gigantesca diffusione delle fotocromie restano i 7600 esemplari della biblioteca centrale di Zurigo e altri gli altri 6500 della Library of Congress. Grazie al paziente lavoro di ottimi archivisti le immagini sono tutte disponibili online sui siti internet delle due biblioteche.

Tutte le immagini si possono ingrandire. In apertura: Isola dei Pescatori, tra il 1890 e il 1900, dal catalogo della Detroit Photographic Co., Washington, Library of Congress. Per una selezione pià ampia di fotocromie cliccare qui: 72157628226071233.

Per scaricare il pdf dell’articolo clicca qui: La rivoluzione della fotocromia. Quando svizzeri e americani colorarono il mondo

Bibliografia: Marc Walter, Portrait d’un monde en coleurs, Solar, 2006.

Link: il sito di ricerca delle biblioteche svizzere: index_e.html; La collezione di fotocromie della Library of Congress: process.html e la storia della Detroit Photographic Company sul sito del Museo Henry Ford di Dearborn, Michigan: default.asp.
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on 22 novpmWed, 16 Nov 2011 16:00:05 +00003192011 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: 1889, Art, Baveno, Bibilioteca Centrale, Cannobio, Cartolina Postale, Castelli di Cannero, Colour, Detroit Photographic Company, Edwin E. Husher, Esposizione Universale, Fotocromia, Golfo Borromeo, Hans Jakob Schmid, History, Hnery Ford Museum, Intra, Invention, Invenzione, Island, Isola Bella, Isola dei Pescatori, Isola Madre, Italy, Lago Maggiore, Lake Maggiore, Landscape, Léon Vidal, Library of Congress, Norddeutscher Lloyd, North German Lloyd, Nothern Italy, Orell Füssli, Orrido di Sant’Anna, Ottocento, Painting, Pallanza, Parigi, Photochrom, Photochrom Zürich, Photochrome, Photography, Piedmont, pietra litografica, Postcard, PZ, Retro, Sempione, Storia della Fotografia, Strada del Sempione, Stresa, Switzerland, Transatlantico, Val Cannobina, Verbano, Villas, Vintage, Wild, William A. Livingstone, William Henry Jackson, Zentralbibliothek, Zurigo
Il poeta delle betulle. Il paesaggio nell’arte di Gigi Comolli

“Quando dipingo non sopporto altro tetto all’infuori del cielo”! Così raccontava il pittore Gigi Comolli, illustrando la sua vocazione al lavoro en plein air. L’artista nacque a Milano il 19 Giugno 1893, in via Lupetta, a due passi dal Duomo, da una famiglia borghese. Il padre Ernesto era commerciante di spezie coloniali. La madre, Giuseppina Perelli Paradisi, proprietaria di una drogheria in via Torino. Uno zio, pittore, lo indirizzò all’arte. L’altro zio, il senatore e medico Luigi Mangiagalli, fondatore dell’omonima “fabbrica dei bambini” di Milano, lo invitò spesso nella villa di Premeno. Con lui iI giovane Comolli visitò Parigi dove osservò i quadri degli impressionisti. Fin dall’infanzia aveva sopreso la famiglia per la sua attitudine al disegno. Fu per merito di Vittore Grubicy de Dragon, cui il padre mostrò i primi schizzi, che il giovane Comolli su mise sulla strada della pittura. Dall’Accademia di Brera fuggì dopo due anni. Non gli interessava copiare un gesso o ritrarre modelle dal vero. “Mi mettevano lì per ore e ore, un giorno dopo l’altro a copiare un busto, cioè qualcosa che era già morto in partenza”. Le uniche lezioni apprezzate erano quelle dedicate alla natura morta.

Gigi Comolli (Milano, 1893 . 1976), Natura morta “Selvaggina”, 1937, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 . 1976), Natura morta “Funghi”, 1949, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 . 1976), Natura morta, Collezione Privata

“Un giorno mi stufai a piantai lì tutto. Dove andai? Andai fuori all’aria aperta, sotto il cielo di Lombardia, in campagna e nei miei boschi a copiare dal vero, a ritrarre la natura e proprio là dov’è più selvaggia e quindi più vera”. Una dichiarazione-manifesto della sua decisione di dedicarsi all’osservazione del paesaggio. Durante la prima guerra mondiale combattè valorosamente nel corpo degli Alpini, dal quale fu congedato con il grado di Capitano. Nel 1920, scoprì il paesino di Oleggio Castello, grazie al fratello medico, che si era sposato con una giovane del posto. Nel 1931 si unì in matrimonio con Gina, sorella della cognata, da cui ebbe un figlio che chiamò Gianantonio.

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), La piazzetta di Oleggio Castello, 1936, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Mia moglie che lavora, 1928, Collezione Privata

Ogni estate, per cinquant’anni, da Giugno a Ottobre, Oleggio Castello diventò il rifugio della famiglia Comolli. Qui il pittore si trasformava in gentiluomo di campagna. Andava a caccia e a pesca, navigava sul lago e frequentava il bar Centrale. Diventò uno dei personaggi più conosciuti e stimati del paese, tanto che nel 1998 il Comune gli dedicò la piazza principale. Ma, soprattutto, si dedicò con piacere alla professione nel suo “atelier all’aperto”: i boschi, le brughiere e i prediletti Lagoni di Mercurago, che raggiungeva con la sua moto Guzzi 500. Il cavalletto, le tele e la tavolozza erano stipate nel sidecar. Ricorda il figlio Gianantonio che “dei suoi Lagoni sapeva tutto: i cambiamenti della luce, le sfumature dei colori, le variazioni del livello dell’acqua. Nessun dettaglio, per quanto minimo, si sottraeva alla sua attenzione”.

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), I salici, 1926, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Tramonto, 1930, Collezione Privata

Estate nel bosco, olio su masonite, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Novembre sull’argine, 1926, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Il Lagone in estate, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), La strada del Lagone, 1960, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Alberi, Collezione Privata

Tutte le primavere il Comolli si recava a Gignese, per la fioritura dei ciliegi, d’estate sul Ticino, in autunno girava le brughiere di Oleggio. Durante l’inverno si trasferiva di nuovo a Milano, dove lavorava nello studio di via Sant’Andrea 8, allietato dalle note di Beethoven, il compositore che preferiva. Per nove anni fu presidente della sezione artistica del Circolo Culturale della Patriottica. Il Comolli si cimentò anche nel ritratto, soprattutto di figure femminili. Alla Patriottica organizzò mostre e corsi e si occupò di questioni artistiche e di nuove tecniche. Commentando le avanguardie, affermava: “Parlano di pittura come fosse una competizione. Incomincino a dimostrare di saper dipingere. La mia ricerca ha un fondamento nell’arte moderna; con una sola betulla esprimo tutta l’energia del mio pensiero, della mia concezione dell’arte, dando un segnale di appartenenza per far pensare ad un Corot, un Fontanesi o un Segantini, cui io faccio omaggio. Nessuno potrà mai disconoscere questi grandi maestri”.

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Casa tra il verde, 1935, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Il torrente, 1942, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Lavandaie, 1929, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Il Lago Maggiore da Oleggio Castello, 1942, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Bosco di betulle, 1941, Collezione Privata

Pittore di cavalletto, il Comolli si inserì nella tradizione dei paesaggisti ottocenteschi. Prediligeva l’ambiente lacustre, con le sue spiagge sottili, le forre umide, gli alberi allungati alla ricerca della luce. La sua fu un’arte lirica, mai di maniera, in cui si espresse con dolci variazioni cromatiche e chiaroscuri tonali, con pennellate corpose, ma delicate. Artista tradizionale e conservatore, era amico di altri pittori: Arioli Fioravante, Carlo Fornara, Alessio Isupoff e Oreste Albertini e Carlo Carrà. Soprattutto era legato all’aronese Gianfilippo Usellini, con cui condivise la passione per il paesaggio e per il Verbano. Erano molti i clienti illustri che acquistavano le sue opere, come i Motta, gli Alemagna, i Dal Pozzo, i Sinigaglia. Un successo confermato da numerosi premi e riconoscimenti. Comolli morì a Milano il 21 Maggio del 1976. L’ultima esposizione personale, nel Settembre del 2011 ad Oleggio, è durata soltanto tre giorni! Un vero peccato. Come racconta Giorgio Bacchetta, uno dei più affezionati amici oleggesi del Comolli, nonché curatore della mostra, “pare impossibile, ma ho scoperto la campagna del mio paese grazie ai quadri di Comolli”.

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Lungo il torrente, 1930, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Neve, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Il torrente, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), In altura, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Aprile, 1921, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Dormelletto, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Quiete vespertina, 1926, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Sul limitare del bosco, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Le lavandaie, 1929, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), La foce del torrente Vevera, 1937, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Nei campi di Borgomanero, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Paesaggio al tramonto, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Estate, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), La rocca di Angera da Arona, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), La Vevera ad Oleggio, 1965, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Pascolo, 1926, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Il lago dai prati, 1935, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Bosco giallo, 1934, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Tra il verde, 1928, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Tramonto, 1933, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), La lavandaia, 1931, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Sera in brughiera, 1935, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Sera d’Ottobre, 1933, Collezione Privata

Gigi Comolli (Milano, 1893 – 1976), Autoritratto, 1952, Collezione Privata

In apertura: Gigi Comolli (Milano, 1893 . 1976), Betulle al Piano Rosa, Collezione Privata.

Scarica il pdf del testo qui: Il poeta delle betulle. Il paesaggio nell’arte di Gigi Comolli

Bibliografia: R. De Grada e G. Francescato, Gigi Comolli. Vita e opere, Edito dagli autori, 1992.
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Pinacoteca

on 22 novpmTue, 29 Nov 2011 13:52:35 +00003322011 2011 at 9.41 Lascia un commento
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Quei bei giorni di Lesa. Le vacanze di Alessandro Manzoni sul Lago Maggiore

Erano passati quattro anni dalla morte dell’amatissima prima moglie Enrichetta Blondel, madre di otto figli, quando Manzoni si risposò con donna Teresa Borri Stampa. Era il 2 Gennaio 1837. La nuova moglie, nata a Brivio in Brianza nel 1799, era una donna esile e graziosa, dai capelli folti e scuri. Aveva sposato, a diciannove anni, il conte Stefano Decio Stampa. Si trovavano proprio a Lesa, nella villa di famiglia prospiciente il lago, quando il conte ebbe un primo sbocco di sangue. Nessuno volle dargli importanza e Stefano si curò con dieta e salassi. Teresa era incinta. Nel novembre del 1819 diede alla luce un bambino, che fu chiamato Giuseppe Stefano. Il padre stava ancora male e decise di fare un viaggio a Parigi per visitare la suocera. Al ritorno la sua salute peggiorò e andò con il bambino a Lesa per respirare aria pura. Teresa restò a Milano per una laringite. “Sto meglio che a Milano“, le scriveva Stefano, ma si lamentava del baccano per la festa di San Martino. “Una vera musica di gatti, il tutto alle cinque del mattino, momento in cui io godo di più il dolce riposo“.

Teresa Borri Stampa a ventitre anni, dettaglio del quadro di famiglia dipinto da Francesco Hayez nel 1822, Milano, Pinacoteca di Brera

Quando Teresa lo raggiunse, Stefano Decio non aveva nemmeno la forza di camminare e si nutriva solo di marmellata di rose. Si faceva portare a spalla dai domestici su una portantina sulla riva del lago, per vedere il golfo di Lesa, tanto amato. Morì nel dicembre del 1820. La giovane vedova fece erigere nell’atrio della casa un cippo in nero di Varenna, a memoria del defunto, con un’iscrizione: A Stefano Stampa – Cultore delle scienze e delle belle arti – caro a pochissimi fedeli amici – Amantissimo della Patria – Teresa Borri – per il desiderio di tanto diletto volto – consorte inconsolabile poneva – Nato a Venezia morì nel borgo di Lesa nell’anno ventiquattresimo di sua età, secondo di matrimonio, 1820.

Francesco Hayez, Testa di ragazzo, olio su tela, Milano, Collezioni dell’Accademia di Brera, 1820 circa. Secondo lo storico dell’arte Fernando Mazzocca potrebbe essere un ritratto del piccolo Stefano Stampa, eseguito su commissione della madre Teresa, buona amica del pittore

Il conte aveva fatto testamento e diviso il patrimonio in parti uguali tra moglie e figlio, assegnando una pensione alla madre Julia, che fece subito causa a Teresa. Il contenzioso durò per anni, ma finalmente nel 1822 Teresa ebbe una parte dell’eredità e nell’estate raggiunse Lesa con Stefanino, malgrado una parte della villa fosse ancora parzialmente occupata dai marchesi Caccia Piatti, certi parenti degli Stampa, che facevano rumore e disordine e le impedivano di godere del giardino. Il piccolo Stefano voleva stare tutto il giorno sul lago a tirar sassi e scappava sempre da casa per vedere l’acqua. Teresa era sempre in ansia. Nel 1822, quando finalmente potè disporre dell’eredità, commissionò al pittore Francesco Hayez un ritratto di famiglia, ma non ne fu soddisfatta. Nel quadro, Teresa Borri è al centro, in abiti vedovili per la recente scomparsa del conte Stefano Decio Stampa, assieme alla madre Marianna Meda, al fratello Giuseppe Borri e al figlioletto Stefano. Il quadro restò poi nello studio del pittore per parecchi decenni. Teresa non era convinta del risultato.

Francesco Hayez (Milano, 10 Febbraio 1791 – Milano, 21 Dicembre 1882), Ritratto di gruppo della famiglia Borri Stampa, olio su tela, Milano, Pinacoteca di Brera

“Del ritratto di Peppino ne sono poco soddisfatta. Sul mio non faccio parola … si accordano tutti nel dire che è perfettamente dipinto. In quanto a me dico solo che mi fece un gozzo rispettabilissimo, e che io ne ho uno discretamente visibile. Ma quello di Steffanino quant’è interessante, quanto gentile, vago e simile!“. Hayez rispose che “un quadro corre rischio d’esser impasticciato, quando si vuole rinnovare qualcosa“. Propose alla contessa di restituirle il denaro anticipato, mentre lui si sarebbe ripreso la tela. Lei chiese invece dei cambiamenti. Nel gennaio del 1828, Hayez ammetteva la propria inadempienza, scusandola con l’intenso lavoro. Teresa aspettò fino al 24 settembre, quando lo pregava con una nuova missiva di schiarire il fondo e di togliere il busto del compianto marito dalla colonna. Alla fine il pittore si tenne il quadro e risarcì la nobildonna con la tela di argomento storico della Congiura dei Lampugnani. Il ritratto di famiglia, da cui fu eliminato il busto di Stefano Decio fu, molto più tardi, rilevato dal figlio Stefano per farne dono alla madre, che nel 1851 lo ricordava nel piccolo catalogo di libri ed oggetti d’arte conservati nella villa di Lesa. La tipologia della “scena di conversazione”, non molto frequente nella pittura romantica italiana, potrebbe essere stata suggerita dalla contessa, che aveva soggiornato per lungo tempo con il marito a Parigi.

Il piccolo Stefano Stampa ritratto da Francesco Hayez, dettaglio, Milano, Pinacoteca di Brera

Teresa curava moltissimo la salute del figlio, che, da piccolo, era molto magro. Temeva che potesse ammalarsi come il padre, e lo tenne a dormire nel suo letto finché fu bambino. Ciononostante lo educava con severità, dicendo ai contadini con i quali giocava di picchiarlo, se anche Stefano lo avesse fatto; quando non era rispettoso con le persone di servizio la madre gli faceva chiedere scusa e gli domandava se “credea d’essere el Contin Ciccin descritto dal Porta“. Il piccolo mostrò una predilezione per il disgno, così la madre lo mandò a lezione da Massimo d’Azeglio prima e da Francesco Hayez poi. Teresa sentì parlare di Luigi Rossari e volle assumerlo come istitutore del figlio. Attraverso Rossari, conobbe Tommaso Grossi, che, a sua volta, parlò a Manzoni di Teresa, “sapendo che il Manzoni non sapeva risolversi a viver solo“. La descrisse come una donna colta, intelligente e sensibile. Lo scrittore mandò la madre, Giulia Beccaria, a visitarla e quella si mostrò “invaghita e innamorata morta della povera Teresa. Ritornò a vederla; e di lì ad alcuni giorni venne di persona il Manzoni, e dopo qualche altra visita la domandò in moglie“. Lei esitò, ma soltanto perché temeva che il figlio Stefano non ne fosse contento. Stefano disse alla madre di fare quello che credeva meglio per tutti e due.

Tommaso Grossi (Bellano, 23 Gennaio 1790 – Milano, 10 Dicembre 1853) in un ritratto anonimo. Fu il Grossi a parlare di Teresa Borri Stampa al Manzoni

Teresa venerava il Manzoni. Era sempre euforica, loquace, esuberante. In lei, racconta Pietro Citati, “l’Agnese, Perpetua e l’Adalgisa di Gadda si erano date convegno e abbracciate“. Non erano passati pochi mesi dalle nozze, che iniziò a litigare con la suocera. Non si coinvolse affettivamente con i tanti figli di Manzoni. Il Tommaseo descrisse così la nuova famiglia: “Lui buono; la madre accorata; la moglie maliziosa; il figliuolo Filippo senza affetto“. Stefano, il figlio di Teresa, non amava stare a Brusuglio, la casa che Manzoni possedeva nei pressi di Cormano dove aveva una coltivazione di bachi da seta e prediligeva invece Lesa. I Caccia Piatti erano stati relegati in un appartamento e non infastidivano più, ma sorvegliavano Stefano per conto di Teresa, che arrivò. la prima volta, con Alessandro nell’estate del 1839. Sul lago scomparivano tutti i malesseri di Teresa, veri o immaginari che fossero. Lei stava bene, mentre a Brusuglio trovava che l’estate fosse calda e pesante. “Vedrai in che bon essere son io in salute!” scriveva al figlio al suo ritorno. “È stato Lesa e poi Lesa; quel Lesa che delizia tanto Alessandro, e ne parla ancora col miele alla bocca“.

Francesco Hayez, Ritratto di Alessandro Manzoni, 1841, olio su tela, Milano, Pinacoteca di Brera. Il quadro fu commissionato nel 1841 dalla moglie da Teresa e da Stefano Stampa, che erano riusciti a vincere la naturale iconoclastia dello scrittore. Infatti l’altro suo ritratto “ufficiale” era stato eseguito, molti anni prima, da Giuseppe Molteni, con lo sfondo del Lago di Como dipinto da Massimo d’Azeglio. Per il quadro di Hayez Manzoni si sottopose a quindici noiosissime sedute, per la maniacalità del pittore di voler rendere tutto vero. Da qui derivano la naturalezza e il tono solenne, ma dimesso, che fu tanto apprezzata dalla famiglia e dagli amici dello scrittore, che in mano tiene la scatola del tabacco da fiuto, dettaglio suggerito all’Hayez dalla moglie Teresa

Francesco Hayez, Ritratto di Teresa Manzoni Stampa Borri, 1847, olio su tela, Milano, Pinacoteca di Brera. Come il ritratto di Alessandro, questo “pendant” era stato commissionato da Stefano Stampa per farne dono alla madre, che posò a casa per non compromettere la fragile salute. La rappresentazione non lascia spazio all’ufficialità. Nella mano sinistra Teresa tiene un oggetto d’uso quotidiano, un “flacon d’odeur” in vetro, forse allusivo ai suoi frequenti malesseri. Nel 1848 il dipinto era finito, ma gli eventi politici sconsigliarono la consegna ai destinatari, che nel frattempo si erano ritirati a Lesa, preferendo affidare al pittore anche il ritratto di Alessandro

Anche al Manzoni piaceva molto trascorrere l’estate sul lago, infatti scriveva: “Mi innamoro ogni giorno di più di questo lago, di questi monti, di questa quiete“. Nella villa Stampa erano spesso ospiti il conte Cavour, il Berchet, Giulio Carcano, il Rosmini, il Tommaseo e Massimo d’Azeglio, che era anche cognato del Manzoni. A Lesa Stefano aveva delle vigne e Manzoni, che a sua volta progettava d’impiantare un vigneto in Brianza, adorava il vino degli Stampa. Nel giardino della villa era coltivato il cotone ad uso ornamentale. Manzoni voleva organizzarne una piantagione a Brusuglio e per questo aveva chiesto all’amico Ruggero Bonghi, che villeggiava a Belgirate, di procurargli della semente a Napoli. Aveva mandato Stefano a Belgirate con il campione di seme di cotone. Stefano era sempre allegro. Dagli amici veniva chiamato il “conte orchestra” perché sapeva suonare vari strumenti musicali. Smemorato e trasandato nel vestire, era uno sperimentatore nato e si interessò di magnetismo e di dagherrotipia.

Ruggero Bonghi, futuro ministro dell’istruzione del Regno d’Italia, era amico dei Manzoni e li frequentava spesso sul lago. Primo acquirente dei terreni di Villa Pallavicino a Stresa, vi aveva costruito una semplice dimora. Dopo la vendita ai Marchesi Pallavicino, si era trasferito a Belgirate, dove, tra il 1858 e il 1861, abitava in una villa appena fuori dal paese

“Ringrazia per me il caro Bonghi – scriveva al figliastro – e ancora di più la sua signora, che vuol prendersi per lei medesima l’incomodo di procurare il seme di cotone, a Napoli. Credo che non avrai dimenticato di dire che importa averlo qui nel mese di marzo; e questa volta dopo due inutili tentativi, spero, se Dio mi lascia al mondo un’altr’anno, non solo di vedere nel giardino di Lesa i fiori del cotone (che di quelli n’ho visti anche nel giardino di Milano, e venuto a un seme non ben maturato qui); ma di coglierne il filo, venuto a perfezione“. I Manzoni tornarono di nuovo nell’ottobre del ’43 e vi rimasero più di un mese. Alessandro incontrò a Stresa l’abate Rosmini, che si era trasferito a Stresa nel 1839, con cui discusse di questioni di lingua e in autunno trovò a Belgirate un calzolaio che gli fece delle scarpe comode. Da Milano Teresa scrisse a Stefano di ordinarne altre tre paia, un paio col legnazz, cioè con la suola di sughero e due senza.

Una stampa di Belgirate da “Recueil de vues principales de Milan et de ses environs”, Milano, Chez Ferd. Artaria et Fils Editeurs, 1840-42. A Belgirate Manzoni trovò un calzolaio che gi fece delle scarpe che finalmente si adattavano ai suoi piedi e ne ordinò, poi, altre tre paia da Milano

Manzoni aveva dimenticato a Lesa il parapioggia azzurro e poiché lì c’era ancora Rossari, Stefano gli chiese di riportarlo a Milano; Rossari non capì o non aveva voglia di trasportarlo. Teresa si arrabbiò con il figlio per aver disturbato il maestro. “Cosa mai t’è saltato in mente di consegnar o far consegnare l’ombrello di papà a Rossari, quando si poteva portarlo noi in legno tanto e tanto bene, benissimo!!! Passaporto di Rossari, ad Arona! Ombrella di papà, a Rossari! Ma non hai pensato che doveva essere incomodato lui, dovendo venire per Velocifero! Sarebbe toccato a noi portargli del suo in carrozza nostra, piuttosto che caricarlo lui delle cose non sue! Oh! Pasticcino! Intanto Rossari, non credendo vero, o non avendo capito che quell’ombrella dovesse portarla lui (quella di papà), egli l’ha consegnata al Pendola e il Pendola deve averla rimessa in casa, e tu la porterai a Milano o la manderai“.

L’affascinate conte Stefano Stampa in un ritratto anonimo, Milano, Casa del Manzoni

Nell’agosto del 1844 Teresa e Stefano avevano programmato la partenza per Lesa, dove avrebbero ospitato Sigismondo Trechi. Per la sua stanza era stato ordinato un comò, ma erano in ritardo nella consegna. “Ho pensato di comperare comperare e poi comperare un cantarà, un trumò, un qualche cosso a cassettoni, antico ma bono, bello e fatto e finito da un secolo per averlo in futuro per il 7 o l’8 o il 9 giacché Trechi verrà il 9 o il 10 credo“. Tutto era pronto, quando Teresa si ammalò. Si sentiva “debolissimamente rotta a bocconcini, a minuzzoli“. Fu diagnosticato un tumore, curato con frizioni mercuriali e di jodio, ma lei peggiorava. Passavano i mesi ed era sempre più sofferente; i medici tastavano un ventre duro e gonfio, in cui avvertivano dei movimenti. Nella notte fra il 7 o l’8 febbraio Teresa fu colpita da atroci dolori. I medici dicevano che il tumore stava scoppiando, le fecero dei salassi. Ad un tratto si accorsero tutti che erano le doglie da parto. L’ipotesi di una gravidanza era stata esclusa per l’età. Teresa aveva infatti quarantacinque anni. Nacquero due gemelle, una senza vita, l’altra si spense subito dopo. Manzoni tagliò una ciocca di capelli e la mise in una busta su cui scrisse “E tu senza nome, ma figlia beata del Salvatore in cielo, benedici di là i tuoi parenti, che ti piansero invidiandoti. Teresa ed Alessandro Manzoni“. Il male era svanito in un momento.

La gravidanza gemellare di Teresa Borri Stampa era stata scambiata per un tumore dai medici. La donna, che aveva quarantacinque anni, venne curata con salassi e frizioni di mercurio e iodio. Diede alla luce due bambine, che però non sopravvissero. Il ritratto di Antonio Bignoli è conservato a Milano nella Casa del Manzoni in via Morone

I Manzoni ritornarono sul lago nel 1846 e rimasero fino alla metà di novembre. “Alessandro scrive molto e vede ogni poco il suo tanto amato e venerato Rosmini: or l’uno va, or l’altro viene da Lesa a Stresa, e da Stresa a Lesa”. I figli della Blondel non venivano mai ospitati a Lesa. In dicembre Teresa si ammalò alla gola e fece testamento. Lasciava tutto al figlio. “Voglio che tutto quello che ho di mio, sia a Lesa, sia a Milano o presso di lui o presso di me in casa Manzoni, di mobili di libri, effetti preziosi e tutto, sia per lui“.

Stefano Stampa in un dagherrotipo scattato a Parigi nel 1844

Alle figlie di Manzoni non lasciava nulla e niente era previsto per i figliastri. Manzoni, spaventato, scrisse al Rosmini di pregare per la moglie. Dopo sei salassi iniziò a stare meglio. Nel ’47 passarono ancora l’autunno a Lesa. L’amicizia tra i Manzoni e il Rosmini, che si conoscevano dal 1826, era ormai intima. La stima di Teresa per l’abate era tale che ogni piccolo dono, ogni opuscolo, che questa da lui riceveva era un “regalo prezioso“. Al ritorno a Milano, Teresa non stava ancora tanto bene. Stefano era preoccupato per la madre e Manzoni gli scriveva ogni giorno da Milano brevissimi biglietti, quasi telegrafici, sullo stato di salute e sui rimedi prediletti: il tamarindo, la cassia, la acque di Boario, il chinino, l’olio di ricino. Manzoni era abituato ai mali di Teresa, che erano tanti, ma spesso minimi e innocui.

Milano, 1848. Carlo Alberto, dal balcone di Palazzo Greppi, annuncia ai cittadini l’avvenuto armistizio stipulato con Radetzky. Il dipinto è conservato al Museo del Risorgimento di Milano

La mattina del 18 marzò 1848 scoppiò a Milano l’insurrezione contro gli austriaci. Stefano era a Lesa, i Manzoni in città. Alla fine di luglio raggiunsero il lago, accompagnati da due cameriere. Il 5 agosto venne firmata la capitolazione e gli austriaci rientrarono in città da Porta Romana. Manzoni era in difficoltà economiche, a causa di un grave incendio che si era sprigionato a Brusuglio il mese prima. Scrisse alla figlia Vittoria ch’era “gnudo bruco“. A parte i debiti con i negozianti in città, doveva pagare una tassa di ventimila lire, come emigrante. Per restare a Lesa, poi, occorreva il passaporto, che ottenne specificando che Teresa era in cattive condizioni di salute e non poteva muoversi. Stefano aveva una piccola somma per una ipoteca sul terreno del Nivolé e con quei pochi denari vivevano in ristrettezze. Temevano che i loro beni di Milano potessero essere messi sotto sequestro e per questo Teresa chiedeva al suo amministratore di salvare alcuni oggetti della casa di via Morone, a Milano. Lei conservava tutto e su ogni oggetto aveva appuntato un bigliettino con una descrizione o un commento.

Nel ’48 Teresa fece trasportare a Lesa due bauli e una cassa con i beni a cui era più affezionata, come una copia dela miniatura del ritratto di Giulia Beccaria e Alessandro bambino attribuito ad Andrea Appiani. L’originale è conservato nella casa del Manzoni a Brusuglio

Prima di partire aveva riempito due bauli e una cassa a cembalo, con il suo nome scritto sopra e li aveva fatto portare a Lesa dal Pendola, che era stato un tempo il loro oste. Contenevano “le sue care memorie“, come i gioielli ereditati dalla madre, una reliquia della prozia monaca, un coltello d’oro a filigrana (“lavoro stupendissimo, fiammingo antico“) varie edizioni dei Promessi Sposi, una “mèche di capelli di Alessandro giovane“, un guanto spaiato, una miniatura del ritratto di Giulia con Alessandro bambino e un “povero, ma somigliante, ritratto di Alessandro a 17 anni, fatto dal Bordiga”. La tassa fu annullata. Manzoni e Teresa restarono in “esilio” a Lesa per tutto il 1849 e il 1850. Fu un periodo molto felice e stimolante, ricco di fitti scambi di lettere e di ospiti illustri in soggiorno nella zona: il genero Massimo d’Azeglio a Cannero, i Cairoli a Beligirate, gli Arconati a Pallanza, i Provana di Collegno a Baveno, Cesare Correnti a Meina e Giulio Carcano a Lesa.

Una stampa di Pallanza, da un dipinto di Giuseppe Canella del 1846

Ricevettero un invito dagli Arconati per una visita a Pallanza. Stefano convinse la madre a navigare sul temuto lago. “La mamma trovò comodo e bello il bastimento … e si divertì alquanto“. A Pallanza c’erano Berchet, Ruggero Bonghi e Mary Clarke, l’amante del compianto Claude Fauriel, che pregò Alessandro e Teresa di donarle le lettere che lui aveva del Fauriel. Manzoni non aveva voglia di rientrare a Milano e sarebbe rimasto sul lago con grande gioia. Non era solo per la bellezza del luogo. A Lesa si respirava un’aria di libertò, dove “l’Aquila” dell’Impero austriaco non arrivava a distendere le sue penne.

A Pallanza c’era Mary Clarke Mohl, la “socialite” inglese, amante del compianto Fauriel

Quando era in campagna il Manzoni indossava sempre il cappello di paglia anche d’inverno, e, per passeggiare si vestiva di stoffe leggere. “Anch’io – racconta Stefano Stampa – in quel tempo, soffriva molto il caldo e mi vestiva più leggermente di lui. Un giorno andammo a passeggiare nella valle dell’Erno, presso Lesa, e giunti ad un punto dove una gora attraversa il fiume come un ponte, ci fermammo ad ammirare una quantità di stalattiti di ghiaccio, che dalla gora discendevano a toccare il letto del fiume. Io distaccai una di quelle stalattiti; vi attorcigliai intorno la mia pezzuola, portandola come fosse una mazza. Poi ritornammo sulla strada del Sempione. Ma siccome era una bella giornata manzoni sentì il bisogno di levarsi anche il giacché, e così ce ne ritornavamo a casa, quando incontrammo una carrozza con dei signori, che vedendo queste due persone, una con un bastone di ghiaccio, l’altra col cappello di paglia, volevano gettarsi dallo sportello per mirarci, e non cessarono dallo sporgersi fuori dalla carrozza finché poterono vederci“.

Francesco Hayez, Ritratto di Antonio Rosmini, 1853, olio su tela, Milano, Pinacoteca di Brera. Anche questo dipinto, come quelli di Alessandro e Teresa, fu commissionato da Stefano Stampa e venne eseguito a Stresa nell’autunno del 1853. Per tenere sveglio il Rosmini Stefano Stampa raccontava barzellette. In mano il filosofo tiene gli occhiali, umilissimo oggetto personale.

Durante la sua permanenza Manzoni aveva scritto un dialogo, intitolato Dell’invenzione, pubblicato nel settembre del 1850, grazie ai suoi incontri col Rosmini nel parco della villa di Stresa che la congregazione fondata dal Rosmini, l’Istituto della Carità, aveva eritato dalla benefattrice Anna Maria Bolongaro. I due uomini erano soliti passeggiare all’ombra del Taxodium o della Magnolia Grandiflora e conversare di morale, filosofia e politica. Da Lesa andava e veniva in carrozza nelle ore del mattina, a volte solo, talvolta con Teresa o con Stefano; e, dopo desinare, non era raro che se ne tornasse a piedi, accompagnato per un pezzo dal Rosmini. Restare con l’abate era quello che più desiderava. Rientrarono a Milano il 26 settembre. Stefano, che si sentiva finalmente libero dalla famiglia, scrisse a Manzoni che il Rosmini, senza di lui si sentiva perso. I Manzoni tornarono ancora nel 1851, anche se in quell’estate lo scrittore non visitò molte volte l’abate Rosmini perché questo era sprovvisto di cavalli. Durante un pranzo a Stresa con Rosmini si discusse di magnetismo. Nonostante le proteste di donna Teresa, Manzoni e Rosmini ne cercavano la spiegazione “scientifica”. L’anno dopo restarono fino al 12 settembre, quando Manzoni si recò a Genova per assistere al matrimonio della nipote Rina. Dalla Liguria raggiunse poi Massarosa, in Toscana, per visitare la figlia Vittoria e la nipotina Matilde.

Manzoni inviò nel 1852 a Teresa una lettera con dei fiori di ciclamino da conservare

Inviò a Teresa una lettera contentente dei pan porcini, sperava di ritrovarli poi in qualche libro e di ricordare così quei momenti felici. Voleva tornare di nuovo a Lesa, prima di rientrare a Milano. Scrisse a Teresa: “Penso che l’anno passato ne siamo partiti alla metà di novembre felicissimamente, e che il tempo deve alla fine aver messo giudizio. E sai meglio di me quanto sia più bello a Lesa che a Milano, quando è bello … Rimango nella speranza d’abbracciarti (fino a farti male) nella ventura settimana; e spero spero spero che la tua lettera m’indicherà Lesa come termine del viaggio“. Le sue speranze si realizzarono e lui e Teresa restarono sul lago fino alla fine di novembre.

Vista di Stresa in una stampa degli anni Quaranta dell’Ottocento, da Recueil de vues principales de Milan et de ses environs, Milano, Chez Ferd. Artaria et Fils Editeurs, 1840-42.

Nel maggio del 1855 l’abate Rosmini si ammalò al fegato. Manzoni gli mandò il suo medico, il dottor Pogliaghi, che non diede speranze. Manzoni decise di partire per Stresa. Teresa si raccomandava di dar da bere al Rosmini l’acqua di Boario, mentre i medici consiglivano di dargli il Racahout des Arabes e la tapioca del Brasile, alimenti che furono prontamente inviati da Teresa tramite corriera. Rosmini morì il 1° Luglio. Manzoni tornò a Milano e poi ripartirono per Lesa in agosto, ma Teresa restò sola, perché Manzoni andò dagli Arconati nella loro villa di Cassolnovo, in Lomellina, e Stefano si recò a Parigi con il maggiordomo. In Ottobre Manzoni era ancora lontano. Lo scrittore iniziava ad annoiarsi dei presunti o veri malesseri della moglie, ed era seriamente preoccupato per la figlia Matilde che era ammalata di tisi, che morì il 30 Luglio del 1856. L’anno successivo Teresa corse a Lesa il 4 Luglio per una indisposizione improvvisa del figlio. Manzoni non potè resistere solo a Milano e chiese il passaporto, che ottenne verso la fine del mese. Raggiunge la moglie e subito dopo visitò la tomba del Rosmini a Stresa. Il 1857 fu l’ultimo anno in cui Manzoni soggiornò sul lago.

Stefano Stampa, Ritratto della madre Teresa Borri Manzoni già vedova Stampa, dagherrotipo, 1851/1852, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Manzoniano. Il figliastro di Manzoni era appassionato cultore dell’arte fotografica. Si osservi come abbia posto il volto della madre verso la finestra e le abbia messo in mano un foglio bianco per schiarire le ombre

Stefano Stampa, Ritratto della madre Teresa Borri Manzoni già vedova Stampa, dagherrotipo, 1851/1852, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Manzoniano

Stefano Stampa, Ritratto di Alessandro Manzoni, dagherrotipo, 1851-1852, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Manzoniano

Teresa si ammalò seriamente nel 1858. Morì il 23 agosto del 1861, sola, senza il conforto del marito e del figlio. Fu sepolta nel cimitero di Lesa. Manzoni non ritornò più a soggiornare sul lago: “le memorie per me preziose del Lago Maggiore, sono appunto quelle che me ne tengono lontano: perchè ci sentirei, a ogni passo e a ogni momento, più pungente la mancanza della persona che, più di tutte, me ne rendeva caro il soggiorno“. Ai ripetuti inviti di Stefano rispondeva che “il soggiorno di Lesa senza la mia Teresa sarebbe per me troppo triste; mi sarebbe insopportabile“. A Milano, Stefano lasciò la casa di via Morone per trasferirsi in via Santo Spirito. In autunno fece tornare la cameriera della madre, Elisa Cermelli, a lavorare presso la sua nuova abitazione.

La casa della famiglia Manzoni in piazza Belgioioso a Milano

Il 22 maggio del 1873 Manzoni morì di meningite, come conseguenza di un trauma cranico per aver battuto la testa su un gradino, all’uscita della chiesa di San Fedele. Fu sepolto, dopo solenni funerali, al Cimitero Monumentale. Un anno dopo Giuseppe Verdi diresse una messa in Requiem, scritta per l’occasione, nella Chiesa di San Marco.

Il conte Stefano Stampa nel 1855. Milano, Sala Manzoniana della Biblioteca Braidense

Un ritratto di Elisa Cermelli, la cameriera della madre Teresa, che Stefano Stampa sposò nel 1887. Milano, Sala Manzoniana della Biblioteca Braidense

Rimasto solo Stefano evitava di tornare a Lesa. Gli metteva malinconia. Viveva con Elisa Cermelli e la portava dappertutto. Nel 1887 la sposò e si stabilì nella sua villa di Torricella, in Brianza. La moglie morì nel 1904 e Stefano si ammalò di diabete e diventò completamente cieco. Litigò con il comune di Lesa; era diventato irascibile e rabbioso. Fece spostare le salme della madre e del padre dal cimitero e costruì la tomba di famiglia a Torricella. Nel suo testamento nominò erede universale l’Istituto dei Figli della Provvidenza, chiese di non avere fiori al suo funerale e di “essere trasportato come un povero”. Morì nel febbraio del 1907. La villa di Lesa passò all’Istituto, ma fu acquistata nell’aprile del 1926 dalla signora Martina Tadini vedova Cengia, già figlia di Giacomo Antonio Tadini, uno dei primi amici di Manzoni a Lesa. Nel 1950 è stata acquistata dalla Banca Popolare di Novara.

La porta d’ingresso della villa Stampa a Lesa

Il cippo di nero di Varenna, posto da Teresa Borri Stampe nell’atrio della villa di Lesa, a ricordo del marito, il conte Decio Stefano Stampa, stroncato a 24 anni dalla tisi

La scala che porta al piano nobile

La stanza, detta la “sala bella”. Il mobilio fu rinnovato dalla nuova proprietaria Martina Cengia, vedova Tadini, ma fu conservato l’arcolaio utilizzato dalla cameriera Linda Boschetti

La cosiddetta “sala gialla” nella villa Stampa a Lesa, con un grande paesaggio di Stefano Stampa

La camera da letto di Manzoni con l’ottomana e i letti gemelli

Il giardino della villa Stampa a Lesa

La villa Stampa vista dalla strada del Sempione, in una foto del 1933

In apertura: la villa Stampa a Lesa in un disegno di fine Ottocento. La dimora, che era, nel Settecento, divisa tra diversi proprietari, arrivava fino al lago e si chiamava Belvedere. Ai lati della villa sono visibili gli edifici del Pizzo Grande e Pizzo Piccolo, che furono demoliti per la costruzione del lungolago. Il dagherrotipo di Stefano Stamoa è tratto dal libro di Enzo Azzoni (in bibliografia).

In apertura Villa Stampa a Lesa sul Lago Maggiore, Milano, Sala Manzoniana della Biblioteca Braidense.

Scarica il pdf dell’articolo qui: Quei bei giorni di Lesa. Le vacanze di Alessandro Manzoni sul Lago Maggiore

Bibliografia: Ruggero Bonghi, Le Stresiane, Milano, Tipografia Editrice L.F. Cogliati, 1897; S.S., Alessandro Manzoni. La sua famiglia. I suoi amici. Appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885; Ezio Flori, Soggiorni manzoniani. Lesa e Villa Stampa, in “Emporium”, febbraio 1933-IX, anno XXXIX, N. 2 – Vol. LXXVII – N. 458, Bergamo, Istituto Italiano di Arti Grafiche, pp. 76-89; Pietro Citati e E. Milani, Immagini di Alessandro Manzoni, Milano, Mondadori, 1973; Enzo Azzoni, La fotografia sul Lago Maggiore, Pallanza, Montefibre, 1980; Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni, Torino, Einaudi, 1983; M. e L. Corgnati, Alessandro Manzoni “fattore di Brusuglio”, Milano, Mursia, 1984.

A Lesa è visitabile il Museo Manzoniano, ricco di documenti e cimeli di grande interesse, che ha sede nella Villa Stampa. Per informazioni: ComSchedaTem.asp?Id=6882
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on 22 dicpmTue, 13 Dec 2011 12:15:29 +00003462011 2011 at 9.41 Commenti (2)
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Accadde a Lesa. Manzoni e la domestica magnetizzata

Una volta, a Lesa, fra il Manzoni e il Rosmini, si venne a discorrere del magnetismo animale. E l’ultimo raccontò di aver assistito a Torino ad un esperimento di sonnambulismo, durante il quale un ragazzo aveva scelto per tre volte di seguito un napoleone d’argento, che era stato magnetizzato in un’altra stanza, fra tanti altri non magnetizzati. E che, essendogli stato chiesto come faceva a riconoscerlo, rispose:

– Perché è caldo e pesa di più. Eppure il magnetizzatore non l’aveva neppur toccato. Finito il racconto Manzoni disse:

– Curioso!

– Curioso! – ripetè il Rosmini

L’abate Antonio Rosmini si interessò, come Manzoni, al magnetismo animale

Ma la moglie di Manzoni tacque, perché non ardiva fare nessuna conversazione a tanto raccontatore! Il figliastro però conservò tutto questo nella sua memoria, e avendo saputo che il Dottor Prejalmini di Lesa (ma domiciliato a Intra), si occupava di questa materia, e che anzi il Rosmini gli aveva scritto in proposito una lunga lettera (stampata fra le sue opere), nella quale spiega, o confuta, i fatti o le teorie del dottore riferite in appoggio del magnetismo; ed avendolo incontrato per l’appunto a Lesa, lo tirò a discorrere di tutte le sue esperienze, e a pregarlo che glien facesse vedere qualcuna. Alla prima si mostrò riluttante, ma finalmente accondiscese e si diedero un appuntamento a Intra. Il soggetto era una contadina, non giovane, grassotta e piuttosto brutta. Addormentata, il figliastro di Manzoni chiese ed ottenne che il dottore ripetesse letteralmente l’esperienza, raccontata dal Rosmini, di riconoscere cioè le monete magnetizzate fuori della camera, senza toccarle e mescolate con altre. L’esperienza riuscì tre volte. E richiesta del come riconoscesse quella moneta (che non erano pezzi da cinque franchi, ma da cinque centesimi) rispose egualmente: – Perché è più calda e pesa di più. Questa strana uniformità di risposta, avuta da due soggetto così diversi, a tanta distanza di luogo, senza il magnetizzatore sapesse il perché lo spettatore la provocasse; sorprese il figliastro, il quale si partì da Intra molto pensieroso…

Piazza San Rocco a Intra, da “Raccolta delle principali vedute d’Intra tratte dal vero e incise da Luigi Litta”, Intra, Litografica e Tipografica Gaetini, 1858. Il dottor Prejalmini, di Lesa, praticava a Intra il magnetismo animale. Su richiesta del conte Stampa fece una prova su una contadina

Venne il 1848, ed il Manzoni si recò colla sua moglie ed il figlio di essa a Lesa, sul Lago Maggiore, prima che gli Austriaci ritornassero a Milano; e mentre sperava ancora che le cosa non sarebbero venute a quel punto: perché diversamente non si sarebbe mosso dalla città per non promuovere i cittadini alla fuga. Fra le persone di servizio che condusse con sè c’era la cameriera di sua moglie, ed una giovane contadina che disimpegnava le incombenze femminili più faticose, come lavare, fare il bucato. Questa aveva un temperamento che appena sedesse e rimanesse un po’ di tempo inoperosa, si addormentava con molta facilità. Una sera che, coricata più presto del solito dal sua padrona (che già da anni era cagionevole di salute), si era seduta in fondo alla cameretta, entrò il figlio di lei, e, non so come ne venisse a proposito, ma rivolgendosi alla seduta, esclamò:

– Questa dovrebbe esser facile da magnetizzarsi, si addormenta subito! Scommetto che ci riuscirei anch’io. E sedendole di contro si mise, così per ischerzo a farle quei passaggi (passes) che aveva veduto fare al Lafontaine e al Prejalmini; e non era scorso un minuto che la ragazza si era addormentata.

Un esperimento di magnetizzazione animale su una donna addormentata, che risponde ai comandi sollevando braccia e gambe, xilografia, 1845 circa

Benché credesse che il suo sonno fosse il solito, così facile e naturale, pure il suo cuore cominciò a battere più forte. E volgendosi a sua madre le disse:

– Ehi! dorme già.

– Sono persuasa. È tutto il giorno che lavora e sarà stanca – rispose la madre dal letto.

– Ebbene, provate a chiamarla – disse il figlio volgendosi anche all’altra cameriera. Infatti l’una e l’altra chiamaron forte: – Linda, Linda. – Ma la ragazza non si mosse.

– Dorme proprio della grossa – dissero la madre e la cameriera.

Ma il figlio, a cui batteva sempre più forte il cuore per la sorpresa e un po’ anche di paura, si provò a farle davanti al viso i passaggi trasversali, che, secondo aveva veduti, dovevano risvegliarla. Ed infatti comincià a dimenar la vita e si risvegliò.

– Mamma, voi altre non avete potuto risvegliarla chiamandola così forte; ed io l’ho risvegliata senza né chiamarla, né toccarla.

– Lo credo bene. Gli hai fatto vento sul viso, ed il fresco risveglia più e meglio di una chiamata – rispose impertubabilmente la madre. E per quella sera ognuno andò per i fatti suoi.

Teresa Stampa Borri in un disegno di Luigi Zuccoli eseguito a Lesa nel 1850

Il giorno appresso il figlio volle ripetere l’esperienza in presenza di sua e di Manzoni. La ragazza si addormentò. Non si mosse alla chiamata; e perché non si dicesse he fosse risvegliata dal vento prodotto dai passaggi trasversali, diede in mano a sua madre un parafoco di cartone, dimenando fortemente il quale, faceva svolazzare i capegli scarmiglliati intorno alla fronte dell’addormentata, che non si svegliò. Allora la madre cominciò ad agitarsi e a temere alquanto; ma il figlio ponendosi a una distanza dalla magnetizzata tale, che nessun vento potesse da esser lei sentito, e cominciati i passaggi trasversali, la paziente contorse alquanto la vita, sospirò e si risvegliò. Allora Manzoni e sua moglie rimasero sorpresi; d’incredulissimi diventarono scettici; ma mancava a loro ancora la persuasione.

Il conte Stefano Stampa chiese in prestito al Dottor Prejalmini questo libro sul magnetismo animale

Ed il suo figliastro per sapere quel che faceva e che doveva fare, chiese in prestito al Dottor Prejalmini l’operetta: Pratique sur le Magnetisme animal del Deleuze (bibliotecario del Museo di Storia Naturale di Parigi, e che Manzoni aveva conosciuto e trovato una garbata persona), e si provvide di qualche altra opera sullo stesso argomento, delle quali Manzoni ne scorse qualcuna facendovi delle critiche e delle osservazioni, naturalmente sensatissime. Finalmente dopo un lungo numero di esperienze alle quali voleva sempre assistere, e che sorvegliava e che dirigeva con molto interesse; persuaso completamente della lealtà scrupolosa del suo figliastro, dell’assurdità ch’egli si fosse inteso con una contadina ignorante per ingannare i suoi parenti; dell’impossibilità che quei curiosissimi fenomeni potessero essere prodotti da inganno, mentre egli stesso ne poneva le condizioni e prescriveva il modo con cui gli esperimenti dovevano essere condotti; finì, come anche sua moglie, a convincersi della verità di quei fenomeni.

Alessandro Manzoni ritratto da Stefano Stampa il 13 Ottobre 1848, “in due ore piovose”. Il disegno è conservato nel Museo di Casa Manzoni a Milano

Ma gli attribuiva per la maggior parte a una particolare sensibilità ed esaltazione morbosa dei nervi del soggetto: ed in ciò andava d’accordo col parere di molti altri scienziati, ed aveva ragione, ma non in tutto. Ed aggiungeva:

– Non vedo però l’utilità che la scienza potrebbe cavare da questi fenomeni irregolari, che non sembrano sottoposti a leggi fisse; e temo che non serviranno che ad accrescere l’infuenza dei ciarlatani.

Ma si presentò anche il caso che dimostrò che il cosiddetto magnetismo animale poteva praticamente utilizzarsi. La giovane contadina si ammalò; si tentò sopra di lei l’influenza della cura magnetica; e con dei mezzi apparentemente ridicoli, risanò in un tempo molto più breve che se fosse stata curata con l’ordinaria medicina. Allora il Manzoni concluse che sarebbe stato desiderabile che la scienza si fosse occupata e avesse studiato quei fenomeni tanto curiosi e tanto misteriosi, invece di lasciarli in mano soltanto dei ciarlatani o di medici di dubbia riputazione.

In apertura: un uomo pratica in mesmerismo usando il magnetismo animale, xilografia, 1845 circa.

Scarica il pdf dell’articolo qui: Accadde a Lesa. Manzoni e la domestica magnetizzata

Da: S.S. (Stefano Stampa), Alessandro Manzoni. La sua famiglia. I suoi amici. Appunti e memorie, Milano, Hoepli, 1885.
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on 22 dicpmTue, 13 Dec 2011 18:27:04 +00003462011 2011 at 9.41 Lascia un commento
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Ritratto di un artista scapigliato. Daniele Ranzoni e gli anni felici di Ghiffa

Il 3 Dicembre 1843, in una freddissima giornata, venne alla luce a Intra Giovanni Daniele Ranzoni. Chi si trovasse a percorrere le stradine della cittadina, alla ricerca di un’accogliente osteria in cui trovare rifugio, potrebbe capitare alla Rosa Bianca, il locale storico fondato nel 1874. Percorrendo via De Bonis, fiancheggiata dal settecentesco Palazzo Peretti, giungerebbe a una piazza quadrata, con tre cortine di edifici e la Chiesa di San Rocco. Su una delle case una piccola targa ricorda al viandante che proprio qui nacque il pittore, destinato a diventare uno dei più importanti rappresentanti della Scapigliatura. Figlio di Francesco, calzolaio (nato da Guido e Lucia Tonazzi) e di Elisabetta Franzosini (figlia di Cesare e Giuseppa Della Rossa), che riuniva in sé le professioni di sarta e levatrice, il piccolo Daniele era il quarto arrivato. Aveva una sorella, Maria Giuseppina Palmina, nata il 23 Marzo 1839, che morirà nel febbraio del 1843, un fratello, Prospero Giuseppe (nato il 14 Dicembre 1840) e un’altra sorella di quindici mesi, Maria Virginia Giuseppa, nata il 23 Maggio 1842. Il 1° Gennaio del 1853 nascerà il fratello Remigio e il 2 Agosto 1854 vedrà la luce Augusto Matteo Giulio. Il bambino si rivelò, già a nove anni, dotato nell’arte del disegno. Il suo primo maestro, stipendiato da alcuni signori intresi, al corso serale delle scuole tecniche fu Luigi Litta, un pittore lombardo residente a Intra, che lo seguì dal 1853 al 1856.

Piazza Mazzini a Intra come si presentava alla fine dell’Ottocento

Grazie alla prodigalità di alcune famiglie di Intra, fu ammesso il 18 Novembre 1856 all’Accademia di Brera di Milano, dove frequentò la classe di Giuseppe Sogni e il 27 Agosto 1857 ottenne il primo premio alla Scuola di Ornato. Dal 1859 al 1860 proseguì gli studi all’Accademia Albertina di Torino. Con il sostegno del marchese di Breme, un aristocratico e artista dilettante, fu poi accolto, il 22 Settembre 1860, tra i “nuovi pensionari” del collegio Caccia di Novara. Ranzoni, che si assicurava così una borsa di studio da quaranta lire al mese per otto mesi e rinnovabile, chiese “per convenienza di famiglia” il trasferimento a Milano. Nelle aule della scuola del nudo di Giuseppe Bertini, dal 1860 al 1864, incontrò il collega Tranquillo Cremona, con cui strinse un lungo e importante sodalizio. Iniziò a frequentare, tra i tanti artisti, Mosè Bianchi e Medardo Rosso, Giuseppe Grandi, Filippo Carcano e Federico Faruffini. Cremona, Ranzoni, Mosé Bianchi, Rinaldi, ed altri lavoravano tutti contemporaneamente nello studio del prof. Bertini. Ranzoni, che avea sin da allora il ramo della pazzia, diceva a guisa di ritornello fra una pennellata e l’altra: “Mi voo a Intra”. Si ammalava spesso e frequentava le lezioni con discontinuità. Sempre per volere degli amministratori del collegio novarese tornò a Torino nel 1864, ma iniziò l’anno come allievo di Andrea Gastaldi solo in Febbraio per le continue emicranie. Ranzoni chiese di poter tornare a Milano, ma la sua richiesta venne respinta e la borsa di studio non rinnovata.

Nel quadro di Ernesto Fontana sono raffigurati alcuni scolari dello studio di Giuseppe Bertini, 1862, Collezione Città di Lugano

Il suo primo quadro importante, Beatrice Cenci che scioglie i capelli al sole (Effetto di sole), saggio accademico del 1863, mostrava una particolare attenzione agli effetti di luce, avvicinandolo alla Piccola Fioraia di Carcano nel 1862. Nel 1864, tornò a Intra, dove, aperto un modesto studio in una mansarda presa a prestito dall’antiquario Scavini, cercò di sviluppare uno stile personale, basato sull’impasto tra la luminosità dei colori e lo sfumato dei contorni. Ranzoni, che viveva con la famiglia nella palazzo oggi sede della Biblioteca Ceretti, guardava al paesaggio di Fontanesi e ai volti del Piccio. Individuò subito nel ritratto il suo tema privilegiato. Girava con una scatoletta di colori all’acquarello. Era squattrinato, ma aveva un’ambizione: pitturà col fiaa. Tra una commissione e l’altra Ranzoni produceva anche insegne per osterie. Intraprese dei rapporti di lavoro con l’aristocrazia che allora frequentava il Lago.

Beatrice Cenci che si scioglie i capelli al sole (Effetto di sole), 1867-68, Collezione Privata. Il quadro è una ridipintura o una versione più tarda dell’omonimo saggio finale, presentato da Ranzoni a Brera nel 1863. Sono soprendenti le similarità con Cortile a giardino con figure, effetto di sole di Filippo Carcano. Già il titolo Effetto di sole posto da Ranzoni fra parentesi dopo il titolo ufficiale indica una consonanza con Carcano, nella precisa volontà di sottolineare la particolare perizia nella resa della luce e del colore. D’altra parte il pittore intrese è compagno di Carcano alla scuola di pittura, con Cremona, Faruffini, Bianchi, ed è certo che essi affrontano insieme gli stessi problemi posti dalla tavolozza e dalla resa della luce

Vacche all’abbeverata, olio su cartone, 1860-1863, Collezione Privata

Ritratto di Agostino Rossi “Il Tuffin”, olio su carta, 1862, Pallanza, Museo del Paesaggio. La data è confermata da una dichiarazione dello stesso Rossi sul retro del dipinto, eseguito dopo il periodo di studio all’Accademia Albertina

Ritratto di Margherita Ceretti in Petroli (“Zia Tin”), 1864, Collezione Privata. Questo capolavoro giovanile va riferito al 1863, prima della partenza per Torino, o subito dopo il ritorno nel 1864. La Ceretti (1847-1941), figlia di una prima cugina del Ranzoni è ritratta prima del matrimonio con il fotografo intrese Antonio Petroli (1849-1925), che era anche il fratello di Giovanni, un ex compagno di studi dell’artista

Dante e Beatrice, 1864, olio su cartone pressato, Collezione Privata. Il titolo è forse errato; si tratta di un bozzetto per un’opera ispirata alla Divina Commedia

Ritratto di giovane donna, 1864, Collezione Privata

I giocatori di morra, tempera su stuoia, 1864 Pallanza, Museo del Paesaggio

Bosco di Antoliva, 1867-68, Pallanza, Museo del Paesaggio. Questo scorcio di prati e alberi è uno dei primi tentativi del Ranzoni di pittura paesaggistica dal vero

Beatrice Cenci che si scioglie i capelli al sole, 1867-68, Milano, Collezione Privata. Il dipinto, mai esposto né riprodotto prima del 1893 è un olio di soprendente verismo luministico. Non è l’originale esposto al Brera nel 1863, che fu avvicinato alle sperimentazioni predivisoniste di Filippo Carcano. Esiste anche un bozzetto apparso sul mercato antiquario databile al 1863-64. Le ipotesi sono due: o si tratta del quadro di Brera del ’63 ripreso e ultimato dal Ranzoni, o è una nuova versione della Beatrice Cenci perché quella del ’63 si era perduta

Ritratto di giovane donna, 1869-1870, Collezione Privata

Tra il 1867 e il 1868 fondò, assieme al fotografo e pittore Giacomo Imperatori, il Circolo dell’Armonia, che riuniva artisti e intellettuali vicini al movimento Scapigliatura. Tra i membri dell’associazione c’erano Carlo Franzosin, deputato al Parlamento, il medico e patriota Lorenzo Restellini, l’architetto Giulio Aluvisetti, Gian Giacomo Muller (un industriale svizzero che primo introdusse in Italia il telaio meccanico tessile) e l’avvocato Giovanni Battista De Lorenzi. Ecco come rievocava lo studioso verbanense Renzo Boccardi il sodalizio creato dal Ranzoni: dal portico angusto che sbuca presso l’Osteria del Pesce d’Oro (oggi v’è la pescheria) scivolaron fuori tre giovani zazzeruti e cianciosi: il pittore Daniele Ranzoni e i fratelli Imperatori, Giacomo ed Achille, quest’ultimo strano e paradossale fondatore e socio dell’ ‘Accademia dell’Universo scibile’: venivano forse dal “Circoletto dell’Armonia” in via del Torchio, una stretta intercapedine che vidi più su per via San Rocco prima di arrivare prima di arrivare dinnanzi al Palazzo Peretti, la bella casa settecentesca di quei lontani discendenti di Pio V.

Daniele Ranzoni siede, sulla balaustra, tra i soci del Circolo dell’Armonia a Intra, un gruppo “scapigliato” che, malgrado il nome augurale, durò soltanto un anno. Il primo a sinistra è Giacomo Imperatori, il fotografo pittore, il secondo lo scultore Taglioni e l’ultimo a destra il pittore Giovanni, Petroli, fratello del fotografo Antonio Petroli

Il Caffè Ofelleria Caramora fu per molti anni il ritrovo della scapigliatura intrese

L’Imperatori, che aveva lo studio nel Palazzo Simonetta, fu uno dei primi pionieri della fotografia paesaggistica nel Verbano. Realizzò le panoramiche di Intra del 1865 e le incredibili immagini della disastrosa alluvione del 1868, quando il paese si trasformò in una città lagunare.

Un ritratto di Giacomo Imperatori (1837-1888), il fotografo e pittore di Intra amico di Ranzoni

La disastrosa alluvione di Intra del 1868 in una foto di Giacomo Imperatori

Il torrente S. Bernardino, rotti gli argini, invase la Sassonia, riprese il suo antico letto e si unì alla foce con il lago, che aveva già tracimato nella parte più bassa della città. Le acque del lago, ingrossate da piogge eccezionali, allagarono Intra, arrecando gravi danni a tutta la regione. Il Ranzoni, che in quel periodo aveva il proprio studio e la scarsa clientela proprio nella città natia, fu scosso in modo pauroso dall’avvenimento. Bisogna tener conto che l’artista aveva una sensibilità del tutto particolare. Costretto a rientrare a Milano, animato da ideali unitari, pensò arruolarsi tra i garibaldini.

Ritratto del maggiore garibaldino Erba, Collezione Privata

L’eroe dei due mondi aveva visitato Intra nel 1862, ospite di Francesco Simonetta. L’amico Cremona lo convinse però a desistere dal proposito. Raccontava Vittore Grubicy de Dragon, sul catalogo della mostra postuma, che Ranzoni trovò 40 lire in prestito per recarsi a Milano ad arruolarsi nell’esercito. In Santa Margherita, vicino al Caffé dell’Accademia, incontrò Tranquillo Cremona:

– Come va? Cosa fai?

– Voglio andare soldato

– Sei matto da legare

E lo piglia sottobraccio, lo insedia nel suo studio convincendolo che è nato troppo pittore per fare quello che sanno fare tutti purché non scartati alla visita. In questo clima elaborò il dipinto Italiana che pensa alla grandezza antica della Patria, presentato alla mostra di Brera del 1867. Si affidò quindi alle cure dell’amico, che lo ospitò nel suo studio-casa di Corso di Porta Nuova 19, dove abitava con la famiglia anche il giovanissimo Eugenio Gignous. Nel catalogo della mostra di Brera risulta che verso la fine del 1868 Ranzoni era residente in via Larga 15.

Tranquillo Cremona, il più caro amico di Daniele Ranzoni, in un’incisione di Luigi Conconi del 1879, Milano, La Portantina di Mattia Jona, http://www.mattiajona.com

Gli anni Settanta furono il periodo d’oro della trinità dei nani giganti. Così amavano definirsi, per la comune piccola statura, Ranzoni, Cremona e Grandi. Ranzoni era fortissimo di spalle e trasportava su di esse accavallati Grandi e Cremona, ciascuno dei tre recando due candele accese in mano. E camminavano di notte per le strade, dicendo di fare la bestia infernale. Ranzoni, Grandi e Cremona erano chiamati i tre nani. Cremona però si vantava di essere più alto degli altri due “on pel de natura”. Insieme lavorarono alla ricerca di un linguaggio pittorico nuovo, basato sulla luce e non sul contorno, un’arte di vibrazione e di sentimento, meditata attraverso lo stile di Rembrandt e il colorismo veneziano. Alcuni artisti che operavano allora a Milano furono definiti scapigliati, anche se il termine era già stato registrato nel vocabolario milanese-italiano compilato da Francesco Cherubini nel 1839, dove corrispondeva a compagnia, combriccola.

Gli “scapigliati” Luigi Conconi, Carlo Alberto Pisani Dossi, Giovanni Giachi ed Emilio Praga

La parola fu poi resa celebre da Cletto Arrighi, nom de plum del giornalista e scrittore Carlo Righetti, con il suo romanzo La scapigliatura e il 6 Febbraio (Un dramma in famiglia). Romanzo contemporaneo, pubblicato nel 1862. Qui l’autore si riferiva a una condizione esistenziale, voleva indicare atteggiamenti anticonformisti, rifiuto di regole e sfida alle convenzioni della società perbene. La corrente si manifestò prima in letteratura che nel campo delle arti. Oltre all’Arrighi furono scapigliati Giuseppe Rovani, Emilio Praga, Arrigo Boito, Iginio Ugo Tarchetti, Carlo Dossi. Alcuni titoli di raccolte di versi firmate da Emilio Praga, come Tavolozza del 1862, Penombre (1864) e Trasparenze (1878, postumo), suonano come un suggestivo parallelo agli effetti di luce che saranno i temi fondamentali della ricerca di Cremona, Ranzoni e Grandi. Altri esponenti del gruppo furono Vespasiano Bignami, Luigi Conconi, Medardo Rosso ed Eugenio Gignous.

Alla fine dell’Ottocento a Milano abbondavano le “ortaglie”, dove i giovani scapigliati amavano riunirsi. La più famosa era quella di via Vivaio, sede dell’Osteria della Polpetta

I cremoniani si incontravano a Milano in via Vivaio, che allora era circondata dalle cosiddette ortaglie, all’Osteria della Polpetta. Ranzonella era il soprannome affettuoso che Cremona aveva dato all’inseparabile Ranzoni, forse fin dai tempi di Brera, quando i due, Tranquillo già coi baffetti, Daniele ancora ragazzo, frequentavano assieme la scuola di nudo. Cremona presentò il Ranzoni ai conti Greppi, per cui eseguì quattro dipinti in tre mesi di permanenza. “Ma te set che te me dervet i oeucch!” (ma lo sai che mi apri gli occhi!), gli confidò Cremona, commentando il ritratto della Contessa Greppi e sottolineandone l’intrinseca novità. Dalla rappresentazione della nobiltà a quella della borghesia, i temi preferiti dagli scapigliati furono la famiglia, gli interni, le maternità, le villeggiature e salotti.

Ritratto di donna Maria Greppi Padulli, 1869, Collezione Privata. Luce e sole erano i più grandi nemici della bellezza muliebre findisecolo. Il conte Stampa soleva ricordare che le sue contemporanee volevano mantenersi candide come “l’indivia sotteràda”

L’arte di Ranzoni e dei suoi compagni non fu subito apprezzata, come si nota dalla recensione dell’Esposizione di Brera del 1872 del critico Yorick: La scuola del futuro ha due distintissimi rappresentanti … il signor Daniele Ranzoni e il signor Tranquillo Cremona … L’umanità veduta coll’occhio di que’ due artisti perde immediatamente ogni limitazione di contorni, ogni certezza di dimensioni. Le teste di bambagia, soffici, leggere, ruotano in un’atmosfera variopinta come un uovo sodo in un’insalata composta. Ranzoni partecipò nel 1872 alla fondazione, con Vespasiano Bignami, della Famiglia Artistica Milanese, un gruppo di artisti vicini alla Scapigliatura, ma dopo la morte del padre, nel 1872, fece ritorno a Intra.

Flora (La Fioraia), 1871, Collezione Privata

Sul lago conobbe Flora, una ragazza che villeggiava lì con la famiglia. Era la nipote del signor Biraghi di Milano, committente dell’artista. Sensibile lui, sensibilissima lei, è difficile immaginare un avvicinamento più inquietante e irto di pericoli. Ranzoni si fidanzò con Flora dopo il suo ritorno dall’Ingilterra. La sfortunata storia d’amore, tutta ottocentesca e melodrammatica, è raccontata nel libro Serata all’Osteria della Scapigliatura di Eugenio Gara e Filippo Piazzi. Quando erano lontani, all’artista arrivavano tre, quattro lettere al giorno, lunghe, fitte, per non parlare dei telegrammi: domande brucianti, indagini sospettose, tremori improvvisi, tenerezze appassionate, subite gelosie: tutta la scala cromatica dell’amore esclusivo, che non conosce altra legge all’infuori di quella del proprio codice imperioso. Così: Sono da giovedì scorso a Legnano, quattro lunghi giorni… da ieri in poi mi si è impadronita un’inquietudine tale che a stento mi freno, onde non farlo capire agli altri! Daniele scrivimi presto, ne’ miei sogni ti vedo ora sul lago in burrasca in preda ai venti, ora seduto facendo il ritratto della signora Cor… ammirandola un pochino troppo… Questi sogni, vedi, mi lasciano inquieta, terribilmente inquieta … Avevo già scritta questa pagina, quando arrivò la tua, mi tremava la mano nell’aprirla, è stata tanto bella la penultima che avevo paura che con questa mi distruggessi i bei pensieri di prima, con tutto che l’aspettavo. Ma, misteri del cuore umano, di tutto si teme, tutto fa paura quando si ama … Appena ricevuta questa mia rispondimi subito, che mi sembra già troppo lungo il tempo che impiega la lettera pel suo viaggio, se poi aspetti solo qualche giorno io soffro, crudelmente soffro… Ti sei divertito, ne sono proprio contenta, la tua salute ne avrà guadagnato, è un gran bene anche per me, il tuo star bene migliora oltre il mio morale anche il mio fisico. Qui non c’è proprio nessun divertimento, nemmeno li desidero… Sta allegro, ma pensa anche frammezzo ai divertimenti anche alla tua povera Flora, che ella invece dei divertimenti ha si può dire paura, tanto li sfugge… Caro cattivaccio, come desidererei esserti vicina, ma sarei il tuo tiranno, questo lo so, ma la tua pazienza te la ricambierei con tanto bene che forse non ne sarebbe capace un’altra.

Ritratto fotografico di Daniele Ranzoni negli anni Settanta

Nel comunicare a Margherita Sarfatti questi ed altri frammenti di lettere della Flora, una cugina del pittore, ormai avanti con gli anni, faceva i suoi bravi commenti: Sfido io che poi ha perso la testa, pover omm! L’era ona donna fada inscì. Sicuro. Il guaio fu che anche il tutore, e zio, della ragazza, era fatto inscì, cioè a modo suo, vale a dire testardo, tirannico alla maniera dei tutori dei vecchi romanzi e dell’opera. La Flora e qual matto senza soldi? Mai. E non valsero a smuoverlo nè proteste né lagrime. Non solo, ma col tempo la vicenda romantica ebbe un epilogo schiettamente borghese: nel senso che la signorina finì per sposare addirittura il figlio del tiranno. E questa dura ferita per il Ranzoni proprio non ci voleva. Forse fu allora che aumentò ancora la dose, già inverosimile, dei caffé giornalieri, portandoli a una trentina.

Villa Ada a Ghiffa in una foto del nel 1875

Una villa Ada “a colori” dipinta da Ranzoni. Il dipinto s’intitola Lo chalet di Villa Ada sul Lago Maggiore, 1871, Collezione Privata. Sulla sinistra è visibile parte del tetto dello chalet, dove lavorava il Ranzoni, talvolta con Tranquillo Cremona. Nell’aiuola di rocaille assieme alle essenze locali convivono specie americane come la Yucca gloriosa.

Nel 1873 il pittore incontrò i principi Troubetzkoy, che frequentò assiduamente fino al 1877. Il principe russo Pyotr Petrovich Troubetzkoy, nato a Tulcin 22 Agosto del 1822, era un diplomatico, amministratore e generale che aveva fatto la guerra in Caucaso ed era amico di Tolstoj. Sposato con suo cugina, la principessa Vavara Yourevna Troubetzkoy, aveva avuto tre figlie, Tatiana, Elena e Maria Petrovna. Nel 1844 era stato nominato governatore di Smolensk e Oriel. Nei primi anni Sessanta fu inviato a Firenze per una missione diplomatica per conto dello Zar, che prevedeva la supervisione della chiesa russa. Lì aveva incontrato Ada Winans, una cantante lirica, nata in America nel 1831, che stava perfezionando la voce.

La cantante lirica americana Ada Winans in un ritratto giovanile

Ada era la figlia di un droghiere e commerciante di New York City, Anthony Van Arsdale Winans e di una tale Mrs Jay, che non era sua moglie. Ada, dopo essersi diplomata nel 1853 alla scuola Saint Mary Hall aveva inziato a insegnare musica alla Doane Academy di Burlington in New Jersey. Era un soprano e si era fermata a Firenze per studiare il bel canto. Pyotr se innamorò, causando un grande scandalo nella sua famiglia in Russia, dove fu bandito per l’accusa di poligamia.

Ritratto del Principe Pietro Troubetzkoy, 1873, Collezione Privata. Un ritratto ovale del Principe a cinquant’anni, proveniente dalla collezione di Luigi Troubetkoy

Ritratto di Ada Toubetzkoy, 1875, Collezione Privata

Pierre Troubetzkoy in una foto di Carlo Luigi Gaetini. Il fotografo intrese, è autore negli anni Sessanta di una serie di stereoscopie e di carte da visita di paesaggi del lago e dell’Ossola

Nel 1864, alla nascita del primo figlio Pietro (che, secondo gli usi aristocratici dell’epoca era chiamato Pierre) a Milano, Ada interruppe la carriera, dedicandosi unicamente alla famiglia. Gli sposi erano alla ricerca un luogo tranquillo, adatto alle coltivazioni, perché il principe un grande appassionato di botanica. Si fermarono sul Lago Maggiore, dove affittarono una casa a Intra. Dopo aver ottenuto il divorzio e aver riconosciuto i figli della Winans, il principe acquistò a Ghiffa, nel 1870, un terreno di diecimila metri quadri in una zona impervia con una magnifica vista sul lago. Voleva costruire una sontuosa casa circondata da fiori e piante, un rifugio per la sua nuova famiglia; dovette spianare e dissodare la zona eliminando così una notevole quantità di massi. In attesa che i lavori fossero ultimati la famiglia abitava a Intra, in rione Sassonia, e successivamente in due case in prossimità della villa stessa. Secondo il gusto del secolo, la nuova dimora fu edificata con lo stile che il padrone prediligeva. Nel suo caso era quello della tipica dacia russa! La chiamò Villa Ada, come la sua amata, che divenne nota come il canarino del Lago Maggiore. Sulla casa una loggia di legno a doppio ordine era impreziosita da una balaustra traforata e il tetto a capanna aveva gronde decorate a doppia trina lignea. Il principe si dedicò alla creazione di un importante giardino nella sua villa, seminando alberi esotici e rarità tropicali.

Pinus Strobus, disegnato da Pancrace Bessa e stampato da J.N. Joly, Parigi, Museo di Storia Naturale, Biblioteca

Howea belmoreana Becc. o Palma di Belmore, in Desiré Bois, Atlante delle piante da giardino e da appartamento, 1896, Parigi, Museo di Storia Naturale, Biblioteca

Pandanus veitchii, in Desiré Bois, Atlante delle piante da giardino e da appartamento, 1896, Parigi, Museo di Storia Naturale, Biblioteca

Come si legge nel “La Voce del Lago Maggiore” del Luglio 1877, presso Ghiffa trovasi una pianta d’Eucalyptus (riproduzione proveniente dalla villa Troubetzkoy), la quale con soli 26 mesi di vita in piena terra ha un tronco che misura 9 metri di altezza e 48 centimetri di circonferenza fuori terra. Secondo calcoli fatti da un po’ di tempo cresce in circonferenza circa 5 centimetri al mese. Nell’estate del 1867 il parco era già pieno di piante. Il primo Pinus Strobus era arrivato dall’America e fu subito circondato da querce, bossi, eucalipti australiani, cedri glauchi, deodara e araucarie. Non mancavano Pandanus, Kentie, le grandi foglie della palma di San Pietro, azalee, begonie, camelie, rododendri e gardenie.

Aylmer Bourke Lambert, Araucaria Brasiliensis, in Descrizione del genere pino, vol. 2, 1837, New York, New York Public Library

Araucaria Excelsa, in Desiré Bois, Atlante delle piante da giardino e da appartamento, 1896, Parigi, Museo di Storia Naturale, Biblioteca

Aylmer Bourke Lambert, Araucaria Imbricata, in Descrizione del genere pino, vol. 2, 1837, New York Public Library

Scriveva il botanico Ascanio Rigamonti nel 1872 su “I Giardini”, periodico della Società Orticola di Lombardia, che il principe introdusse molteplici nuove coltivazioni e a narrarle tutte mi allungherei; solo ricorderò le piante che si vedono reggere incolumi i rigori del verno: come Araucaria Cookii, Araucaria Bidwilli, Araucaria Excelsa, Araucaria Brasiliensis. Si trattava insomma di un’intera collezione del Monkey Puzzle Tree, dai rami che somigliano a squame di serpente, introdotto in Europa dal Nord America nel 1875 e che, evidentemente, era la passione dell’aristocratico in esilio. L’elenco comprendeva poi una ottantina di specie rare, per non parlare della piante protette nelle serre. Le stufe – proserguiva il Rigamonti – quantunque lascino a desiderare pel modo della loro costruzione, racchiudono però una numerosa collezione di splendide orchidee: Cattleya, Cymbydium, Cypripedium, Dendrobium, Epidendrum, Miltonia.

Gigi Troubetzkoy nella serra di Villa Ada a Ghiffa, 1873-1874, Collezione Privata. Il piccolo Gigi è immerso nella lettura all’ombra di esotiche foglione

Dendrobium nobile Lindl, in Desiré Bois, Atlante delle piante da giardino e da appartamento, 1896, Parigi, Museo di Storia Naturale, Biblioteca

Cattleya labiata Lindl. var. Massiae, in Desiré Bois, Atlante delle piante da giardino e da appartamento, 1896, Parigi, Museo di Storia Naturale, Biblioteca

Dall’unione tra Pyotr e Ada nacquero altri due figli: Paolo venne al mondo a Intra il 15 Febbraio 1866 e nel 1867 nacque Luigi. I bambini furono educati secondo la religione protestante della madre, che era assai garibaldina, e non mangiavano carne. Nel 1873 Ada rese omaggio all’eroe dei due mondi visitandolo a Belgirate, mentre era ospite di Benedetto Cairoli. I Troubetzkoy accolsero nella magione artisti e musicisti. Incaricarono il Ranzoni di insegnare ai figli le belle arti. L’amicizia con la famiglia russa, l’affermazione come “society painter”, segnarono un felicissimo periodo nella vita del pittore ed esercitarono una stimolante influenza sugli ambienti artistici del lago. Ada non era bellissima, ma il Ranzoni se ne invaghì a tal punto da trasformarla in un paradigma di radiante bellezza ottocentesca, fiorente e materna, e pur tuttavia carica di sensualità gioiosa nelle forme piene e nella carnagione bianca e rosea, come scrive nel catalogo ragionato Annie-Paule Quinsac, la più importante studiosa dell’artista piemontese.

La principessa Ada Troubetzkoy con il figlo Luigi, 1875, Collezione Privata

Ritratto di bambino, forse Luigi Troubetzkoy, 1875-76, Milano, Collezione Privata

Ada Winans Troubetzkoy con i figli Paolo, Pierre e Gigi in una foto degli anni Settanta, Pallanza, Archivio Azzoni

Un ritratto di Pietro Troubetzkoy bambino

Paolo Troubetzkoy bambino

Luigi Troubetzkoy bambino. I tre ritratti fotografici sono stati fatti nello stesso giorno e i bambini erano abbigliati in modo identico, con pantaloni, giacchetta in velluto e fiocco bianco al collo

Ranzoni con gli amici di Intra Giovanni Cama e Giovanni Petroli, anni 1865-68. Per molto tempo questa immagine fu identificata come un triplice ritratto di Grandi, Cremona e Ranzoni

Ranzoni, protetto e accolto dai principi, fu libero di invitare gli amici pittori e trascorse a Ghiffa gli anni più sereni della sua vita. Cremona venne per un certo periodo a condividerne lo studio. Ricorda Luigi Troubetzkoy nelle sue Memorie che Ranzoni era amico degli artisti allora in voga a Milano e specialmente di Tranquillo Cremona, Giuseppe Grandi e Alfredo Catalani. Egli propose a mio padre di invitarli da noi a Villa Ada. Accettammo molto volentieri. Grandi venne poche volte avendo impegni a Milano. Al Cremona fu offerto uno Chalet di otto stanze perché vi passasse la stagione estiva ed egli vcenne con moglie figlia e cognato. Catalani alloggiava nella nostra stessa casa. I due artisti lavorarono insieme presso la cascata di Antoliva. A Villa Ada riparò anche Emilio Longoni, quando si trovò in difficoltà in seguito alla rottura con il mercante Alberto Grubicy. Per vivere egli si trasformò, per un certo periodo, in un imbianchino. Intorno alla principessa Ada gravitavano molti degli artisti presenti allora sul lago in modo più o meno stabile: Achille Tominetti, Leonardo Bazzaro, Paolo Sala, Augusto Laforêt, dando luogo a un gruppo di vivaci scambi culturali.

Ritratto della baronessa Francfort, prima del 1880, Milano, Galleria d’Arte Moderna

I generosi ospiti presentarono il Ranzoni ai tanti esponenti dell’aristocrazia internazionale che abitavano nelle ville del lago, come i marchesi Della Valle Casanova (cui un tempo il Ranzoni aveva rifiutato di dar lezione ai figli, sostenendo di essere lui stesso un principiante!) e i baroni Francfort a Pallanza. Ricorda la marchesa Della Valle che, l’artista, mentre lavorava lontano assai dal cavalletto, al quale si avvicinava col salto rapido e nervoso per dare una pennellata, allontanandosi subito di nuovo, e sempre così. Progressivamente Ranzoni abbandonò le esposizioni ufficiali per privilegiare i rapporti con l’ambiente cosmopolita. A Villa Ada gli amici letterati declamavano versi cavalcando splendidi cavalli, o girovagavano nottetempo sussurrando miserere. Agli studi pittorici si alternavano duetti canori. Le giornate trascorrevano tra gite in montagna, passeggiate sul lungolago e animate discussioni letterarie. Tra gli habitué c’era Eugenio Torelli Viollier, il fondatore del “Corriere della Sera”, che arrivava con la moglie Maria Antonietta Torriani. Prima del matrimonio la Torriani era stata l’amante di Carducci e nel 1877 aveva pubblicato La gente per bene, un manuale di bon ton per le donne borghesi. Ai pomeriggi in villa partecipavano anche Emilio e Giuseppe Treves, con la consorte Virginia Dolci Tedeschi, direttrice del “Giornale dei Fanciulli” con lo pseudonimo di Cordelia. Tra gli ospiti veniva anche la divina Eleonora Duse, che amava destarsi presto la mattina per vedere l’alba.

Idillio sulla terrazza, Faenza, Pinacoteca Comunale

Da qui Ranzoni, in compagnia di Cremona, ma anche di Emilio Longoni e di Giovanni Segantini, dipinse I Pizzoni e il Sasso di Ferro veduto dalla Villa Ada sul Lago Maggiore e lo Châlet della Villa Ada, esposti a Milano nel 1871, paesaggi di accento naturalistico e dipinti “sul motivo”. Luigi, il terzo figlio, descriveva Ranzoni come una persona sempre allegra e vivace, che gli insegnava, giocando, pittura e storia romana. Talvolta faceva degli schzzi di animali per divertire i bambini, come nel caso della Scimmietta. Non solo faceva da maestro ai bambini, ma affiancava il capofamiglia Pyotr nel disegno del giardino. Come scrive Marta Isnenghi in Villa Ada. Rifugio d’artisti, l’evidente competenza botanica del Ranzoni si spiega con il suo coinvolgmento nella progettazione del parco di Villa Ada. Ranzoni difatti collabora con Pietro Troubetzkoy nella realizzazione di una cascata d’acqua nascosta nella vegetazione, fra aerei ponticelli e sentieri cadenzati da vasi ornamentali e dalla scultura di una ninfa in costume adamitico ispirata ad Ada Winans. Per la famiglia eseguì alcuni ritratti, uno di Ada su una parete della casa e Tre ragazzi col cane, presentato all’Esposizione di Brera del 1874. Interrotti i giochi con l’amico quadrupede i principini si mettono in posa per il pittore affiancati dal loro San Bernardo, assumendo pose mondane e decadenti, degne di piccoli dandy. Nell’Ottobre del 1877 i tre ragazzi furono mandati in collegio a Milano.

I ragazzi Troubetzkoy col cane, 1874, Milano, Galleria d’Arte Moderna, Collezione Grassi Il dipinto, considerato capolavoro della produzione ranzoniana, fu esposto a Brera nel 1874, con il titolo “Tre ragazzi e un cane”, con la precisazione “Commissionato dal Principe Pietro Troubetzkoy”. Paolo a sinistra aveva dieci anni, Pietro al centro, otto, e Luigi, il più piccolo, sette

Grazie all’aiuto dei Troubetzkoy nel 1877 potè visitare il Regno Unito in cerca di incarichi. Fu appoggiato dai Medlycott, che avevano affittato lo chalet di Villa Ada. Il capofamiglia, appassionato di pitture e di acquarello e convinse Ranzoni a seguirlo nel Regno Unito. Lì il pittore fu ospite Ven House, un sontuoso palazzo costruito nello stile di Inigo Jones, vicino a Milbourne Port nel Somerset. Passò poi a lavorare presso il Baronetto Sir Richard Horner Paget, amico dei Medlycott, nella dimora di Cranmore Hall a Shepton Mallet. Ranzoni venne “lanciato” come society painter dell’aristocrazia londinese, della nobiltà terriera britannica e della nuova borghesia finanziaria.

Ritratto del Capitano Mervyn Bradford Medlycott, 1877, Milano, Collezione Privata. Il ritratto fu commissionato da Edmond Medlycott, l’inglese che invitò il Ranzoni in Inghilterra. Il Capitano Mervyn, fratello di Edmond, era ufficiale della Marina britannica. Il quadro potrebbe essere stato eseguito a Intra o a Ven House, nel Regno Unito, nell’autunno del 1877. I Medlycott si liberarono poi dell’opera, giudicandola “dreadful” (orrenda) e inadatta a illustrare il volto dell’antenato

Le tre figlie di Sir Richard Horner Paget, 1878, Collezione Lord Cranshaw, Leicestershire. Il triplice ritratto fu commissionato al Ranzoni da Sir Richard Horner Paget, presso cui era ospite a Cranmore Hall vicino a Shepton Mallet. Le bimbe sono le figlie di Lord Paget: Alethia, a sinistra aveva 13 anni, Dorothea detta anche Dolly è la piccola in piedi e aveva sette anni. Hilda, sulla destra, che all’epoca aveva nove anni mima una posa di danza. Per questo il dipinto fu ribattezzato dai Paget “The dancing girls”. Apparentemente invisibile lo sfondo nasconde due figure indiane in una posa erotica, che rende il dipinto una sorta di allegoria di purezza e peccato

Fu ospite a Culmington Manor, il palazzo del commerciante Edward Wood, a Ludlow nello Shrophire. La sua fama, nell’ambiente della colonia inglese era ormai stabilita, sicché non gli fu difficile lavorare a Londra. La definì, però, in una lettera del 29 Agosto 1877, un’orrenda città. Sozza. Case nere vie fangose piene di nebbia e quando si vede il sole l’isbiadito e noi abbiamo il coraggio di lagnarci di Milano e ti assicuro che Milano e un Paradiso. Che paradiso doventa al paragone in questi stiti di campagna. Non visse per tanto tempo nella metropoli, eccetto il periodo che trascorse presso i Fuller-Acland-Hood a Chelsea. Se la ricchezza non venne, ciò fu per la sua incostituzionale incapacità di stabilire un equo rapporto tra arte e denaro. Non conosco la moneta inglese, diceva bonariamente. I prezzi della sue opere erano comunque alti, un busto a matita costava 30 sterline, di tre quarti con le mani 45, in piedi 60 sterline.

Ritratto di Amely Crawford, 1878, Collezione Privata

Ritratto di Richard Arthur Surtees Paget, acquarello su carta, 1878, Collezione Paget, Somerset. Commissionato da Sir Richard Horner Paget al Ranzoni, quando era ospite nella dimora di Cranmore Hall, fu poi ereditato dal figlio Richard Arthur fino alla sua morte nel 1955. Sir Paget, il papà del ragazzo ritratto, era stato promosso da Grubicy “ambasciatore d’Inghilterra presso la nostra Corte”, carica che in realtà non ricoprì mai. Paget, che fu eletto membro del Parlamento britannico nel 1886, era il marito di Caroline Surtees, dalla quale aveva avuto sei figli: i tre maschi erano Richard Arthur, Freville e Geoffrey Moore e tre femmine, che furono anch’esse ritratte da Ranzoni su sfondo rosso. Abbigliato con una veste di velluto blu e nobilmente stagliato sul balcone di Cranmore Hall il bambino, che allora aveva nove anni, appare più grande. Il protagonista non amò mai il ritratto, perché gli ricordava la sua educazione rigida e formale

Restò due anni in Inghilterra e con quello che gli avanzava, che mandava ogni volta al fratello Remigio, s’improvvisò industriale. Nei primi mesi del 1878 fu ospite dei Nevill a Birling Manor, vicino a Maidstone nel Kent. Il principe Troubetzkoy stava attraversando una grave crisi finanziaria e aveva creduto di rimediarvi impiantando a Intra una fabbrica di cappelli in società col Remigio Ranzoni. Il pittore, ricordando quanto doveva alla famiglia russa che gli aveva fatto da mecenate, mise a disposizione della strana ditta il denaro guadagnato con la sua arte. Col risultato di mutare molte sterline in pochi feltri! Ma non pare che si interesasse molto del risultato dell’azienda.

Nei primi mesi del 1878 il Ranzoni fu ospite dei Nevill a Birling Manor nel Kent. La dimora era stata costruita dal conte di Abergavenny, il padre di Ralph William Nevill, nel 1845. Nel 1917 la casa e molte delle opere d’arte in essa furono distrutte da un incendio

I bambini Nevill, 1878, Inghilterra, Collezione Privata. I bambini erano i figli di Ralph William Nevill (1832-1919) e di Louisa Marianne Maclean of Duart. All’epoca in cui Ranzoni fu ospite della famiglia i Nevill avevano sei figli, quattro femmine e due maschi. Nel dipinto non c’è la maggiore Constance Emily (1863-1943). A destra, con il libro è la secondogenita Isabel Louisa (1864-1963). A sinistra la terza figlia Mary France (1869-1959). Al centro Ralph Plantagenet (1865-1907). Il quadro ricorda il ritratto dei piccoli Troubetzkoy anche per la presenza del cane

Tutti i pensieri dell’artista erano invece per la situazione personale del caro fratello Remigio, come si può rilevare da una sua lettera di quel periodo: Caro fratello, sai quanto io ti voglio bene, adunque ti prego non affannarti tanto… Facci capire al socio che a te importa poco tornare lavorante… e che la fabbrica, andando, dopotutto è suo interesse anche. E fatti cuor largo e forte e non aver paura di niente. Se non riesci adesso con una fabbrica, ci riusciremo di qui a qualche anno. Ti prego, sii forte alle difficoltà ai rovesci di fortuna, non disperarti per l’ambizione. Pensa, caro fratello, come eri tranquillo quando eri lavorante, e adesso che fastidi abbiamo – io al tuo posto quasi avrei troncato la fabbrica, e sarei andato a Milano, ma è per la principessa, la quale si merita qualche riguardo. Fatti cuore, abbiamo sempre buone braccia – sei giovane – e non prenderti fastidio perché allora anch’io me ne prendo. E, più tardi, accompagnando l’invio di venti sterline alla sorella: Sono contento che stiate tutti bene, e se anche la benedetta fabbrica non andasse bene, io sarò sempre contento molto quando voi tutti state bene: è quello che m’importa. Il Ranzoni industriale non era particolarmente preoccupato del bilancio. La salute dei suoi parenti contava di più della cassaforte. Nei primi mesi del 1878 fu ospite dei Nevill a Birling Manor, vicino a Maidstone nel Kent.

Giovinetta inglese, 1880, Collezione Privata. L’olio è anche noto con il nome di Ritratto di giovanetta, Ritratto di fanciulla o Fanciulla con la sciarpa di velo bianco. Secondo Luciano Caramel è una “trionfale realizzazione del gusto scapigliato”. La tecnica e la cromia avvicinano questa giovanetta ai quadri dipinti per la baronessa di Saint-Léger. Non sappiamo perché restò in Italia e finì nella collezione dell’avvocato Francesco Franzosini a Intra, per il quale Ranzoni non aveva finito il ritratto della moglie. Forse fu commissionata in Italia da una famiglia inglese e poi rifiutata, oppure è da avvicinare la periodo trascorso dal Ranzoni a Brissago, dove certo potevano soggiornare degli ospiti inglesi. Potrebbe essere arrivata al Franzosini, che assisteva legalmente la baronessa Saint-Léger, in seguito alle traversie finanziarie della eccentrica nobildonna

L’improvvisa morte dell’amico fraterno Cremona a Pavia, il 10 Luglio del 1878, lo riportò in Italia. Fu una grave perdita per il Ranzoni. Secondo Carlo Alberto Pisani Dossi lo specchio geniale del suo pittorico animo era illuminato da Tranquillo Cremona. Tramontata quella luce, i confini vaporosi delle immagini sue si confusero nella notte. La frase, affettuosa nella sostanza, appaiò i due pittori agli occhi della critica, che erano in realtà uniti soprattutto da una comune ricerca tonale e cromatica. Il Ranzoni si fermò brevemente anche a Intra, ma emtro la fine dell’anno si recò di nuovo in Inghilterra, sopite dei baroni Fuller-Acland-Hood. Non ne fu contento; scriveva in una lettera che dovessi starci, sempre, morrei di malinconia … Il sole qui pare la luna … Ho dei momenti che perdo il coraggio. I suoi ritratti furono rifiutati, si può dire ingiustamente, alla Annual Exhibition of Works of Living Artists della Royal Academy. Peraltro in quella occasione su 6415 opere la giuria ne rifiutò 4415. Fu allora che piantò a metà i lavori iniziati e corse, melanconico, alla Stazione deciso a tornare in Italia e continuare la sua attività in patria. Era il Settembre del 1879. Lì vene fuori la sua frase più divertente: Voglio un biglietto per il Biffi.

Ritratto della Signora Pisani Dossi, 1880, Collezione Privata. La signora è la consorte di Guido Pisani Dossi, fratello di Carlo. Ranzoni era spesso ospite nella loro villa sopra Como

Di nuovo in patria, in una fase di importante rinnovamento creativo, Ranzoni dipinse ritratti di grande raffinatezza, come quello della Signora Pisani Dossi. Nel 1880 presentò a Milano, dove risideva in via Pietro Verri 18, tredici ritratti dell’aristocrazia e la ricca borghesia lombarda, tra i quali il Ritratto della Contessa Arrivabene. Negli anni seguenti, continuò a lavorare, raggiungendo una sintesi cromatica, giocata su piccole variazioni di tono e su una materia alleggerita, come nella Giovinetta in bianco.

Giovinetta in bianco, 1885, Milano, Galleria d’Arte Moderna. Il dipinto, noto anche come Giovinetta malata o Giovinetta col tricorno, fu proprietà del fratello Remigio e, poi, di Margherita Sarfatti. Va datato al periodo successivo al ricovero dell’artista nell’Ospedale di Novara nel 1885

Il suo mondo, però, non c’era più: Rovani e Cremona erano morti e la bohéme delle ortaglie era ormai scomparsa. Dal 1882 decise di far ritorno a Intra, ma anche lì era tutto mutato. La manifattura di cappelli del fratello Remigio era fallita. Nel 1884 il principe Pyotr, gran galantuomo ma troppo fiducioso, aveva avuto un tracollo finanziario in seguito a un cattivo investimento: la partecipazione con un capitale di 110.000 lire a una Banca di costruzioni il cui presidente era l’ingegner Brioschi, direttore del Politecnico di Milano. La banca fallì e la famiglia si trasferì in un appartamento di via Borghetto, vicino a Porta Venezia. Villa Ada fu venduta nel 1890 alla contessa Ceriana Rocca, ma i Troubetzkoy non abbandonarono del tutto Ghiffa. Il principe affittò infatti lo chalet attiguo alla proprietà, dove periodicamente faceva ritorno, ma si separò da Ada Winans. Nel marzo del 1885 si manifestarono nella mente di Ranzoni i primi segni di una grave psicosi.

Ritratto di giovinetta (Giovinetta della raccolta Vercesi), 1882, Collezione Privata. Il quadro, commissionato da un industriale di Intra, fu iniziato nel giardino della villa Pisani Dossi, detta “Il Dosso”. Acquistato dall’antiquario Vercesi a 250 lire e offerto, poco dopo, a un ammiratore del Ranzoni, che a sua voltò non lo comprò, a lire 3000. La giovinetta non è dunque la figlia del Vercesi, ma di un industriale di Intra che era fallito ed è stato costretto a cedere l’icona della figlia. La signorina rimase nella collezione Vercesi fino al 1926

La cosiddetta Giovinetta della Raccolta Vercesi, diventata ormai una gentile vecchina piena di ricordi, raccontava nel 1923 come nascesse quella tela. Lei, l’anonima volontaria modella, posò per il quadro famoso ed ebbe quindi occasione di sperimentare sul vivo, diciamo gli umori dell’artista nell’ultimo doloroso periodo. Il povero Ranzoni fece quel ritratto in un ameno giardino del primo bacino del nostro lago di Como, ospitato da amici. Chi posò era allora un’allegra giovinetta che a dir vero usò un’ammirabile pazienza. Perché il povero Ranzoni dava già segni di squilibrio, or dipingendo a scatti, or cantando la favorita arietta

‘La va in brumm – Sentada sui moll – Con giò i tendinn’

ora soffermandosi triste, accigliato, col pennello in aria e sempre bevendo innumerevoli tazze di caffè, di cui si teneva una forte riserva sul tavolino del giardino. Spesso buttava via pennelli e colori e diceva alla giovinetta: ‘Stellonzetta, andiamo in barconzelletta?’ E la giovinetta, felice, per così dire, di cavarsela per quel giorno, applaudiva di gran cuore. Così avvenne che passò la stagione e si rientrò in città: e siccome la giovinetta doveva seguire suo padre all’estero ove si recava per affari, fu combinato che il Ranzoni sarebbe venuto poi ad ultimare la mano. A Parigi si ricevette una lettera da famigliari dove si raccontava che il Ranzoni era stato in casa, commettendo un crescendo di stramberie impressionanti. Trovata in casa la sola cuoca che stava lavando il pavimento di cucina, prese una delle più belle poltrone del salotto e la depose proprio in mezzo all’acqua per sedervisi: poi, riportandola al suo posto, gironzolò per tutte le camere, adagiandosi per qualche minuto su ogni letto, colle scarpe inzuppate di acqua e sempre seguito dalla cuoca sgomenta. Finalmente se ne andò, lasciando detto che gli si scrivesse l’arrivo dei padroni. Ma purtroppo, quando lo si chiamò, mi pare un certo signor Pisani, scrisse che il povero Ranzoni era stato ritirato a Intra dalla famiglia non so se per mandarlo subito in manicomio. Ed il ritratto rimase colla mano incompiuta!

La punta di Pallanza, 1885, Collezione Privata

Il 23 Marzo 1885 il Ranzoni si fece ricoverare volontariamente, maniaco e abulico, nell’ospedale psichiatrico di Novara. Espose comunque a Brera un ritratto di due fanciulli. Come ricorda Carlo Dossi nell’Esposizione di Brera del 1885 questi ultimi, a parte l’ammirazione che ogni opera veramente d’arte ispira, hanno dato agli amici dell’egregio pittore, che sono molti, una grande consolazione, poiché loro annunciarono che Ranzoni, come un forte inebriato, si risvegliò dall’esaurimento nervoso, in cui per troppa tensione di fantasia nervosa era caduto, e potrà, continuando la splendida serie de’ suoi lavorim dare al paese nuove e sempre più poderose tele. L’augurio di Dossi si rivelò purtroppo impossibile.

La baronessa Antoinette St Léger in abito elegante a Brissago nel 1890

Tra il dicembre del 1885 e il febbraio del 1887 Ranzoni fu ospite di Antoinette de Saint-Léger, assieme al pittre Franzoni, sulle Isole di Brissago, nella parte svizzera del lago. L’eccentrica nobildonna di origine russa, che amava fregiarsi del titolo di baronessa acquisito con il terzo matrimonio, aveva trasformato l’isola di San Pancrazio in un lussureggiante giardino, pieno di specie orientali, arrivate in Italia dopo l’apertura dei porti giapponesi nel 1854. La baronessa, oltre a cisti, mirti e corbezzoli, mise a dimora kaki, banani, magnolie, eucalipti, agapanti e passiflore. Ranzoni dipinge opere originalissime, come Ascona vista dalle isole Saint-Léger e La baronessa di Saint-Léger sulla sedia a sdraio. Forse il momentaneo recupero fu per il fascino straordinario che la modella esercitava su tutti? O per l’interesse della compagnia che si raccoglieva intorno alla vulcanica Signora delle Isole?

Ritratto di Antonietta Tzikos di Saint-Léger, 1886-1887, Collezione Privata. Il quadro fu eseguito durante i tre mesi in cui Ranzoni fu ospite della baronessa sulle isole Saint-Léger. All’epoca del ritratto la donna aveva trent’anni, e, madre di due figli, era ancora sposata al secondo dei suoi sette mariti, l’irlandese Richard Fleming di Kingtown

Ascona vista dalle isole di Saint-Léger, 1886, Collezione Privata. Il paesaggio fu eseguito dal vero, ma probabilmente ultimato in studio, e risale al soggiorno del Ranzoni presso i Saint-Léger

La principessa di Saint-Léger sulla sedia a sdraio, acquarello su cartonicino, 1886, Milano, Galleria d’Arte Moderna

Dopo una breve sosta a Miazzina, ospite nella villa del pittore Camillo Rapetti, tornò a Intra dove fu accolto dai cugini Manrico e Delfina Tonazzi, gestori del Caffé del Verbano. Ranzoni eseguì due ritratti dei coniugi Tonazzi, testimoni di un’espressionismo ormai astratto. Manrico indossava nella fotografia la stessa giacchetta del dipinto. Delfina Lussetti, nata a Biganzolo nel 1867 e morta a Milano nel 1929 aveva ventun anni, quando accolse il Ranzoni, già gravemente depresso nella sua casa sopra il Caffè del Verbano. Manrico, che organizzava nel Caffé delle allegre feste, suonava il violoncello. Dalla loro unione nacquero due figli, Antonio, nel maggio del 1888 e Aldo, nel 1896. Tra gli ultimi disegni del Ranzoni è da ricordare il “Chichera”, un facchino della stazione di Intra, ritratto dal Ranzoni nel 1889.

Ritratto di Manrico Tonazzi, 1889, Venezia, Collezione Privata. Manrico, che non è da confondersi con l’avvocato Tonazzi di Intra, un committente del Ranzoni. Manrico era il secondo cugino dell’artista, per via della nonna paterna Lucia, e accudì Ranzoni fino alla sua morte

Ritratto della Signora Delfina Lussetti Tonazzi, 1889, Collezione Privata. Uno degli iultimi modernissimi ritratti in cui il Ranzoni anticipa addirittura un linguaggio novecentesco

Un inedito doppio ritratto fotografico dei coniugi Manrico e Delfina Lussetti Tonazzi nel 1888. Manrico, il cugino di Ranzoni, era figlio della zia paterna, Giuditta Ranzoni. Nato a Intra il 24 Settembre 1859 e morto a Milano il 12 Dicembre 1930, aveva sposato negli anni Ottanta la bella Delifina Lussetti. I coniugi, che ebbero due figli, erano i gestori del Caffè del Verbano e del Caffè dello Scalo all’Imbarcadero. Accolsero il Ranzoni già gravemente depresso prima della sua morte. La foto è stata gentilmente concessa da Pascal Tonazzi, il bisnipote di Manrico

Manrico Tonazzi intorno al 1910. Collezione Pascal Tonazzi

Delfina Lussetti Tonazzi, cugina di Daniele Ranzoni, in età matura, all’inizio del 1910. Collezione Pascal Tonazzi

Un bellissimo ritratto di gruppo della famiglia Lussetti Tonazzi. Da sinistra a destra, in piedi: Antonio Mario Tonazzi, Delfina Lussetti Tonazzi, Manrico Tonazzi, Ida Lussetti, Fedele Imo, Olimpia Lussetti in Imo, Giuseppe Rosmini, Elisa Lussetti in Rosmini. In prima fila da sinistra a destra: Aldo Tonazzi, Ada Imo, Maria Minocci vedova Lusetti, Ines Imo e Ugo Rosmini. Collezione Pascal Tonazzi

Una cartolina pubblicitaria degli esercizi commerciali gestiti da Manrico Tonazzi. Collezione Pascal Tonazzi

Un dettaglio della cartolina con il Bar Verbano sul lungolsgo, dove Ranzoni passò gli ultimi mesi della sua vita. Il Caffé del Verbano si trovava sul lungolago di fronte all’attuale Albergo Miralago. In questa casa, sopra al Caffé, morì Daniele Ranzoni. Collezione Pascal Tonazzi

Il Caffè dello Scalo vicino all’Imbarcadero. Collezione Pascal Tonazzi

Il Caffè dello Scalo all’Imbarcadero di Manrico Tonazzi è il piccolo edificio accostato alla struttura in ferro battuto, da una cartolina dell’inizio del Novecento

Ritratto del padre, 1889, Collezione Privata. Mai esposto né pubblicato il ritratto è sempre rimasto nella famiglia dell’artista ed era stato eseguito da una fotografia

Nel settembre del 1889, Carlo Bozzi, recatosi a Intra, scorse il Ranzoni nella scialba luce di Cavedio nel retrobottega di un caffé copiare una testa muliebre da una fotografia con gesti macchinali, con occhi senza sguardo, che neppure riconobbero il suo amico Conconi lì presente. Come ricordano Eugenio Gara e Filippo Piazzi negli ultimi giorni, quando la testa se n’era ormai definitivamente andata ed era così difficile ottenere che il misero Daniele si lasciasse pulire, radere, cambiare, era solo invocando il nome di lei che avveniva il miracolo: ‘Flora, è per Flora. Arriverà, vedi, arriva…’. Egli l’aspettava. Venne invece la morte. Come racconta il Boccardi una malinconica notte d’ottobre del’89, il lago era bianco sotto l’inverna sferzanteed il pittore più cupo che mai, il Tonazzi lo condusse a casa; stava male. Lo mise a letto e tre giorni dopo, il 29 di ottobre del’89, col sigaro tra le labbra e il volto aperto ad un sorriso indefinibile, Daniele Ranzoni era morto. Ma era finito da un pezzo. Ranzoni fu sepolto nel cimitero di Intra, accanto all’amico Giacomo Imperatori, che era scomparso nel 1888. L’amico Vittore Grubicy, che aveva inserito delle opere di Ranzoni nella sua Italian Exhibition di Londra del 1888, organizzò, tre mesi dopo la scomparsa, una grande retrospettiva alla Permanente di Milano. Segantini, invitato all’inaugurazione, gli rispose: hai fatto bene, così costui che moriva vivendo, morendo vive.

Paolo Troubetzkoy, Ritratto di Daniele Ranzoni, gesso, 1890, Collezione Privata

Un articolista anonimo, sulla testata intrese La Vedetta nell’edizione del 2 novembre 1889, gli dedicò un coccodrillo. È morto a 45 anni, nel pieno della virilità, quando avrebbe dovuto mietere maggior messe di allori nel difficile e glorioso campo dell’arte. Ma sgraziatamente da varii anni il lento e crudele malore che lo trasse anzi tempo alla tomba gli minava insidiosamente l’esistenza, offuscando lo splendore di quella intelligenza che aveva concepite e create tante e così egregie opere d’arte. Ed il Ranzoni fu davvero grande e vero artista. “I suoi acquarelli – scriveva un competentissimo critico milanese – varcheranno i tempi, e l’iride smagliante della sua tavolozza maritata ad un disegno purissimo lo rammenterà ai più lontani, e soggiungeva che dei suoi ritratti alcuni sono già celebri”. Ed in verità in tutte le sue opere e nei ritratti in ispecie non è mai smentito quel fare largo e magistrale, quella sprezzatura d’ogni convenzionalismo, quella mirabile soavità di tinte, di contorni e di sfumature ed infine quel senso delicatissimo di giusta modernità dietro cui si affaticano tanti e pure egregi artisti. Per unanime consenso degli intelligenti, Daniele Ranzoni fu il più felice, il più vero ed efficace prosecutore di quel Tranquillo Cremona di cui era anche l’amico prediletto: e vuolsi che egli per il primo avesse iniziato quella maniera di pittura, per la quale va celebre il noto capo-scuola lombardo. Il Ranzoni a queste elette doti di artista univa insieme un’indole mite ed affettuosa, uno spirito arguto e pronto, e quella vivace festosità di carattere che sembra congenita negli artisti. Le sue esequie celebratesi mercoledì a sera, ed a cui convenne numerosa ogni classe della cittadinanza, valsero a dimostrare quanta larga eredità di stima, di ammirazione e di affetti, abbia lasciato dietro a sé il povero Daniele. Al cimitero il signor Grubicy, redattore artistico di vari reputati periodici ed intelligente mecenate dell’arte, parlò dei meriti grandissimi, dei pregi indiscussi del nostro compianto concittadino deplorandone la perdita immatura. Col Grubicy erano pure giunti da Milano per le esequie del Ranzoni vari amici e colleghi d’arte: altri scusarono la propria assenza, ed oggi stesso giungevano da Milano lo scultore principe Paolo Troubetzkoy ed il pittore Longoni a portare sulla tomba del compianto nostro concittadino una colossale corona di fiori, a nome degli artisti milanesi. Tutti i giornali milanesi hanno parole di profondo e sentito rimpianto per la morte del Ranzoni, di cui riconoscono le elette doti di artista grande e potente, e di cui tutti ricordano ancora i trionfi artistici a Brera.

Ma che cosa accadde agli altri protagonisti di questa lunga storia?

Ada Winans morì nel 1917.

Il suo ex marito, il principe Pyot, si ritirò a Milan, in compagnia della sua amante Marianna Hahn. Ebbe un altro figlio nel 1886, che chiamò Pietro Troubetzloy Hahn e si spense a Menton il 18 Agosto 1892.

Paolo Troubetzkoy divenne un eccellente scultore. Per vedere i suoi gessi e approfondire la sua storia c’è un luogo speciale: il Museo del Paesaggio di Pallanza. Alla fine del secolo, quando l’accusa del padre di bigamia del padre fu dimenticata, fece ritorno in patria, per lavorare al monumento a cavallo dedicato ad Alessandro III. L’intellighenzia di sinistra lo definì un maiale per i porci, ma alla vedova imperatrice, Maria Fedorovna piacque moltissimo. Paolo visse a Pietroburgo per qualche anno, ma ritornò in Italia all’inizio della prima guerra mondiale. Nel 1912 acquistò a Suna una proprietà che battezzò Ca’ Bianca e vi si stabilì.

Il fratello Luigi che era diventato un ingegnere navale e industriale, si trasferì nella villa di Suna con Paolo, dopo la pensione. Il 24 marzo 1945 un incendio appiccato dai nazi-fascisti distrusse la casa. Andarono perduti i quadri e le belle opere d’arte che adornavano le stanze. Nell’inventario, redatto dal notaio nell’aprile del 1945, sono elencati, tra i tanti beni, alcune opere del Ranzoni: un disegno con il ritratto del principe Pietro, un acquarello dell’Isola Bella, due miniature su avorio, un olio intitolato Regate a vela, vari schizzi a penna (uno per il quadro Ciociari, per la costruzione di uno studio, di guerrieri romani e di cavalli). Anche il Ranzoni fu indirettamente colpito dalla follia della seconda guerra mondiale. Paolo morì a Pallanza il 12 Febbraio del 1939.

Pierre fu pittore e si dedicò soprattutto alla ritrattistica. Sposò la scrittrice americana Amelie Louise Rives nel 1896. Morì a Cobham, in Virginia nel 1936.

La baronessa Saint-Léger, che avrebbe pubblicato nel 1913 un diario sulle essenze coltivate a Brissago, si circondò di artisti e musicisti, scrittori e poeti, come Joyce e Rilke, finché si ritrovò sommersa dai debiti e fu costretta a vendere la proprietà al facoltoso mercante elvetico Max Edmen. Nel dopoguerra le Isole furono acquisite dal Canton Ticino e trasformate in un magnifico orto botanico.

Il parco di Villa Ada, un tempo rigoglioso di rarità vegetali e specie esotiche, rifugio di uccelli e scoiattoli, è oggi in restauro. Una parte della proprietà è stata trasformata in un complesso residenziale.

Galleria di opere di Daniele Ranzoni

Ritratto di giovinetta, 1867-68, Collezione Privata. Il dipinto risulta esposto a Intra da una foto d’epoca. La ragazza, forse dipinta da una fotografia, potrebbe essere Maria Ceretti, sorella di “Zia Tin”, che sposò il pittore Giovanni Petroli, fratello del fotografo amico del Ranzoni

Ritratto di Achille Tominetti, 1867-70, Milano, Collezione Privata. Tominetti (1848-1917), originario di Miazzina sopra Pallanza, era artista e agricoltore. Amico del Ranzoni da quando aveva studiato a Brera, nel 1877 lo sostituì come insegnante di pittura ai figli Troubetzkoy

Ritratto della Signora Giovanna Schlosser Schoenenberg, 1870, Collezione Privata. Il quadro era stato commissionato dalla moglie del capitano prussiano Carl Schoenenberg

Lo chalet di Villa Ada sul Lago Maggiore, 1870-71, Collezione Privata. Un’altra versione del celebre dipinto. Non datato né firmato proveniva dalla collezione di Pierre Troubetzkoy

I Pizzoni e il Sasso di Ferro visti da Villa Ada (Le montagne di Laveno), 1871, Collezione Privata. Il dipinto fu esposto a Brera nel 1871. Si tratta di una veduta dal vero resa con luminosità impressionistica. Era nella collezione di Ada Troubetzkoy e poi in quella del figlio Luigi

Ritratto di Luigi Villa, 1872-1873, Varese, Civico Museo di Arte Moderna e Contemporanea. Con il quadro successivo forma una coppia di ritratti dedicatio ai figli di Carlo Villa, ufficiale delle Regie Poste. Il Villa, che era amico di Cremona e di Ranzoni, aveva trasfornmato la sua palazzina di Porta Nuova in un accogliente ritrovo per artisti scapigliati

Ritratto di Maria Villa, 1872-1873, Varese, Civico Museo di Arte Moderna e Contemporanea

La villa del principe Dolgoronki a Belgirate, 1873-1874, Collezione Privata. Il Principe Dolgoronki era il marito di Olga, sorella di Pietro Troubetzkoy. Il quadro reca la scritta autografa di Luigi Troubetzkoy, a cui era stato donato dalla zia

Ritratto di Giuseppe Rovani, 1874, Milano, Galleria d’Arte Moderna

Ritratto femminile (La principessa Ada Troubetzkoy), 1874-75, acquarello su carta, Collezione Privata

I Curiosi (Al balcone), 1874-75, Collezione Privata. Questo olio, come il successivo Le curiose furono copiati dal Ranzoni da due sovrapporte di Cremona per la Villa Ponti a Varese, prima che venissero distrutte dal Cremona. Il “curioso” sulla destra è il ritratto del maestro Alfredo Catalani

Le curiose (Al balcone), 1874-75, Collezione Privata. L’olio è la versione femminile di I curiosi. La signora con il ventaglio sulla destra è identificabile con Ada Troubetzkoy

Ritratto di giovane donna, 1874-75, Collezione Privata

Camicetta azzurra, 1874-76, Collezione Privata. Il piccolo olio è uno studio per un ritratto più grande e dallo stesso titolo, attualmente disperso, identificato attraverso una fotografia. Potrebbe essere la sorella dell’antiquario Vercesi, ma ha anche affinità con la Signorina Confalonieri

Giovinetta bionda, 1874-76, Collezione Privata

Nudo femminile – Figura allegorica, 1875, Collezione Privata

Ritratto della Signora Franzosini col cane, 1875, Collezione Privata. L’olio su tela, commissionato al Ranzoni da Giovanni Battista Franzosini, non è finito. Esiste un disegno dello stesso soggetto, oggi disperso, che fu esposto a Intra nel 1911. L’opera è particolarmente interessante per osservare la tecnica di lavorazione pittorica del Ranzoni

Ritratto della Signora Elisa Pariani Boletti, 1875, Collezione Privata. Un raro ritratto di profilo nel corpus ranzoniani. L’opera fu commissionata dal Cavalier F. Pariani di Intra

Ritratto della cantante Ravené, 1875, Collezione Privata

Studio di nudo femminile 1875, Milano, Galleria d’Arte Moderna

Ritratto del Signor Uglietti, 1876, Collezione Privata. Il dipinto, commisionato da Pacifico Uglietti di Intra, ritrae un barcaiolo che Ranzoni conosceva fin dalla sua prima infanzia

Ritratto della Signora Uglietti, 1876, Collezione Privata

Ritratto di fanciulla con cappello a piume, 1876, Collezione Privata

Ritratto di bambino, 1877, Collezione Privata

Ritratto di Alessandro Orsenigo, 1876-77, Pallanza, Museo del Paesaggio. Il ritratto fu commissionato da Achille Orsenigo di Intra. Il protagonista, proprietario di una casa in cui il pittore aveva affitato una stanza, era fratello di Elia Orsenigo, amico dell’adolescenza di Ranzoni

Ritratto di Giuseppina Orsenigo, 1877, Collezione Privata

Ritratto della signorina Giuseppina Confalonieri, 1878, Collezione Privata. Ranzoni ricevette dal Professor Cesare Confalonieri di Milano una commissione per un olio di cui questo è il bozzetto

I tre amici, 1878-1879, Vicenza, Collezione Marzotto. Si tratta di un ritratto dei bambini Nevill: Ralph William Plantagenet e la sorella minore Mary Francis, assieme al loro setter irlandese

Bambina che gioca col gatto, 1878, Collezione Privata

Ritratto maschile, 1878, Collezione Privata

Barboncino, 1878-1879, Novara, Museo Giannoni. Ci sono due quadri dedicati al barboncino, questo e un’altro, quasi uguale, in Collezione Privata. Il quadro aveva dimensioni maggiori, infatti la tela e è stata tagliata. I dipinto, che abbonda nell’utilizzo del Rosso di garanza, si collega alle opere eseguite durante il periodo inglese

Ritratto di Bertha Chancy di Green End, moglie di Charles Greville Surteees, 1878-79, Collezione Privata. La signora era una lontana cugina di Lord Paget. Il dipinto ricalca il tradizionale genere britannico del ritratto alla Reynolds, ravvivato dalla ricca cromia ranzoniana

Ritratto di giovane donna inglese, 1878-79, Collezione Privata

Danzatrice in costume, 1879, acquarello su cartoncino pressato, Milano, Collezione Privata. Si tratta di un bozzetto per un dipinto a olio dello stesso soggetto esistente Collezione Privata romana, in precedenze nella collezione di Margherita Sarfatti, che ha però le mani non finite

La lettura, acquarello e tempera su carta, 1878-1880, Collezione Privata

Nudo femminile, acquarello su carta, 1880, Collezione Privata

Ritratto di donna, acquarello su carta, 1878-1880, Collezione Privata. Il dipinto potrebbe risalire agli anni del soggiorno inglese di Ranzoni o al periodo successivo

Ritratto della Signora Luvoni, 1880, Collezione Privata

Ritratto di giovane donna, 1880, Collezione Privata

Ritratto di signora con guanto bianco, 1882, Collezione Privata. Se si accetta la veridicità della data, il quadro fu commissionato o ultimato dopo il ritorno del Ranzoni in Italia e portato successivamente in Inghilterra. La signora assomiglia alle fotografie di Lady Nevill

Ritratto della Contessa Arrivabene, 1880, Milano, Galleria d’Arte Moderna

Ritratto del Signor Giovanni Franzi, 1880-84, Milano, Collezione Privata

Ritratto delle sorelle Vercesi, pastello acquarellato toccato a guazzo, 1882, Collezione Privata. Le ragazze nel ritratto erano le figlie dell’antiquario Pasquale Vercesi

Paesaggio del Lago Maggiore: le isole viste da Baveno, 1880-84, Collezione Privata. Il quadro è una veduta dipinta dal vero presa sopra la stazione di Baveno

Intra vista dal Lago, 1884, Milano, Collezione Privata

Ritratto femminile, 1884-89, Collezione Privata. Fu esposto alla mostra postuma del 189o. Grubicy riferisce che potrebbe trattarsi di una “impressione d’una testina di donna donata da Ranzoni a Tranquillo Cremona che la teneva cara”, ma l’affermazione è bislacca. Cremona morì infatti nel 1878, mentre per lo stile magro ed astratto l’opera è da collocarsi nell’ultimo periodo

Ritratto del bambino William Morisetti (Willy), 1885, Collezione Privata

Ritratto della Signora Spinelli Ambrosini, 1885, Collezione Privata

Ritratto grigio e rosa, 1886, Roma, Collezione Privata. Il dipinto si può collegare al periodo trascorso dal Ranzoni sulle Isole Saint-Léger

Ritratto di fanciulla col cappello di paglia, 1886, Collezione Privata. Commissionato da Margherita Tacchini, l’olio, incompiuto, è il ritratto della figlia Giulia ed è noto anche come Il Coniglio o Bambina con cappello. La fanciulla, nata nel 1879, aveva allora sette anni

Ritratto del bambino Riccardo Borioli, 1887, Pallanza, Museo del Paesaggio

Ritratto di donna, 1888, Intra, Banca Popolare. L’opera è passata presso la Galleria Pesaro e reca sul retro due autentiche di Annetta Ranzoni. La ragazza potrebbe essere una parente dell’artista

Ritratto della principessa Margherita di Savoia, 1869-70, Pallanza, Museo del Paesaggio. Non è certa l’identità della donna, ma il quadro, nel lascito di Silvio della Valle di Casanova alla sala Storica di Intra, era descritto come Ritratto di Margherita di Savoia

Giovinetta alla finestra o giovane donna al balcone, olio su cartone, s.d., Collezione Privata

ll cappello di paglia, s.d., Milano, Enrico Gallerie d’Arte

Ritratto di bambino, s.d., Collezione Privata

Ritratto di bambino, s.d., Lucca, Galleria Daniele Squaglia

Giovane donna al cucito, acquarello su carta, s.d., Collezione Privata

In apertura: Daniele Ranzoni (Intra, 3 Dicembre 1843 – 29 Ottobre 1889), Veduta del Lago Maggiore dalla Villa Ada Troubetzkoy, 1872-1874, Milano, Galleria d’Arte Moderna.

Si ringrazia il Signor Pascal Tonazzi che ha gentilmente inviato le foto della sua collezione personale dei cugini di Ranzoni, Manrico Tonazzi e Delfina Lussetti, le immagini dei bar del Signor Tonazzi e le immagini della famiglia Lussetti Tonazzi al completo.

Scarica il pdf dell’articolo qui: Ritratto di un artista scapigliato. Daniele Ranzoni e gli anni felici di Ghiffa

Bibliografia: G. Borelli, Daniele Ranzoni, Milano, Alfieri e Lacroix, 1911; U. Ojetti, Ritratti d’artisti italiani: Daniele Ranzoni, Milano, Treves, 1911; Cronache milanesi: Ranzoni, in “Emporium”, Vol. LVII, n. 338, Milano, Afieri e Lacroix, 1923; C. Carrà, Daniele Ranzoni, Roma, 1924; M. Sarfatti, Daniele Ranzoni, Roma, Reale Accademia d’Italia, 1935; E. Gara e F. Paolizzi, Serata all’osteria della Scapigliatura, Milano, Bietti, 1945; S. Pagani, La pittura lombarda della Scapigliatura, Milano, 1955; Enzo Azzoni, La fotografia sul Lago Maggiore, Pallanza, Montefibre, 1980; A.A.V.V., “Verbanus”, n. 9, Intra, Alberti Editore per la Società dei Verbanisti, 1988; R. Calzini, Milano fine Ottocento, Bologna, Massimiliano Boni Editore, 1991; A.P. Quinsac e N. Colombo, Daniele Ranzoni 1843-1889, Milano, Mazzotta, 1989; C. Dossi, Opere, Milano, Adelphi, 1995; A.P. Quinsac, Daniele Ranzoni, Milano, Skirà, 1997; A.A.V.V., a cura di M. Chiodetti, La Scapigliatura milanese, Varese 2001; M. Isnenghi, Villa Ada rifugio d’artisti, in A.A.V.V., a cura di R. Cordani, Milano verso il Sempione, Milano, Celip, 2006.

Link: Il Museo del Paesaggio ha tre sedi. Le sezioni dedicate a pittura, scultura, architettura sono esposte a Palazzo Viani Dugnani, in via Ruga 44 a Verbania Pallanza, telefono 0323 556621. Per informazioni consultare il sito internet: http://www.museodelpaesaggio.it
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Pinacoteca

on 22 genamWed, 04 Jan 2012 11:09:55 +000032012 2011 at 9.41 Lascia un commento
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A Baveno, culla del migliarolo

Passando da Baveno, ove fuor della Chiesa certamente delle più antiche di quei contorni leggesi una romana iscrizione dedicata all’Imperatore To. Claudio si giunge al torrente, che porta il nome di fiume, su cui fu da tre lustri circa costrutto questo magnifico ponte. Li cinque eleganti archi, che lo compongoni, sono di un granito bianco a vene rosse, e difendono la nuova strada dai sassi, che dal sovraposto monte vi rotolano sovente dall’impeto delle acque trasportativi. Il naturalista costeggiando il fiume potrà salire il monte formato dal scisto micaceo, ossia gneiss, ove rinverrà una torba avente secondo le osservazioni del chiarissimo Amoretti un buon piede d’altezza, composta non solo d’erbe palustri, ma di legni ancora di larice, e coperta da un angusto strato di rottami di granito e di scisto. Ivi veggonsi i bei prati, nei quali numerose mandre di vacche passano tutta l’estate.

Ernesto Rayper (Genova, 1840 – Stella di Gameragna, Savona 1873), Paesaggio a Baveno, 1867, Genova, Accademia Ligustica di Belle Arti

Il curioso viaggiatore poi non perderà vanamente tempo, se per la strada sufficientemente cavalcabile ascenderà la vetta del Pizzo Marone, da dove stando quasi su d’un perno veggonsi al mezzodì la maggior parte del Verbano da Luvino a Ispra, e Sesto Calende, i laghi di Varese e di Biandrono, ed una vastissima pianura dell’Olona, e dell’Agogna; a sinistra l’ampio bacino dalle Isole, le Comuni d’Intra, Pallanza e Suna. Il lago colla riviera d’Orta a destra, le vallate dell’Ossola al nord col corso del maestoso fiume Toce sino al suo sbocco nel Verbano. Fra li particolari lavori antichi e moderni, che abbiamo del granito di Baveno detto fra noi migliarolo, contansi le due colonne di un pezzo solo presso la porta maggiore nell’interno della Metropolitana di Milano, le quali hanno quattro piedi di diametro, e quaranta d’altezza; quelle della Collegiata di San Fedele, non che le altre che veggonsi nel prospetto del ducale Palazzo Serbelloni, del pulvinare, e di molti altri celebri edifici di questa Capitale.

Pompeo Calvi (Milano 1806-1884), Interno del Duomo di Milano, Milano, Gallerie d’Italia, Collezione Fondazione Cariplo. Il granito di Baveno, conosciuto anche con il nome di “migliarolo” fu utilizzato nel Duomo per le colonne del portale interno

In Tre fiume finalmente, luogo poco distante dal ponte, si hanno i vivai delle trotte, che in gran copia pescansi nella vicina foce della Tosa, e si trovano dei bei cristalli di Rocca e di feldspato bianco e carneo, e della laumonite ossia zeolite fatiscente. Fra i cristalli quadrangolari di feldspato veggonsi dei quarzosi esagoni, e su di essi e fra essi miransi indizj di belle cristallizzazioni metalliche. Fu benanche scoperta da poco tempo nel letto del fiume alla distanza d’un miglio della sua foce una ricca miniera di rame, di cui si hanno più filoni, ed altri filoni per vi sono d’altre metalliche sostanza segnatamente di piombo argentifero.

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Da: Friedrich e Carolina Lose, Viaggio pittorico e storico ai tre laghi Maggiore, di Lugano e Como, Milano 1818, Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
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Racconti di viaggio

on 22 marpmTue, 27 Mar 2012 20:27:05 +0000862012 2011 at 9.41 Lascia un commento
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Il costume vigezzino della siora Peppa de Craveggia

La “Peppa” ha un corpetto di velluto blu stretto in vita da una cintura in tessuto d’oro. La blusa è decorata sul davanti e le maniche mostrano galloni dorati, come i bordi del cappello in feltro che protegge la nuca dal sole, sopra un foulard di damasco, annodato dietro sul collo, detto panét. I cappelli sono importati dalla Francia e dalla Germania, dove gli uomini emigrano per lavorare, ma in estate vengono sostituiti da leggeri copricapi in paglia. La Siora Peppa de Craveggia è stata incisa da Antonio Maria Stagnon, un artista ossolano nato a Mondelli, un piccolo paese della Valle Anzasca il 2 Luglio 1751. Il padre Pietro Antonio, titolare di una bottega a Torino, dopo avergli insegnato l’arte dell’incisione dei sigilli lo mandò a Parigi per approfondire gli studi. Tornato in patria nel 1772 lo Stagnon ricevette, nel 1774, il titolo di Regio Incisore di Sigilli sotto il Re di Sardegna. Nel 1780 pubblicò il Récueil Général des modes d’ habillements des femmes des Etats de Sa Majesté le Roi de Sardaigne, preziosissimo volume con quarantatre tavole dedicato a Adelaide Clotilde di Francia, Principessa di Piemonte dal 1775, in occasione del matrimonio con il futuro Re Carlo Emanuele IV. Una copia di questa rarissima opera è conservata presso l’Archivio Storico della città di Torino. Lo Stagnon dedicò ai costumi ossolani cinque tavole ricche di dettagli, una testimonianza unica per gli studiosi di etnografia e gli appassionati di folclore.

Francesco (Ghilin) Giorgis (1828-1904), Ritratto della nonna della moglie, Collezione Privata. Oltre al foulard di seta damascata, al grembiule azzurro e alla cintura dorata, la nonna ritratta dal Giorgis indossa anche uno scialle di lana rosso. Il vestito di cotone scuro è impreziosito dai bottoni dorati, come d’oro sono gli importanti orecchini tondi e il crocifisso sul petto

Paolo Norsa in Invito alla Valle Vigezzo traccia una storia del costume vigezzino. Fino al Seicento, era costituito da calzoncini corti larghi, innestati ad un corsetto marrone o nero, ricoperti talvolta posteriormente da una mantelletta nera, che scendeva fino alla piegatura del ginocchio. In testa portavano cappelli di felpa (tessuto di seta con pelo più lungo del velluto) a cilindro; talvolta anche di paglia, a tese larghe, con bordatura in oro. Verso la fine di quel secolo, il cilindro di felpa venne sostituito da un fazzoletto di damasco, annodato dietro la nuca. Le ragazze ne lasciavano scendere le cocche sulla spalla destra. Col secolo XVII le donne ebbero a portare una giubba (pettorina) unita alla gonna, la quale arrivava alle caviglie ed era allacciata sul davanti da nastri di seta o cordoncini dorati. Il soprabito era chiuso sul davanti da un merletto. Il grembiale era perlopiù nero per le donne, a fiori per le ragazze. Le scarpe basse, gallonate d’oro e d’argento; le calze di seta nera o marrone; bianche per le spose. Le contadine portavano veste e sottoveste da lavoro, un piccolo drappo sulla schiena; al collo un fazzoletto di seta cruda, mista a cotone. Completavano l’abbigliamento collane di granato. Le spose avevano collane d’oro (normalmente di basso titolo: dorini) o d’argento, regalate dal fidanzato, e croci piatte coi simboli della Passione incisi sulla superficie.

Contadini di Craveggia. Un esemplare di una serie di immagini scattate nell’agosto del 1934 da Emilio Sommariva, Milano, Fondo Sommariva, Biblioteca Nazionale Braidense. Le donne indossano il foulard per coprire i capelli dallo sporco e dalla polvere

Il grembiule viene sollevato per evitare che si macchi sfiorando il terreno. Il contadino indossa il cappello di feltro, una camicia bianca, pantaloni di fustagno retti da bretelle

In questo scatto le due donne in primo piano sono prive di foulard, ma quella sullo sfondo indossa un cappello di paglia per proteggersi dal sole

In alcune belle immagini scattate dal fotografo lodigiano Emilio Sommariva (Lodi, 1883 – Milano, 1905) la cui sterminata collezione è stata comprata nel 1979 dalla Biblioteca Nazionale Braidense, si possono osservare gli abiti delle contadine vigezzine impegnate nella raccolta delle cipolle. Quando portava la gerla, l’alpigiana si copriva con il patach o patùn, una sorta di giaccona senza maniche e ai piedi i pedui, pantofole di stoffa trapuntate a mano. Oltre a quello d’uso quotidiano in cotone, semplice ed elegante nella sua modestia, alcune donne possedevano anche un vestito più elegante, che si differenziava per l’utlizzo di tessuti pregiati, come la seta di damasco per l’abito e per il grembiule, mentre la camicetta era bordata con pizzo valenciennes. L’abbigliamento era confezionato a mano durante le lunghe serate invernali. La stoffa veniva acquistata al mercato locale o importata dai mariti, spesso spazzacamini, peltrai o venditori ambulanti, che rientravano dall’estero.

Graziose vigezzine nel loro migliore costume in una cartolina degli anni Trenta. Gli abbondanti colletti sono di pizzo valenciennes e le camicette sono ricamte in punto smock

Le occasioni per sfoggiare il vestii d’la festa, che solitamente era stato ricevuto in eredità dalla nonna, erano la messa domenicale, i matrimoni, i battesimi, le comunioni e i funerali. In queste feste di paese le donne gareggiavano in venustà. Gli uomini portavano la camicia di tela bianca con un fazzoletto al collo e sopra un tricoté di lana di pecora, filettato in verde o in rosso, pantaloni di fustagno o velluto marroni, neri o verdi, con una fascia rossa o blu attorno alla vita. Ai piedi calze di lana bianca o colorata, scarponi chiodati e gli straüs, ghette di stoffa bianca quadrettata o scozzese. Sulla testa un cappello di feltro impermeabile marrone o nero, il capel ad l’acqua, impreziosito da un cordoncino rosso intorno alla calotta. Il “vestito buono” che si tirava fuori dall’armadio per cerimonie importanti, prevedeva la marsina, giacca nera con accenno di code e la vita segnata dietro da due bottoni di seta nera.

Come recita la didascalia di questa cartolina colorata degli anni Trenta “leggiadre spose che il monte attende”. Si tratta di un’allegra interpretazione del costume vigezzino in cinque versioni. Appare improbabile che le “spose” lavorassero la terra abbigliate con il loro abito migliore

In apertura la Siora Peppa de Craveggia da Antonio Maria Stagnon, Récueil Général des modes d’ habillements des femmes des Etats de Sa Majesté le Roi de Sardaigne, 1780.

Per scaricare il pdf dell’articolo clicca qui: Il costume vigezzino della siora Peppa de Craveggia

A Santa Maria Maggiore, nella Casa delle Associazioni è stata allestita la stanza del costume vigezzino, in cui si possono osservare abiti originali, oltre ad antiche fotografie, scattate dal Gruppo Folcloristico della Val Vigezzo, nato nel 1922 per iniziativa dei fratelli Alfredo ed Erina Belcastro. Un angolo è dedicato al vigezzino Giovanni Maria Farina, l’inventore dell’acqua di Colonia. Il piccolo museo in Piazza Risorgimento 7 (telefono 329-6505494 oppure 0324 9509) è aperto nei mesi di luglio e agosto, tutti i giorni dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00.

Bibliografia: A.A.V.V., Invito alla Valle Vigezzo, a cura di Paolo Norsa, Domodossola, Dante Giovannacci Editore, 1970: Caterina Bensi Chiovenda, Storia dei Costumi, in Terra d’Ossola, Domodossola, Lion’s Club, 1995.
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Costumi

on 22 marpmFri, 02 Mar 2012 13:24:55 +0000612012 2011 at 9.41 Commenti (2)
Tags: a mano, abito della festa, Acqua di Colonia, Acquisto, Adelaide Clotilde di Francia, Alfredo Belcastro, Antonio Maria Stagnon, archivio iconografico, Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Archivio Storico, argento, Art, battesimo, Biblioteca Nazionale Braidense, blu, blusa, bottoni di seta, calotta, calze, cappello, cappello di feltro, cappello di paglia, Carlo Emanuele IV, Ceppomorelli, cintura, cipolla, code, collana, Colleggiata di Santa Maria, comunione, contadina, contadino, cordoncino, corpetto, corsetto, costume tipico, Costume Vigezzino, cotone, Craveggia, crocifisso, damasco, decorata, dorini, Druogno, Emigrazione, Emilio Sommariva, eredità, Erina Belcastro, etnografia, fascia blu, fascia rossa, fazzoletto, feltro, fibbia, fibbia d’argento, fibbia d’oro, Fidanzato, Folclore, Folk, Fondo Sommariva, foulard, Francesco (Ghilin) Giorgis, Francia, funerale, fustagno, gallone, galloni, gerla, Germania, ghette, Giovanni Maria Farina, granata, granato, grembiule, Gruppo Folcloristico della Val Vigezzo, History, il capel ad l’acqua, impermeabile, incisioni, inverno, Italy, Lake Maggiore, lana, mantelletta, Marco Casali, marrone, marsina, matrimonio, mercato, messa domenicale, Milano, Mondelli, nastro di seta, nonna, Nothern Italy, nozze, orecchini, oro, Painting, panét, pantofole, Paola Vozza, Parigi, patach, patùn, pecora, pedui, peltrai, photo editor, Photography, Piedmont, pizzo, Principessa di Piemonte, punto smock, Récueil Général des modes d’ habillements des femmes des Etats de Sa Majesté le Roi de Sardaigne, Re, Retro, ricamata, ricamo, rosso, Santa Maria Maggiore, scarpe, scarponi chiodati, scialle, sera, seta, seta damascata, Settecento, sfragistica, Sigilli, Siora Peppa, spazzacamini, sposa, Stanza del Costume Vigezzino, stoffa, straüs, tavole, Torino, tricoté, uomini, Val d’Ossola, Val Vigezzo, valenciennes, Valle Anzasca, velluto, venditori ambulanti, Verbano Cusio Ossola, verde, vestii d’la festa, vestito buono, vestito della festa, vestito per tutti i giorni, Vigezzini, Vigezzino, Villas, Vintage
Gli acquarelli di Bognanco

La signorina batteva tutto il giorno. Tic-tac-tic-tac-tic-tac-tic-tac… Per fortuna che per fare le copie dei documenti c’era la carta carbone! Quando l’hanno eliminata dalla facciata del palazzo di Piazza Duomo a Milano, non pochi cittadini si rattristarono. Per anni quella segretaria di profilo, sempre operosa e indaffarata alla macchina da scrivere, era lì. Piaceva tanto ai bambini, che amavano guardare la manine che si muovevano rimicamente sui tasti. Quel simbolo di modernità era la riuscitissima pubblicità della Kores, la ditta austriaca fondata nel 1887 da Wilhelm Koreska, specializzata nella vendita di carta copiativa, un fondamentale e sporchevole prodotto di cancelleria, ormai in disuso. Tra gli omaggi che Kores regalò ai suoi clienti, ci fu una serie di cartoline su Bognanco e le sue terme, firmate da Aldo Raimondi, acquarellista di fama nazionale, specializzato in paesaggi e città.

Il campanile della Chiesa di San Lorenzo

Ponte romano in Val Bognanco

L’ingresso alle Terme

Il Padiglione San Lorenzo con il ponte sul fiume Bogna

La scritta sul retro delle cartoline omaggio

La signorina della Kores in piazza del Duomo a Milano

In apertura: vista di Bognanco in un acquarello di Aldo Raimondi.
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Pinacoteca

on 22 febpmThu, 02 Feb 2012 13:34:09 +0000322012 2011 at 9.41 Commenti (2)
Tags: Acquarello, Aldo Raimondi, Anni Sessanta, Art, Bogna, Bognanco, campanile, Cancelleria, Carta Carbone, Carta Copiativa, Cartoline, CC, chiesa di san lorenzo, Copia Carbone, History, Holiday, Illuminazione, Ingresso alle Terme, Italy, Journey, Kores, Lake Maggiore, Luci, Macchina da scrivere, Macchina per scrivere, Nothern Italy, Obsoleta, Omaggio, Ossola Valley, Padiglione San Lorenzo, paesaggi, Painting, Past, Photography, piazza del duomo, piazza del duomo a milano, Piedmont, Ponte, Ponte romano, Postcard, Retro, San Lorenzo, Spa, Tecnologia, Terme, Torrente, Traditional, Ufficio, Villas, Vintage, Watercolour
Mariuccia e Bruno al Lago in “Gli uomini, che mascalzoni…”

Il Lago Maggiore compare brevemente in Gli uomini, che mascalzoni…, uno dei film italiani più belli degli anni Trenta, diretto nel 1932 da Mario Camerini con la sceneggiatura di Mario Soldati. La pellicola è una commedia sentimentale girata prevalentemente in esterni: un inno al progresso, al movimento e alla comunicazione. Si susseguono velocemente nei fotogrammi manifesti e affissioni, insegne pubblicitarie di latta, macchine irrigatrici e financo una curioso spruzzaprofumo! Ricordava Canmerini che Vittorio De Sica, il protagonista del film, era talmente magro che, poveretto, ha fatto tutto il film con la bambagia in bocca, per sembrare un po’ più grasso!

Lo spruzza profumo a moneta alla Fiera del Levante di Milano

È la prima volta che vediamo Milano sullo schermo. Ebbene, chi poteva supporre che fosse tanto fotogenica? Camerini ha saputo cogliere con una finezza estrema certi inconfondibili momenti del volto e del movimento di Milano ed è riuscito a darcene, senza sforzo, il colore tutto lombardo, l’operosa vitalità, scriveva il critico Filippo Sacchi sul “Corriere della Sera”. Nelle sequenza si riconoscono la rocca di Angera, l’isola dei Pescatori, il lungolago di Pallanza con il monumento a Cadorna, il ponte di ferro sul Ticino a Sesto Calende. La storia inizia quando Bruno (Vittorio De Sica) incrocia Mariucca (Lia Franca) in una mattina estiva a Milano e la insegue con la bicicletta. I due giovani si innamorano e Bruno, che di lavoro fa il meccanico, per far colpo sulla ragazza sottrae l’auto del padrone e invita Mariuccia a fare una gita ai laghi. Si fermano all’Hotel Meina, che nel film è ribattezzato Trattoria della vedova Musso, per un aperitivo. Sullo sfondo della scena si intravedono alcuni uomini impegnati in una partita di bocce. Dall’interno risuonano le note di Parlami d’amore Mariù, la canzone di Cesare Andrea Bixio che diventerà famosa grazie al film. Bruno e Mariuccia entrano nel sala e si concedono un romantico ballo. L’idillio è improvvisamente disturbato dall’arrivo della moglie del padrone che sorpresa di trovare Brun in quel luogo gli impone di riaccompagnarla a Milano. Mariuccia resta al ristorante in attesa di Bruno, ma lui non torna a prenderla perché resta coinvolto in un incidente. Seguono altre peripezie e schermaglie, fino al prevedibile lieto fine.

Il titolo di testa di “Gli uomini, che mascalzoni…”

Bruno ha sottratto un auto dal garage in cui lavora e con una sorpresa porta Mariuccia a fare una gita “ai laghi”. Percorre la strada del Sempione fino ad Arona

La Rocca di Angera vista dalla sponda piemontese del Lago Maggiore

I due prendono il traghetto per visitare i luoghi più famosi del Lago

L’Isola dei Pescatori e l’isolino

La cortina di case e portici e all’Isola dei Pescatori

Vista di Pallanza. A sinistra l’Albergo San Gottardo

Un scorcio di Arona

La gita prosegue verso Meina

Giunti a destinazione. Sulla sinistra l’imbarcadero di Meina

L’Hotel Meina è stato rinominato “Trattoria della Vedova Musso”

I due innamorati si fermano nel giardino dell’Albergo. Sullo sfondo la Rocca di Angera e degli ospiti impegnati al gioco delle bocce

Accolti nella trattoria Bruno e Mariuccia bevono un bicchiere di vino all’ombra

Attratti dalle note di Parlami d’amore Mariù entrano nella sala dove un’altra coppia sta danzando

Bruno canticchia il motivo della canzone, mentre balla con Mariuccia

Sopreso dalla padrona, Bruno è costretto a tornare in città e ad abbandonare Mariuccia

Sulla strada per Sesto Calende la pubblicità delle sementi Ingegnoli, originaria del paese

L’imbocco del “punt da féer” di Sesto Calende

Mariuccia aspetta alla Trattoria di Meina il ritorno di Bruno

La vedova Musso di Meina consola Mariuccia in lacrime

Il titolo di coda di “Gli uomini, che mascalzoni…”

Per cliccare il film basta cliccare qui Gli uomini, che mascalzoni… La gita al Lago Maggiore inizia al minuto 0.12

In apertura: i protagonisti in viaggio verso il Lago Maggiore

Si ringrazia Laura Pagani per aver suggerito l’argomento dell’articolo
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Bobine e Pellicole

on 22 genamSun, 29 Jan 2012 10:43:29 +0000282012 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: 1932, Anni Trenta, Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Arona, Art, Ballo, cesare andrea bixio, che mascalzoni…, Cines, Commedia sentimentale, comunicazione, Corriere della Sera, esterni, Fiera Campionaria, Fiera del Levante, Gli uomini, History, Hotel Meina, Ingegnoli, Isola dei Pescatori, Italy, Lago Maggiore, Lake Maggiore, Lia Franca, lungolago, Marco Casali, Mario Camerini, Mario Soldati, Milano, Monumento a Cadorna, Movie, movimento, Neorealism, Nothern Italy, Novecento, Painting, Pallanza, Paola Vozza, Parlami d’amore Mariù, photo editor, Photography, Piedmont, Pittaluga, ponte di ferro, progresso, Retro, Rocca di Angera, Romantica, sceneggiatura, Sempione, sesto calende, Strada del Sempione, Ticino, Trattoria della Vedova Musso, Verbano, Verbano Cusio Ossola, Villas, Vintage, vittorio de sica, Vittoro
Quel piccolo mondo antico dell’Isola Bella

Dopo i due anni trascorsi a Corconio (Gli anni di Corconio), Mario Soldati tornò spesso sul Lago Maggiore. Nel 1941 gli fu commissionata la regia di Piccolo Mondo Antico, dal romanzo di Antonio Fogazzaro. Il film fu sceneggiato dallo stesso Soldati, da Mario Bonfantini, il giovane architetto Alberto Lattuada, Emilio Cecchi e Filippo Sacchi. Nel 1939 era scoppiata la seconda guerra mondiale, ma l’Italia per parecchi mesi rimase fuori. Come ricorda Soldati nel gennaio del ’40 si era costituita a Milano una nuova casa di produzione cinematografica. Era un gruppo di giovani e giovanissimi: qualcuno pieno di soldi, qualcuno pieno d’ingegno, tutti pieni di entusiasmo e tutti milanesi. … Carlo Ponti, non ancora trentenne, e sebbene completamente inesperto di cinema … si andva dimostrando il più vivo e il più intelligente tra tutti i compari. A mio giudizio, poi, era anche il più giusto di idee e di sentimenti, l’unico che, con me, non avesse il minimo dubbio sulle sorti del conflitto mondiale. Ponti fu subito d’accordo con me sulla scelta del soggetto, e i suoi amici milamesi tosto lo seguirono. L’idea di un film in costume tratto da Piccolo mondo antico gli era stato suggerita dalla sorella Laura Isnenghi Ponti che aveva letto il romanzo di Fogazzaro mentre era in dolce attesa del primogenito.

Soldati, Bonfantini e Lattuada lavorano alla sceneggiatura di Piccolo mondo antico nella villa di Emilio Pini a Volesio, vicino a Tremezzo, sul Lago di Como. Foto di Federico Patellani, Milano, Fondazione Cineteca Italiana

Soldati, che non aveva mai letto il libro, lo finì in una sola notte e all’alba, commosso e felice, fu sicuro di non aver sbagliato. Alla mattina mandò un telegramma a Novara, diretto a Mario Bonfantini, con la proposta di collaborare alla sceneggiatura. La trama è nota. In Lombardia, negli anni tra il 1848 e il 1859, Franco Maironi sposa, contro il volere della marchesa sua nonna, Luisa Rigey, orfana di padre e nipote di un imperial regio ingegnere, lo zio Piero. Nasce una bimba, Ombretta, ma la nonna disereda Franco e riesce anche ad ottenere il licenziamento dello zio, unico sostegno della famigliola. Questa cade in miseria e Franco lascia Oria, sul lago di Lugano, per Torino, dove trova lavoro. Un giorno, mentre Luisa è uscita per affrontare la marchesa, denunciando l’esistenza di un testamento a favore di Franco, Ombretta annega nel lago. Luisa, razionalista, si chiude nel suo dolore; ma Franco, credente, si rassegna e i due non s’intendono più. Intanto la vecchia marchesa, divorata dal rimorso, restituisce al nipote il patrimonio di cui è l’erede legittimo. Finalmente, prima della partenza di Franco per la guerra d’indipendenza, Luisa si riconcilia con il marito (da Filippo Sacchi, “Corriere della Sera”, 13 Aprile 1941).

Soldati, Lattuada e Bonfantini a Volesio, mentre lavorano alla sceneggiatura deil film. Foto di Federico Patellani, Milano, Fondazione Cineteca Italiana

La sceneggiatura fu redatta nella villa di Emilio Pini a Volesio, vicino a Tremezzo, sul Lago di Como, che Carlo Ponti aveva scelto come ritiro durante il lavoro. I veri, assidui, sempre presenti e sempre attivi scenaggiatori fummo in realtà soltanto tre: Bonfantini, Lattuada e io. Sacchi venne su da Milano tre o quattro volte in tutto. Cecchi rivide poi e corresse a Roma il testo finito. I giorni di Volesio, quasi due mesi, furono di gran lunga il più bel periodo che ho passato lavorando a una sceneggiatura. La mattina, di solito discutevamo via via le scalette, le scene, i dialoghi all’ombra di un grande faggio, intorno a due tavoli ingombri di carte. Ogni tanto interrompevamo la discussione, Lattuada e io ci alternavamo alla macchina da scrivere, mentre Bonfantini dettava, passeggiando su e giù professoralmente sul prato. Il pomeriggio, invece, ciascuno di noi tre, chiuso nella propria camera, lavorava per conto suo a una scena diversa, o magari a diverse versioni della stessa scena.

La trascrizione della sceneggiatura di Piccolo mondo antico sulla macchina da scrivere. Foto di Federico Patellani, Milano, Fondazione Cineteca Italiana

Verso l’ora del tramonto, infine, ci ritrovavamo nella grande sala terrena, davanti al caminetto acceso, per il tè. Faceva ancora freddo. Come di solito sui nostri laghi a giugno, quasi ogni giorno nelle prime ore del pomeriggio, scoppiava un furioso temporale, con lampi, tuoni, anche grandine. Nel tepore del caminetto, ciascuno di noi leggeva ad alta voce ciò che aveva scritto. Discussioni di nuovo, talvolta tranquille, più frequentemente aspre, sarcastiche, e ghigni, e urla. Un gong finalmente ci chiamava, chiamandoci e riconciliandoci attorno alla mensa, che Mary Bonfantini e Anna Paglia, l’amica di Ponti, avevano preparato. E molte volte arrivava a tempo da Milano anche Carlo Ponti: partito da Roma la sera precedente col letto, portava le ultime notizie, tutte le informazioni più segrete, tutti i “si dice” che circolavano nella capitale, tutti gli incoraggiamenti di cui avevamo crescente bisogno in un momento come quello, quando le notizie ufficiali erano quotidianamente disastrose per l’Inghilterra, rimasta prestissimo sola a combattere.

Soldati sul set di Piccolo Mondo Antico

La Valli, raccontava Soldati, “andava ovviamente benissimo, era una cavalla purosangue piena di vento di felicità“. Massimo Serato “era molto bello e non faceva niente di sbagliato, anzi, aveva la furbizia di non fare proprio niente“. La bambina, Mariù Pascoli, “sia io sia Lattuada, che era il mio aiuto, speravamo veramente che morisse, mentre giravamo il film. Era smorfiosissima e sarebbe una delle cose che, dovessi mai rifare il film, cambierei volentieri. Capirà, avrebbe dovuto avere tre anni, e per mia debolezza ho preso la Mariù che ne aveva sei e che faceva tutti i versetti da piccina. Terribile“. Gli esterni dell’ultima scena sono girati all’Isola Bella e gli interni all’Hotel Delfino, dove, nel febbraio del 1859, si ritrovano Luisa (Alida Valli) e Franco (Massimo Serato), quattro anni dopo la tragica morte della figlia Maria. Il libro si conclude con la visita ai giardini dell’Isola e la morte dello zio, stroncato da un fulmine, su una panchina. Negli ultimi fotogrammi della pellicola Franco parte volontario per combattere contro gli austriaci, cantando Addio, mia bella, addio (audio). Luisa resta ferma a riva, consapevole di portare in grembo una nuova vita.

Il titolo di testa del film Piccolo Mondo Antico

Il battello in navigazione verso l’Isola Bella. Sullo sfondo l’Isola dei Pescatori

Mario scende sull’isola da cui partirà il giorno dopo, senza sapere che la moglie lo sta aspettando

L’entrata dell’Albergo del Delfino all’Isola Bella

Compare la moglie Luisa. I due non si vedono dalla scomparsa della figlia Maria

Mario è felicissimo di vedere Luisa, mentre lei si vergogna perché si sente invecchiata

Mario comunica al padrone dell’Albergo che si fermerà per la notte

La bella stanza dell’Albergo, con tappezzeria e stufa. La cameriera si congeda e lascia i coniugi

Mario si affaccia alla finestra e ricorda alla moglie episodi del passato

Al sicuro dentro il portafogli Mario conservava la rosa che Luisa gli aveva donato in precedenza

Durante la cena l’avvenenza di Mario, in divisa, attrae lo sguardo della cameriera

Al mattino dopo la cameriera bussa alla porta: è arrivata la barca dei volontari!

La barca sta per attraccare sull’Isola Bella. I volontari sventolano il tricolore

Mario e Luisa si congedano con un bacio. Non si rivedranno mai più

L’addio strappalacrime. Luisa sul pontile saluta Mario e piange

Il titolo di coda di Piccolo Mondo Antico

Per vedere il film basta cliccare qui Piccolo mondo antico e andare avanti al minuto 1.32

In apertura: Alida Valli nel ruolo di Luisa Rigey in Piccolo mondo antico
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Bobine e Pellicole

on 22 genpmThu, 26 Jan 2012 15:20:13 +0000252012 2011 at 9.41 Lascia un commento
Tags: 1941, Actress, Adattamento, Addio mia bella addio, Alberto Lattuada, Alida Valli, Antonio Fogazzaro, Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola, Art, Beauty, Borromeo, Carlo Ponti, Costume Movie, Director, Emilio Cecchi, Emilio Pini, Film, Footage, Fotogrammi, Glampur, Gone with the wind genre, History, Hotel Delfino, How it was, Idea, Independence War, Indipendenza, Island, Isola Bella, Italy, Lago Maggiore, Lake Como, Lake Maggiore, Laura Isnenghi Ponti, Laura Ponti, Lettura, Little Ancient World, Marco Casali, Mario Bonfantini, Mario Soldati, Massimo Serato, Miracoli, Nothern Italy, Old Fashioned World, Painting, Paola Vozza, Past, photo editor, Photography, Piccolo Mondo Antico, Piedmont, Resistenza, Retro, Risorgimento, Romanzo, Second Italian War of Independence, Setting, Suggerimento, Traditonal, Tricolore, Trivia, Villas, Vintage, Viva l’Italia, Volesio
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